AUDIZIONE DEL DOTTOR RAFFAELLO GUARINIELLO, PROCURATORE AGGIUNTO DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE DI TORINO

GUARINIELLO. Signor Presidente, le domande che mi sono state poste mi spingono a svolgere qualche considerazione. Innanzitutto, le finalita` e le metodologie delle indagini della procura non coincidono con quelle della Commissione. Inoltre, vorrei evidenziare che le nostre sono indagini preliminari – siamo nella fase del procedimento – e non ancora completate. Proprio per questo, forse sarebbe bene che non fossero rese pubbliche alcune informazioni che daro`, in modo da evitare che possano essere diffusi dati coperti dal segreto istruttorio.

. PRESIDENTE. Possiamo secretare tutta la seduta o, se ritiene, potra` indicare i passaggi del suo intervento che ritiene debbano essere coperti da segreto.

GUARINIELLO. In realta`, non ho nulla da dire di particolarmente delicato, anche se penso che, ove dovessi far riferimento, ad esempio, al reato per cui si procede, sarebbe opportuno che non venisse reso pubblico. Mi rimetto comunque, da questo punto di vista, alla valutazione del Presidente.

PRESIDENTE. Terro` conto della sua richiesta.

GUARINIELLO. Le due considerazioni che ho svolto poc’anzi mi inducono ad alcune riflessioni.

In primo luogo, mi e` stato chiesto di esprimere, su alcuni aspetti della vicenda, un parere che, tuttavia, al momento attuale, non sono ancora in grado di formulare con la necessaria ponderazione, visto che le indagini devono ancora concludersi. In alcuni casi, poi, si tratta di aspetti che, nell’ambito delle nostre indagini, non assumono un’effettiva rilevanza e che non sono stati percio` presi in considerazione.

Una seconda riflessione discende dal fatto che il nostro procedimento, relativo alle patologie sofferte da alcuni militari, ha per oggetto un’ipotesi di reato: omicidio colposo o lesione personale colposa, a seconda che la vittima sia gia` deceduta o sia ancora in vita. Ne consegue che, come in tutti gli ormai numerosi processi che da anni stiamo conducendo in tema di malattie professionali e, in particolare, di tumori professionali, le indagini si propongono l’obiettivo – si badi, non esclusivo, ma certo primario – di verificare se l’evento-morte o l’evento-lesione sia associabile, con tranquillante certezza, all’attivita` prestata dal soggetto ammalato o deceduto. Emerge pertanto la delicata questione del nesso causale tra l’attivita` e la patologia: un problema difficile da risolvere in tutti i processi che riguardano questa materia e non meno difficile nel procedimento di cui oggi stiamo parlando. Infatti, in questi tipo di processi – ci tengo a sottolinearlo, anche se credo che la Commissione lo sappia gia` – dobbiamo affrontare e risolvere una grande difficolta` oggettiva: dimostrare l’associazione tra attivita` prestata e tumore. Perche´, certo, noi conosciamo tumori la cui specifica localizzazione evoca una ben precisa eziologia: e` noto, per esempio, che i mesoteliomi della pleura o del peritoneo evocano una eziologia da amianto. Pero`, al di fuori di queste ipotesi, i tumori si prospettano – credo che anche gli esperti qui presenti possano confermarlo – come patologie di non nota origine oppure come patologie policausali, che possono cioe` derivare dall’attivita`, ma anche da cause non collegate all’attivita`. In presenza di un tumore ad eziologia multipla diventa arduo dimostrarne la genesi dall’attivita` a livello dei singoli individui. Arduo, ma non impossibile; l’abbiamo fatto in vari casi. Ultimamente, per esempio, stiamo sviluppando una grossa indagine su 1.600 casi di morte per amianto in vari stabilimenti della Eternit; un’indagine su cui, pero`, abbiamo elementi in letteratura che rafforzano la nostra ipotesi di un rapporto causale. Quando ci troviamo di fronte a questo tipo di tumori ad eziologia multipla, per il magistrato penale – non dico per questa Commissione – diventa fondamentale la sorveglianza epidemiologica al fine di cogliere la frequenza di determinati tumori nello specifico gruppo esposto a presunti agenti oncogeni e raffrontarla con la frequenza in gruppi di riferimento (come la popolazione nazionale), allo scopo di illuminare eventuali apprezzabili eccessi di tumori associabili con l’agente o gli agenti incriminati; ricordo che in tanto si arriva ad una condanna penale, in quanto ci siano elementi di certezza. Anche la Corte di cassazione si e` mossa in questa direzione e ci ha invitato a svolgere un’indagine epidemiologica proprio a tal fine. Cercando di applicare questo discorso al nostro processo, va rilevato che il nostro primo problema a tutt’oggi non e` ancora stato risolto in modo adeguato. Non possediamo, cioe`, quella necessaria certezza di cui parla la Corte di cassazione e adesso, con estrema chiarezza, anche il legislatore, allorquando, modificando una norma del codice di procedura penale, ha stabilito che bisogna arrivare alla condanna quando si e` assolutamente certi, al di fuori di ogni dubbio (e` una delle ultime norme, di cui si sta ancora discutendo). Nel nostro caso il primo problema e` stato quello di capire se queste patologie, da cui sono affetti alcuni nostri militari, siano associabili con la necessaria certezza ad un determinato agente. I dati in nostro possesso sono stati sottoposti alla valutazione di un epidemiologo – aggiungiamo, anzi, dell’epidemiologo piu` autorevole che ci sia nel nostro Paese, il professor Terracini – il quale, sulla base dei dati disponibili, ha formulato una valutazione, che e` stata gia` trasmessa alla Commissione e che puo` essere letta. Al momento, siamo fermi su questa valutazione. E` chiaro che siamo molto interessati ad eventuali ulteriori sviluppi delle indagini; c’e` pero` un problema di rapporto tra l’autorita` giudiziaria e le autorita` amministrative sanitarie. Viviamo in un Paese in cui spesso viene chiesto alla magistratura di svolgere un ruolo di supplenza. Se si pensa che alla procura della Repubblica del tribunale di Torino abbiamo creato, come ufficio interno della procura, un osservatorio sui tumori professionali, perche´ era assolutamente necessario, si capisce che siamo di fronte ad una carenza dell’amministrazione. Non vorrei che ad un certo punto l’indagine sulle patologie dei militari e lo studio epidemiologico su tutti i soldati dell’esercito italiano dovessero essere svolti dalla procura della Repubblica. Sarebbe un’impresa titanica; il nostro consulente epidemiologo ci ha dato delle indicazioni ben precise in proposito. Ci siamo chiesti se spettasse a noi fare questo. Mi sembra che ci siano autorita` sanitarie e militari che hanno un ben preciso compito; noi dovremmo poter utilizzare gli elementi che esse ci forniscono per formulare una valutazione. Quando abbiamo indagato sul fenomeno del doping nel calcio si e` posto il problema di sapere se i calciatori morissero o meno per determinate cause. Abbiamo cercato di trovare degli studi sull’argomento, ma non ce n’erano; abbiamo dovuto svolgere noi un’indagine su 24.000 calciatori per scoprire che tra i calciatori ci sono numerosi casi di morte per sclerosi laterale amiotrofica (SLA). Ora, quanti sono i militari? Dobbiamo svolgere noi questa indagine oppure spetta doverosamente alle autorita` competenti? L’importante problema di fronte al quale ci troviamo, se cioe` queste patologie siano riferibili o meno all’attivita` svolta, richiede una risposta non approssimativa, ma basata sulla necessaria ponderazione scientifica. Mi sono state poste delle domande in cui si chiede, ad esempio, se il Ministero abbia agito piu` o meno correttamente in un determinato modo. Queste sono domande che, dal nostro punto di vista, vengono dopo; prima di tutto dobbiamo stabilire se c’e` una connessione causale tra l’attivita` e le patologie. Il nostro consulente epidemiologo ci ha detto che bisogna fare un ulteriore passo in avanti; allo stato attuale non mi sento ancora di poter affermare che c’e` una connessione causale. Spero che anche l’opera di questa Commissione sia efficace nello stimolare un’indagine di questo tipo.

resoconto stenografico

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