Audizione della presidente del Comitato di verifica per le cause di servizio presso il MEF, Fausta Di Grazia

IVAN CATALANO. Grazie, presidente. Ringrazio la dottoressa per essere venuta in audizione. Le vorrei chiedere, in merito all’ultime cose dette, se, per alcuni tipi di situazioni, che possono avere più fattori, quindi non unico fattore, per dimostrare il nesso di causalità, non reputa che il Comitato debba allinearsi al metodo usato dalla giurisdizione civile, quindi del «più probabile che non».
È chiaro che non sia possibile accertare con precisione, come avviene nel metodo penale, che un fattore sia nesso causale certo e preciso di un evento, però alcune situazioni possono essere determinate da una somma di fattori, quindi da una multifattorialità. Ci può essere il militare, vaccinato il giorno prima della partenza per la missione, che ha un abbassamento delle difese immunitarie, senza avere la copertura vaccinale. In missione, ci potrebbero essere munizionamenti all’uranio impoverito e una situazione di stress ambientale e di stress dovuto alla missione stessa, dove arriva con le difese immunitarie abbassate. Il militare in questione, magari, è predisposto un determinato tipo di malattia, di cui, con degli esami prima delle vaccinazioni, si poteva venire a conoscenza,e, al ritorno dalla missione, si è ammalato. Oppure ci può essere il caso di un militare passato da un poligono di tiro, con determinate situazioni ambientali, e, dopo esserci stato, si è malato. Oppure ci possono essere altri eventi, che, nel corso della carriera militare, lo hanno visto soggetto a più fattori, che poi hanno concorso a determinare la malattia del militare.
Vorrei chiederle se non le sembra che, in questo caso, il Comitato di verifica neghi con molta facilità, o almeno diciamo noi che sia così, perché, chiedendo il nesso di causalità, è molto facile negare, dovendo dimostrare, senza ombra di dubbio, che vi sia un nesso, quindi è difficile dare un riconoscimento ed è molto più facile non darlo con questo metodo. Le chiedo se, invece, lei non reputi che sia il caso di cambiare rotta nel Comitato, dato che la nostra proposta è in discussione, però il Comitato è ancora in vigore, fino a che non succede qualcosa, che lo tolga. Le chiedo se non le sembra il caso, con la sua Presidenza, di cambiare rotta e adottare lo stesso principio del giudice civile.
Lo dico anche perché, come sappiamo, il giudizio del Comitato di verifica è obbligatorio, vincolante e non sindacabile, se non nei requisiti di illogicità. Come fa il giudice a determinare l’illogicità di una decisione del Comitato, se il Comitato chiede tutti i nessi di causalità per accertare che un fattore abbia determinato la malattia? Le chiedo se non ritiene di dover cambiare rotta nel metodo del comitato per allinearsi a quello del giudice civile.

  FAUSTA DI GRAZIA, Presidente del Comitato di verifica delle cause di servizio. Lei mi ha parlato, innanzitutto, di multifattorialità. Da profana, da giurista e non da medico, sono convinta che nella genesi di tutte le malattie vi sia una moltifattorialità, altrimenti, non potremmo spiegarci come mai, per esempio, il fumatore di quattro pacchetti di sigarette al giornoPag. 25non muore di cancro al polmone, invece un altro, che non ha mai fumato, muore di questa patologia. Io sono un fumatore e spero di rientrare nella prima categoria.
Sono assolutamente convinta che esista una multifattorialità. Naturalmente, ci troviamo davanti a un organo tecnico, che deve giustificare il suo parere. Io mi auguro che vi sia qualcosa di più del concetto del «più probabile che non» e che vi sia, addirittura, un’inversione dell’onere della prova. Questo, secondo me, sarebbe l’ideale, ovvero una presunzione iuris tantum della bontà della pretesa delle domande presentate. Mi auguro che venga dimostrato, per esempio dalle amministrazioni, che si debba scindere il nesso. Ecco, è il legislatore che può consentirci questo e soltanto il legislatore. Noi siamo dei modesti operatori del diritto e della medicina, quindi è il legislatore che, nella sua saggezza, ci deve consentire di applicarlo. Questo criterio sarebbe senz’altro, il migliore, almeno secondo. Non parlo a nome del Comitato, ma, in questo momento, parlo a mio nome, come magistrato che ha fatto tanta pensionistica presso la Corte dei conti. Mi rendo conto anche, quando il provvedimento arriva al magistrato, quali possano essere eventualmente le problematiche.
Con un’innovazione di questo genere, io penso che una gran parte dei problemi, che angosciano un po’ tutti. Le questioni degli equiparati, che sono le più delicate e più insidiose, anche sotto il profilo medico-scientifico, si potrebbero risolvere con questa innovazione presentata dal legislatore ovvero con un’inversione dell’onere della prova iuris tantum. Certo, la presunzione iuris et de iure sarebbe troppo perché le domande, come abbiamo visto, sono di una entità enorme e devono essere sempre valutate, però la possibilità che vi sia l’inversione dell’onere della prova risolverebbe, senza spese e senza trasformazioni epocali, forse il 99 per cento delle nostre problematiche; in modo semplice, il legislatore può tutto.
Ho messo da parte, per sottoporla alla vostra attenzione, una norma, che adesso non esiste più perché si è concluso il suo iter. Si tratta di un DPR del 2010, che consentiva, appunto, il riconoscimento di queste patologie, per un certo periodo. Penso, sempre esprimendomi a titolo personale, che il Comitato sarebbe ben lieto di essere sollevato dai problemi morali, che deve affrontare, parlando di patologie, che neanche la scienza riesce a risolvere. La genesi del cancro ancora non si conosce, perlomeno in base alle mie modeste cognizioni. In tutto il mondo si stanno studiando su questi problemi, ma non se ne trovano le soluzioni, per cui figuriamoci se può farlo il povero Comitato.
Con questa soluzione, penso che noi troveremmo il risultato migliore e la soddisfazione maggiore per persone e, soprattutto, per le famiglie, che hanno affrontato dei drammi indicibili.

 

 

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