AUDIZIONE DEL PRESIDENTE DELL’OSSERVATORIO PERMANENTE E CENTRO STUDI PER IL PERSONALE DELLE FORZE ARMATE, FORZE DI POLIZIA E SOCIETA` CIVILE, DOTTOR COSIMO TARTAGLIA

Cosimo TARTAGLIA :………………………………………………..Tutelare il personale nella nuova veste di esercito di pace doveva essere l’obiettivo primario da valutare con estrema attenzione prima di ogni assunzione d’impegno. Il nostro Esercito, cosı` come concepito dalla Carta costituzionale, e` a difesa del territorio e a tutela dell’ordine democratico. Questo principio, sancito dalla nostra Costituzione, rappresentava il primo, inderogabile punto per capire che l’impegno a cui eravamo chiamati era comunque in un contesto di pace, anche se con rischi maggiori. La sicurezza del personale chiamato a parteciparvi doveva essere competenza primaria ed irrinunciabile del «datore di lavoro» che, nel caso di specie, era rappresentato dal Ministero della difesa. Con un voto definito trasversale il Governo autorizzava la partecipazione delle Forze armate italiane alla missione nei territori Balcanici. La missione KFOR avrebbe visto il coinvolgimento diretto di militari italiani che, per la prima volta dopo la fine della seconda guerra mondiale, emigravano dai confini nazionali per entrare in territori confinanti, e lo facevano armati. Una buona preparazione della missione e` il presupposto fondamentale per l’ottima riuscita della stessa. Per fase di preparazione s’intende organizzazione, scelta degli equipaggiamenti, studio dello scacchiere operativo, scenario complessivo e studio delle zone di operazione. Proprio su quest’ultimo punto si sarebbe costruito il dramma che ha visto coinvolti centinaia di militari che hanno operato nei Balcani e, indirettamente, le loro famiglie. L’indecisione politica del Governo e il tempo impiegato per trovare una soluzione che potesse ottenere un voto favorevole trasversale costrinsero l’Italia ad operare in zone lasciate scoperte dalle altre forze impegnate. Tali zone risultarono essere quelle maggiormente bombardate. Sempre nella fase preparatoria della missione vi furono varie riunioni ed incontri tenuti allo Stato maggiore della Difesa, durante i quali, tra i molti aspetti esaminati, vi era anche quello di possibili ripercussioni in campo sanitario per i militari impiegati. Sono proprio queste ultime che si sarebbero rivelate diverse da quelle sperimentate in Somalia. Si rivelarono, infatti, fatali a causa del modo in cui furono gestite. L’aspetto sanitario ambientale creo` seri problemi, non solo per le differenze climatiche o la posizione geografica, ma soprattutto per l’armamento utilizzato durante il conflitto: il munizionamento all’uranio impoverito. Dopo la prima guerra del Golfo e l’impiego in Somalia, emergeva dai mass media una teoria secondo la quale molti militari impiegati in Iraq furono vittime della «sindrome del Golfo»: leucemie di varie tipologie, malformazioni fetali da genitori impiegati nel Golfo e patologie cancerose di vario tipo. Sulla vicenda si cercava di far calare il silenzio e le spiegazioni formali fornivano giustificazioni di vario genere, comunque lontane dal pronunciare la fatidica equazione «tumori-utilizzo di munizionamento all’uranio impoverito». La risposta sul motivo della reticenza nel collegare l’utilizzo di munizionamento all’uranio impoverito alle patologie riscontrate si trova facilmente nell’esame delle risoluzioni dell’ONU. Ma alle decine di risoluzioni ONU sul divieto dell’utilizzo di uranio impoverito nell’armamento si aggiunge tutta la documentazione accumulata dagli statunitensi durante la sperimentazione del munizionamento all’uranio impoverito dal 1977 al 1978 (trattato di Eglin). La proporzione tra militari impiegati e successivamente vittime di patologie tumorali gravissime non ha fatto altro che omologare tutte le previsioni piu` nefaste sul tema. Lo studio dell’Osservatorio, pur considerando attentamente il precedente rappresentato dalla sindrome del Golfo, non si e` mai lasciato condizionare da quei fattori che, nel contesto balcanico, erano di natura e tipologia decisamente diverse. I tempi per l’invio dei nostri militari si erano ormai ristretti e l’esigenza di una risposta politica non poteva piu` essere procrastinata nel tempo: era necessario impiegare i militari in tutti i modi e nel minor tempo possibile. Conseguentemente, si restringevano anche i tempi per programmare una preparazione del personale e un approvvigionamento di materiale di supporto e sicurezza opportunamente adeguati alle condizioni d’impiego. Individuare chi non ha posto sul tavolo degli organizzatori della missione la documentazione che il Centro studi ha raccolto in tutti questi anni e che ora consegna a codesta Commissione d’inchiesta crediamo sia l’oggetto della conclusione delle indagini che la stessa dovra` raggiungere. Gli aspetti sanitari che si dovevano analizzare in sede di preparazione della missione erano sostanzialmente due: il fattore climatico-ambientale (vaccinazioni) e le condizioni ambientali post-bellum. Per quanto riguarda il primo punto, il protocollo di vaccinazione all’epoca in vigore per il personale delle Forze armate prevedeva un tempo medio di posologia che si protraeva per circa un anno. Purtroppo, anche in questo caso i vertici ben si guardarono dal comunicare al Governo che nessuno dei militari che sarebbero stati impiegati di lı` a poco nei Balcani era in regola con il protocollo di vaccinazioni imposto. Ne conseguı` che i primi militari impiegati nei territori furono sottoposti a vaccinazioni di massa con sostanze ormai non piu` usate negli eserciti occidentali da circa un decennio. L’anomalo protocollo veniva definito «cocktail» dagli stessi militari. La somministrazione in alcuni casi veniva eseguita in un’unica soluzione e talvolta (vedi il caporale Salvatore Vacca) addirittura sul territorio d’operazione, ove, non essendoci un’organizzazione perfettamente operativa, va da se´ che lo stato di conservazione dei medicinali necessari per la profilassi fosse estremamente dubbio, creando timori e perplessita` nel personale. L’Osservatorio, sottolineando il punto di cui sopra, vuole evidenziare, al fine di un’analisi corretta e scevra da ogni condizionamento del fenomeno, che tutti gli aspetti considerati portano a conclusioni che dimostrano, palesemente, che l’impiego dei militari nei teatri di guerra ove e` stato esploso munizionamento all’uranio impoverito fu deciso senza le precauzioni previste. Abbiamo ritenuto questa premessa doverosa al fine di analizzare ora i motivi che ci fanno affermare, con scarsa probabilita` di essere smentiti, che il secondo punto da analizzare (le condizioni ambientali post-bellum) e` senza dubbio il punto cruciale su cui codesta spettabile Commissione dovra` focalizzare e basare la propria concentrazione. Tra gli obiettivi dell’Osservatorio, oltre a quello della tutela giuridica ed economica del personale, vi e` quello di esaminare ogni possibile fattore, generato da una maldestra gestione del personale, che possa causare danni lievi o gravi ai militari impiegati in Patria oppure in missioni internazionali. Con questo presupposto ci apprestiamo ora ad analizzare ogni fase dell’organizzazione della missione. Nella prima fase il compito primario dei responsabili dell’organizzazione della missione avrebbe dovuto essere quello di valutare l’andamento del conflitto fin dal momento del presumibile coinvolgimento delle nostre truppe, sia sotto l’aspetto strategico-logistico, sia sotto quello della sicurezza ambientale. In modo particolare, per quanto riguarda il secondo, i vertici militari avrebbero dovuto documentarsi sull’utilizzo e sull’impiego di particolari tipi d’armamento utilizzato ed attuare le misure previste per far operare i militari nella massima sicurezza. L’aspetto conosciuto con la sigla NBC (Nucleare, Biologico e Chimico) e` particolarmente sviluppato nelle Forze armate italiane, tanto che l’Esercito italiano e´ stato tra i primi a dotarsi di un reparto specifico per le operazioni in territori contaminati e/o a rischio inquinamento tossico-chimico. In questa fase nasce un primo ed inquietante dubbio sulla correttezza d’informazione da parte dei vertici militari dell’allora Ministro della difesa. Per ben due volte, chiamato a riferire in Aula in merito all’utilizzo di materiale all’uranio impoverito, il Ministro nel 2000 dichiara una totale assenza di ordigni all’uranio impoverito nei territori d’impiego dei militari italiani, per poi arrivare nel dicembre dello stesso anno ad ammettere che in effetti nei territori balcanici erano stati utilizzati ordigni all’uranio impoverito. Le affermazioni del Ministro erano palesemente improprie. Da documenti militari dello Stato maggiore dell’Esercito si ravvisa che vi era la certezza dell’utilizzo di ordigni all’uranio impoverito nei Balcani, tant’e` che, alla conferenza stampa a Bagnoli, il comandante delle Forze NATO Sud Europa, ammiraglio Leighton W. Smith, si complimento` con il generale Mambrini, suo vice, per i 10.800 proiettili sparati, eccetto i missili da crociera Tomahawk. Il generale Mambrini, proprio per il suo grado e ruolo, conosceva il particolare che i mezzi presentati per l’attacco (gli A-10) sono dotati di munizionamento all’uranio impoverito. Il dubbio che l’effetto dell’esplosione di missili all’uranio impoverito potesse avere delle ripercussioni sulla salute di chi avrebbe poi operato sul posto viene avanzato sin dal 1978 quando, nel poligono di Eglin negli Stati Uniti, vengono sperimentati i primi proiettili all’uranio impoverito.                                                                                                 A questo punto, ci troviamo di fronte a varie possibilita`:

  • i vertici militari erano a conoscenza del pericolo e non hanno avvertito il Governo;
  • i vertici militari erano a conoscenza del pericolo e lo hanno sottovalutato;
  • i vertici militari, con l’assenso del Governo, hanno taciuto il rischio e deciso comunque l’impiego senza mezzi di precauzione. In effetti, il risultato finale potrebbe essere stato prodotto proprio dalla sommatoria di tutte le circostanze, ma comunque si ritiene importante un esame di ogni singolo punto.

Punto 1. I vertici militari, che certamente sapevano del pericolo, hanno deciso di tacerlo al Governo perche´ partecipare alla missione sarebbe stato un modo per ricollocare le Forze armate nel nuovo ruolo di polizia internazionale ed accelerare il processo di rinnovamento che stentava a decollare. Potrebbero aver deciso di tacere anche perche´, rendendosi conto della decisione particolarmente sofferta di intervenire, non volevano rischiare l’annullamento della missione. Considerata la obsoleta, vetusta gestione logistica accumulata negli anni, non volevano denunciare al Governo la totale mancanza di strumenti per la prevenzione e le gravissime lacune di tutta la linea logistica. Hanno taciuto semplicemente per non far preoccupare i militari che sarebbero stati di lı` a poco impiegati.

Punto 2. La missione si presentava particolarmente complessa in termini organizzativi e al problema «pericolo sanitario» non era stata data la giusta rilevanza. In pochi erano tra gli alti gradi della Difesa a conoscere il trattato di Eglin, le istruzioni emanate dal Pentagono ed altra documentazione. Quei pochi non hanno diramato le informazioni ai comandi in Patria. Hanno esaminato la possibilita` di rischi riferita soltanto alla pericolosita` radioattiva dell’uranio (peraltro assai bassa) e dunque gli eventuali rischi che ne sarebbero derivati sarebbero risultati «trascurabili».

Punto 3. Informato dai militari, il Governo, in considerazione del fatto che la decisione di intervenire aveva causato problemi nell’alleanza, decideva il silenzio. Il responsabile del Dicastero, messo al corrente della situazione con toni tranquillizzanti, decideva di tacere il problema sia all’opinione pubblica che al Parlamento. Considerato il clamore suscitato dalla decisione di intervenire, la probabile ripercussione sull’opinione pubblica che si poteva avere nel vedere i nostri soldati vestiti come tecnici nucleari e i civili abbandonati a se stessi, avrebbe prodotto una sgradevole pubblicita` agli alleati americani. La decisione di intervenire era ormai definitiva e ratificata e dunque, a prescindere dai pericoli per i militari, bisognava partire. Siamo certi che codesta Commissione, al termine delle indagini, sapra` fornire la spiegazione piu` vicina alla realta` dei fatti, piu` in armonia con la verita`. Siamo anche certi, ma con meno orgoglio, del grande clamore che la vicenda all’epoca suscito` e del profondo «imbarazzo» provato dalla maggioranza dei nostri esponenti politici, che tuttora mostrano quando si tocca l’argomento.

PRESIDENTE. Passiamo quindi alla proiezione della videocassetta in possesso dell’Osservatorio.

TARTAGLIA Angelo Fiore. Si tratta di un documento filmato, in lingua inglese, della durata di circa un’ora. La parte che piu` ci interessa corrisponde ai primi cinque o dieci minuti del documentario, contenente una esposizione di accorgimenti tecnici relativi alla gestione dei materiali danneggiati o contaminati da uranio impoverito. (Viene tradotto dall’inglese il commento audio e le scritte che appaiono nella parte del filmato presentata dagli auditi): «Operazioni di gestione dei materiali contaminati e danneggiati. La guerra oggi si basa su un uso congiunto di forze di terra e di aria, con armi, messe a disposizione dalle nuove tecnologie, sempre piu` rapide e mortali. L’uranio impoverito e` un metallo denso, poco costoso e facilmente modellabile, che fornisce un’ottima protezione dalle munizioni tradizionali, ma che e` letale se utilizzato nelle munizioni a scopo aggressivo. Nell’operazione «Tempesta nel deserto» (Desert storm) carri armati ed aerei spararono munizioni, dette penetratori cinetici, ad uranio impoverito. Oggi varie nazioni stanno studiando l’eventuale uso di tale sostanza. Nel futuro gli scontri sul campo di battaglia, gli eventuali guasti dei materiali, eventuali incidenti potranno portare a contaminazioni che proseguiranno fino a raggiungere la totale ingestibilita` del veicolo. In battaglia la manutenzione dei mezzi e` determinata dai fattori riassunti nella sigla METT-T: missioni, nemico, uomini, terreno, condizioni atmosferiche e tempo a disposizione (missions, enemy, troops, terrain, time). Le unita` di manutenzione devono sapere come e quando gestire i materiali contaminati da uranio impoverito. I medici e i chimici debbono indicare come controllare la contaminazione. La gestione dei materiali danneggiati si compone di sei fasi articolate in dieci procedure. Le fasi di gestione sono le seguenti: minaccia o scontro imminente; recupero; evacuazione; riporto; riutilizzazione; riparazione. Fase 1 (minaccia o combattimento imminente). Innanzitutto bisogna valutare lo stato del materiale, l’eventuale possibilita` di riparazione e l’eventuale possibilita` di inviarlo nuovamente al campo di battaglia. Fase 2 (recupero). Il materiale contaminato va coperto e trasportato nel luogo dove poi verra` esaminato e riparato. Fase 3 (evacuazione). Il materiale danneggiato viene trasportato al reparto manutenzione a livello di divisione, dove viene esaminato ed eventualmente riparato. Fase 4 (riporto). Il materiale danneggiato non riparato viene trasportato al reparto manutenzione a livello di corpo. Se la riparazione e` impossibile, si cerca di individuare quali sono le eventuali possibilita` di smaltimento. Fase 5 (riutilizzazione). Il materiale danneggiato e contaminato viene decontaminato in una struttura industriale ad hoc. Fase 6 (riparazione). Il materiale danneggiato viene riparato e nuovamente inviato alle unita` militari. Quelle che seguono sono le dieci procedure per la gestione del materiale contaminato. 1) Informare il personale chimico e medico dell’unita` in caso di presunta contaminazione da uranio impoverito o di bassa radioattivita`. Bisogna identificare il tipo di materiale, localizzarlo e richiedere assistenza. 2) Indossare una maschera e abbigliamento protettivo al fine di evitare la contaminazione personale. 3) Svolgere un’ispezione visiva, la quale include procedure per identificare il materiale inesploso, che nel frattempo puo` avere cambiato forma. La gestione del materiale inesploso va affidata agli artificieri delle unita` specializzate. 4) Isolare il materiale del quale si sospetta la contaminazione. Bisogna portarlo lontano dagli accampamenti, dalle strutture mediche e dai luoghi dove sono concentrate le truppe. 5) Completare l’esame radiologico con varie attrezzature (la AN/ VDR-2 con sonda standard, la AN/PDR-77 con sonda piatta beta per identificare le contaminazioni beta e gamma, oppure la AN/PDR-77 con sonda alfa per identificare le contaminazioni alfa). Bisogna avvicinare la sonda al mezzo, porre il segnalino ATOM sul materiale contaminato e quindi prendere nota del tipo di contaminazione, del dosaggio e dell’ora della misurazione. Separare il materiale contaminato da quello non contaminato, trasportando il materiale contaminato in un luogo designato e riportando quello non contaminato all’unita`. 7) Completare la decontaminazione operativa nei modi prescritti. La decontaminazione da radioattivita` si articola nelle seguenti fasi: spazzolatura, aspirazione delle particelle, lavaggio. Le parti piccole non riparabili ne´ decontaminabili vanno chiuse e inviate allo smaltimento. 8) Riparare il materiale nei modi prescritti. Bisogna rappezzare le fonti fisse di contaminazione o eventuali buchi con il materiale a disposizione (ossia scotch, vernice, cartone e quant’altro). Il materiale non riparabile va messo in sicurezza e lasciato agli specialisti oppure distrutto in loco. 9) Sulla base della valutazione METT-T decidere se continuare ad utilizzare il materiale danneggiato o contaminato per completare l’operazione. 10) Preparare e presentare delle relazioni secondo il modello NBC4, indicando la localizzazione, il tipo e il livello di contaminazione del materiale danneggiato, riparato o distrutto. Ricordare: a meno che il veicolo non sia distrutto o altrimenti ingestibile, l’eventuale contaminazione non interferisce con il completamento dell’operazione». TARTAGLIA Angelo Fiore.  Signor Presidente, il filmato prosegue con questo tenore. Poi si evidenziano le patologie a cui potrebbero andare incontro i militari qualora non venissero seguite le istruzioni.

radio radicale

resoconto stenografico

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