AUDIZIONE DEL PROFESSOR MARTINO GRANDOLFO, DIRIGENTE DI RICERCA DEL DIPARTIMENTO TECNOLOGIE E SALUTE DELL’ISTITUTO SUPERIORE DI SANITA

Nel merito dell’argomento in esame ho cercato di costruire un discorso logico basato essenzialmente sui lavori e sulle risultanze della Commissione Mandelli, oltre che ovviamente su una serie di addendi dovuti al fatto che col passare del tempo le informazioni aumentano e le conoscenze si affinano. Sono stato inserito tra i componenti della Commissione Mandelli poiche´ nel dicembre 2000, cioe` al momento del suo insediamento, ricoprivo il ruolo di direttore del Laboratorio di fisica dell’Istituto superiore di sanita`, posizione che non occupo piu`, visto che nel frattempo l’Istituto ha subito una trasformazione per cui non sono piu` previsti i Laboratori bensı` i Dipartimenti, tra cui il Dipartimento tecnologie e salute, nell’ambito del quale svolgo attualmente la funzione di dirigente di ricerca. Ai fini di una maggiore chiarezza della mia esposizione ho pensato di avvalermi della proiezione di alcune diapositive………………………………

Nell’ambito della Commissione Mandelli si era anche svolta una discussione sulla possibile genesi virale dei linfomi di Hodgkin. Su questa teoria – vorrei fosse chiaro che non sono un medico e che mi limito pertanto a riportare i dati – venne impegnata un’e´quipe dell’Universita` di Modena e Reggio Emilia diretta dal professor Torelli, la quale, proprio come attivita` collaterale a quella della Commissione e da noi in qualche modo richiesta, svolse un lavoro dal titolo «Evidenziazione di sequenze virali e di mutazioni del gene p53 nelle singole cellule neoplastiche, isolate dai tessuti mediante micromanipolazione, in un cluster di pazienti appartenenti alle FF.AA. affetti da linfoma di Hodgkin». In tale studio vennero evidenziate le sequenze virali. Il dato importante da leggere nelle conclusioni dell’analisi, effettuata su militari purtroppo malati, e` che la malattia di Hodgkin, almeno quella insorta nel piccolo gruppo di militari esaminati, impegnati nelle recenti missioni militari in Kosovo e in altre aree di guerra nell’Europa orientale, «non presenta caratteristiche virali e genetiche diverse da quelle riscontrate nella malattia di Hodgkin che insorge nella popolazione generale». Sembra quindi esserci un muro che impedisce di trovare quel qualcosa di «diverso». La Commissione Mandelli – o meglio, per ragioni di carattere deontologico, l’e´quipe di medici della clinica ematologica allora diretta dal professor Mandelli – ha intervistato, su base volontaristica ovviamente, 9 dei 12 militari viventi affetti da linfoma di Hodgkin (3 militari non hanno accettato di essere intervistati). Tutto questo e` riportato nella terza relazione della Commissione. Dei 9 militari che hanno accettato di incontrare i medici per essere intervistati soltanto 2 hanno dichiarato di aver vissuto la loro esperienza in modo particolarmente stressante, avendo assistito ad esplosioni o essendo venuti a contatto, nelle loro attivita`, con sostanze che in linea di principio potevano essere nocive (bonifica di ordigni esplosivi e sminamento). A tale riguardo, se me lo consentite, desidererei aprire una parentesi che forse e` importante. Nell’esaminare tutte le possibili situazioni in cui ci possa essere stata una esposizione, e quindi una contaminazione, siamo arrivati alla conclusione che, forse, se e` vero (riporto qui solo quanto letto sui giornali) che sono state fatte delle raccolte di ordigni esplosivi e se mai in quel materiale vi fosse stato anche qualche dardo a uranio impoverito e questo fosse stato fatto esplodere per motivi di bonifica, allora e` proprio quella una circostanza che avrebbe potuto comportare in quel momento una particolare situazione di sollevamento di polvere. Noi non siamo pero` riusciti a dimostrarlo, ne´ ne abbiamo avuto la possibilita`. Chiusa questa parentesi, va sottolineato che dalle interviste effettuate dall’equipe di medici della Commissione Mandelli, non e` emerso alcun denominatore comune tra le persone affette da questo terribile male sul piano delle mansioni svolte, se non la partecipazione alle missioni di pace. E` chiaro che questa asserzione acquista un peso completamente diverso se viene collegata all’ eccesso di linfomi di Hodgkin in tutto il personale delle Forze armate. La chiave di lettura diventa allora diversa. Nella diapositiva seguente e` indicato il valore medio e il valore mediano della durata della partecipazione alle missioni di questi 9 militari, corrispondenti, rispettivamente, a 4 mesi e mezzo e 5 mesi. Poiche´ vi era stata anche un’ampia discussione sui possibili effetti delle vaccinazioni cui erano stati sottoposti i soldati, l’e´quipe di medici ha provveduto anche ad analizzare i libretti di vaccinazione dei 9 militari, dai quali tuttavia non sono emerse differenze qualitative o quantitative rispetto ai programmi abitualmente adottati. Concludendo, ad oggi non esiste la possibilita` di dimostrare l’esistenza di una correlazione tra esposizione interna ed incidenza dei linfomi, in particolare di quelli di Hodgkin. Tuttavia resta quel dubbio di cui ho parlato e che ribadisco: a questa conclusione si perviene applicando le stime tratte dall’ICRP 71, cioe` dalla radioprotezione nel suo approccio attuale. Sappiamo pero` che queste possono non essere le condizioni vissute dai nostri militari. Ne deriva che tali stime, anche se non sono sbagliate, potrebbero non essere utilizzabili per trarre conclusioni sulla nostra particolare indagine. Pertanto, nel momento in cui affermiamo che e` ragionevole dubitare del fatto che i coefficienti di rischio possano essere rappresentativi anche dello scenario di esposizione del contingente italiano, in pratica affermiamo qualcosa che puo` anche non essere soddisfacente. Infatti, da una parte oggi riteniamo che si debba dire che le conoscenze in materia di radioprotezione non permettono di correlare i linfomi di Hodgkin all’esposizione all’uranio impoverito, dall’altra il gap conoscitivo che abbiamo in termini di effetti di contaminazione interna, cui si associa anche la valutazione che frazioni non trascurabili di radioattivita` possano arrivare in qualche modo dagli ossidi insolubili dell’uranio ai linfonodi (il cui nome gia` evoca la malattia di Hodgkin), non ci permette di pervenire a conclusioni certe. Tradotto in termini poco aulici: attualmente non possiamo dimostrare l’esistenza di una correlazione, perche´ le nostre conoscenze in tale settore sono insufficienti (questo vale anche a livello internazionale, e lo dico a parziale giustificazione), ma non possiamo nemmeno escluderla. Cio` che si intende fare e` continuare, da una parte, a seguire il follow-up dei militari, come si sta gia` facendo, migliorando la qualita` dei dati attraverso l’utilizzazione di metodiche piu` raffinate (come l’istituzione di un Registro tumori in ambito militare) e, dall’altra, analizzare possibili altre cause. Come ho detto all’inizio, la Commissione Mandelli in termini di composizione, e quindi di competenze, era focalizzata sull’aspetto radiologico. D’altra parte, il picco di linfomi di Hodgkin rilevato su tutta la popolazione militare apre un’altra strada e un’altra area di discussione, che tuttavia si potra` affrontare solo con dati corretti. Un altro problema menzionato dalla Commissione Mandelli concerne la popolazione residente. Al di la` della problematica che siamo stati chiamati ad affrontare, che correttamente era quella nazionale, molti di noi ritengono necessario monitorare attentamente la situazione della contaminazione del suolo e delle falde acquifere nei territori bombardati. Sulla base dei fattori di rischio e delle nostre nozioni sul trasferimento ai cibi, possiamo affermare che la situazione e` certamente diversa e piu` modesta, per ordine di grandezza, rispetto al dopo Chernobyl, ma resta comunque un problema. E` inutile parlare dell’UNEP, ma ritengo che la stessa attivita`, pur non esistendo oggi le condizioni per farlo, dovrebbe riguardare anche la popolazione residente in Iraq, che andrebbe senz’altro monitorata. Un lavoro svolto sul campo da Nick Priest gia` evidenzia la presenza di uranio impoverito nelle urine di civili residenti in una certa zona dei Balcani. E` il primo segnale del fatto che qualcosa e` arrivato nella catena alimentare. Fortunatamente i dati evidenziano livelli di nessun interesse tossicologico, chimico e radiologico. Si tratta tuttavia di un segnale di attenzione che non va trascurato. Abuso di un ultimo minuto della vostra pazienza per dirvi che, ovviamente, tutto quanto vi ho illustrato non e` soltanto frutto del mio lavoro. Molte persone e numerose istituzioni hanno direttamente o indirettamente contribuito a questo studio e sono doverosamente elencate nel fascicolo che ho depositato agli atti della Commissione.

resoconto stenografico

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