ESPOSIZIONI DA NANOPARTICELLE A QUIRRA. RIVELAZIONI DOTT.SSA A. GATTI

 

La Nuova Sardegna, 30 gennaio 2010

«Esposizioni da nanoparticelle a Quirra».  Rivelazioni di Antonietta Gatti, autorevole studiosa che ha campionato il poligono.  Pier Giorgio Pinna

 PERDASDEFOGU. «Due anni fa, durante un’audizione in Parlamento, ho fatto mettere top secret i risultati delle mie analisi al poligono militare di Perdasdefogu tra il 2007 e il 2008. Adesso che da tempo la commissione d’indagine ha smesso di operare e che quel vincolo non esiste più, posso dirlo liberamente: dai sopralluoghi sui terreni della base sono risultate esposizioni da inquinamento ambientale, dovute anche a nanoparticelle. Problemi che non interessano soltanto i dipendenti del poligono. Il discorso riguarda tutti: pastori, contadini, civili, animali che vivono nella zona. Persino la vegetazione può essere, in certe situazioni, contaminata».
 Le rivelazioni sono clamorose. Soprattutto perché a farle è Antonietta Gatti, che a studiare le malattie provocate dalle nanoparticelle ha passato una vita. Esaminando le conseguenze di questi frammenti infinitesimali, capaci di raggiungere il nucleo delle cellule e provocare una morte lenta, è stata proprio lei, negli Anni ’90, a definirle «nanopatologie». Adesso la ricercatrice è tornata in Sardegna. E a poche ore dalla presentazione del libro scritto da Giuliano Campus «Il pettine senza denti», che ha sullo sfondo Perdasdefogu, non nasconde l’amarezza per una serie di carenze e inerzie.  «La Difesa e i vertici militari hanno cominciato una campagna di monitoraggi di cui conosceremo i risultati tra breve – spiega – Insomma, si sono mossi: hanno fatto il loro dovere sino in fondo. Invece, nonostante io abbia ufficialmente segnalato la questione sia all’allora assessore regionale alla Sanità, Nerina Dirindin, sia al responsabile dell’Asl, Gino Gumirato, non mi risultano iniziative analoghe da parte dell’Arpas o di altri organismi. E se comunque ci fossero stati interventi, io non ne ho avuto notizia».  Fisico e bioingegnere, direttore del laboratorio sui biomateriali all’università di Modena, Antonietta Gatti è stata consulente di due commissioni parlamentari d’inchiesta sull’uranio impoverito, il metallo del disonore. Una era guidata dal centrosinistra, l’altra dal centrodestra. Ma finora la carriera della ricercatrice non è stata semplice. Troppi gli interessi in gioco perché la semplice indagine scientifica facesse il suo corso senza ostacoli o ingerenze.
– Oggi si riparla sempre più di Sindrome dei Balcani: nella sua visita a Villaputzu, questo pomeriggio, alle 17, darà altri particolari sulle sue indagini?
«Mah, sono cose delicate. E io voglio troppo bene ai sardi per non rendermi conto di quali possano essere le implicazioni economiche e sociali di una determinata affermazione. Ribadisco solo che, quando ho avvertito le autorità sanitarie di ciò che avevo trovato esaminando campioni come le mie scarpe e altri oggetti, la questione non è stata compresa a sufficienza».
– Per quali ragioni?
«Non lo so. Da parte mia penso di aver chiarito molto bene che l’ambiente interessato non è confinato al perimetro del poligono, non si esaurisce in quei 120 km quadrati di terra. Tutte le attività umane attorno sono soggette a esposizioni che necessitano di ulteriori verifiche, di precisi riscontri. Quelle polveri che io ho trovato, del resto, possono avere tante origini. Ma quella zona non è come Ottana, Sarroch o Portoscuso. Là non ci sono industrie».
– E allora?
«Beh, è vero che nelle esercitazioni si usa poco esplosivo. Ma lo si usa comunque. E se anche le esplosioni sono simulate, bisogna capire sino in fondo quali sono gli effetti di una combustione ad alte temperature, verificare bene l’impatto sull’ambiente circostante. E solo al termine trarre conclusioni».
– Sta dicendo che è presto per dare un giudizio?
«Io non sono buonista. Quel che m’interessa è valutare i dati e fare prevenzione. E se là ci sono stati problemi, dobbiamo comprendere che cosa fare concretamente contro i rischi».
– Qual è la sua valutazione sul recente studio del fisico Massimo Coraddu e altri specialisti sull’incidenza delle leucemie a Quirra, 15-20 volte superiore alle medie sarde?
«I dati si basano su un discorso epidemiologico. Per intenderci, lo screening di massa che avrebbe dovuto fare la Regione. Il campione esaminato in quello studio, 400 persone a quanto mi dicono, mi sembra a ogni modo troppo esiguo rispetto ai canoni classici delle indagini sulle patologie della popolazione. È senza dubbio preferibile concentrarsi invece sulle cause, individuarle e combatterle».
– Come si conciliano questi aspetti col fatto che i vertici militari del poligono parlano di radioattività a terra inferiore alla media nei campioni analizzati?
«Un fatto deve risultare chiaro: qui non ci riferiamo a situazioni come quelle derivate in Giappone dall’esplosione delle bombe atomiche. Durante la seconda guerra mondiale, naturalmente, è stato possibile stabilire una correlazione diretta tra causa ed effetti. Nel nostro caso è del tutto lecito e verosimile che il Comando di Quirra abbia tra le mani dati attendibili. Anche perché l’inquinamento da radiazioni, se c’è, non sparisce dalla sera alla mattina».
– Dunque qual è il punto controverso?
«In realtà, sempre lo stesso: dovremmo avere in mano gli elementi di valutazione raccolti dall’Arpas. E, non avendoli, attendiamo almeno i risultati della campagna di monitoraggi avviata dal ministero della Difesa».
– Perché gli orientamenti su questi fenomeni sono tanto controversi?
«Dipende dagli angoli visuali da cui si osserva la faccenda. Ma personalmente non credo che lo Stato italiano abbia risorse per sperimentare a Quirra o altrove proiettili all’uranio impoverito».
– Le industrie belliche che possono prendere in affitto il poligono, però, i soldi ce li hanno, e molti.
«Sicuramente. Ma non so se davvero qualcuno nel nostro Paese lavori in questo campo e su questa direzione. E credo che nel caso di Quirra la questione sia maggiormente legata all’addestramento di reparti scelti e ai sistemi di puntamento a guida laser».
– Proprio nei giorni scorsi, per la prima volta, la famiglia di un militare sardo ha ottenuto un risarcimento milionario: il soldato era morto dopo una missione in Bosnia. È un riconoscimento dell’esito dei suoi studi?
«Non sta a me dirlo. Ma in fondo credo sia così. Il 3 marzo dell’anno scorso è stato introdotto nell’ordinamento un decreto del presidente della Repubblica. Il suo scopo è prevedere possibilità di tutelare una serie di categorie. E, più esattamente, personale militare e civile italiano impiegato in missioni all’estero, nei poligoni di tiro e nei siti di stoccaggio dei munizionamenti, nei teatri di conflitti bellici, nel settore della cooperazione o di organizzazioni non governative. Analoghe misure riguardano i cittadini italiani residenti nelle zone adiacenti le basi nel territorio nazionale e i loro familiari».
– Quali patologie prende in considerazione questa normativa?
«Nel decreto si fa riferimento a tutti i soggetti di cui parlavo prima che abbiano contratto menomazioni invalidanti o siano deceduti a causa dell’esposizione all’uso di uranio impoverito e della dispersione di nanoparticelle derivate dalle esplosioni. Che siano frammenti infinitesimali tanto microscopici quanto capaci di provocare danni devastanti, del resto, è stato ormai ampiamente provato negli anni».
– Com’è stato possibile raggiungere questa certezza?
«Ciò a cui accenno rappresenta l’esito di un lungo, complesso, articolato lavoro. Frutto di due progetti di ricerca europei: uno da un milione e l’altro da tre milioni di euro. Con il coinvolgimento di dipartimenti e istituti prestigiosi di mezza Europa».
– Tuttavia, il sottosegretario alla Difesa Giuseppe Cossiga continua a escludere la presenza di uranio impoverito in Sardegna.
«E io posso essere d’accordo con lui. Per tanti motivi. Credo infatti che le misure sulla radioattività nei poligoni dell’isola siano attendibili».
– Ma a ogni modo perché pastori e contadini, che vivono vicino a queste basi militari, sono esclusi da qualsiasi possibilità di accedere a eventuali indennizzi?
«È una domanda alla quale non posso rispondere. La questione, certo delicata, non rientra fra quelle di mia stretta competenza».
– Le malattie a cui lei fa riferimento, dottoressa Gatti, sono riconducibili solo alle nanoparticelle o ne esistono altre derivate dalle emissioni ionizzanti?
«Su questi argomenti va fatta una premessa metodologica alla quale mi attengo con estremo rigore. Io sono come San Tommaso: se non vedo e non tocco con mano, non credo. Voglio dire che sono situazioni nelle quali ci si deve muovere sempre sul terreno pratico. Insomma, mi limito a sottolineare che, se io riscontro la presenza di polveri nei tessuti patologici degli organismi umani, vorrei capire da dove provengono. Perché è questo che mi sembra il percorso corretto».
– È vero che di recente trova difficoltà nel lavoro?
«Sì, ne incontro da un po’. E se mi chiede il motivo non ho problemi a rispondere: alcune volte i risultati delle mie ricerche non piacciano a tutti, anche in campo civile».

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