Il danno esistenziale a confronto con le altre categorie di danno

Il danno esistenziale a confronto con le altre categorie di danno

1. Danno esistenziale e danno biologico: sincrasi o idiosincrasia?

La dottrina della “prima ora” classifica il danno esistenziale come categoria autonoma di danno non patrimoniale, inerente i risvolti personali ed esistenziali di qualunque genere di illecito; una modificazione negativa delle modalità attraverso le quali il soggetto esplica la propria personalità [ZIVIZ, Il danno non patrimoniale, in La responsabilità civile, a cura di CENDON, Torino, 1998; id., La tutela risarcitoria della persona. Danno morale e danno esistenziale, Milano, 2000; id., Alla scoperta del danno esistenziale, in Contratto e impresa, 1985; CENDON, Non di sola salute vive l’uomo, in Persona e danno, Trattati, Milano, 2004]. O meglio «lesione della personalità del soggetto nel suo modo di essere sia personale che sociale che si sostanzia nella apprezzabile alterazione della qualità della vita consistente in un “agire altrimenti” o in un “non poter più fare come prima”» [CENDON, Voci del verbo fare, in Persona e danno, Trattati, Milano, 2004]. Altra parte della dottrina lo identifica come l’insieme di ripercussioni relazionali negative che incidono sulle condizioni di vita e sulla qualità dell’esistenza subite da un soggetto per effetto dell’altrui fatto illecito [BARZAZI – BOSIO – DEMORI – RONCALI, Il danno da morte biologico e morale. Profili giuridici, aspetti medico-legali e psichiatrici-forensi, Padova, 2000; CRICENTI, Il danno non patrimoniale, Padova, 1999].
Ma quali sono i profili che lo fanno assurgere a categoria autonoma rispetto alle altre tipologie di danno non patrimoniale (art. 2059 c.c., art. 892 c.p.c., artt. 185, 1872, c.p.)?
Inequivocabile è la differenza col danno patrimoniale (art. 2043 c.c.): mentre, infatti, quest’ultimo si traduce in una diminuzione del patrimonio, il danno esistenziale costituisce un pregiudizio di carattere “areddituale”, una ripercussione che non ha riflessi negativi sul patrimonio [ZIVIZ, Il danno non patrimoniale, in La responsabilità civile, a cura di CENDON, Torino, 1998], ovvero non reintegra il patrimonio del soggetto leso; non svolge, dunque, funzione compensativa ma satisfattiva e solidaristica.
I tratti di differenziazione diventano inevitabilmente più sottili laddove il danno esistenziale viene confrontato con le altre due figure di danno non patrimoniale: danno biologico e danno morale (Corte cost. 293/1996). «L’inclusione del danno alla salute nella categoria dei danni non patrimoniali di cui all’art. 2059 c.c., in ragione della sua non valutabilità diretta in denaro riconosciuta legittima con sentenze nn. 88 del 1978 e 372 del 1994, non significa identificazione con il danno morale soggettivo, ma unicamente riconducibilità delle due figure, quali specie diverse, nel genere del danno non patrimoniale» [COMANDÈ, in Giur. It. 1997, I, 314].
Il danno biologico corrisponde al pregiudizio arrecato all’integrità fisica e/o psichica dell’individuo in sé e per sé considerate, risarcibile indipendentemente dalle sue conseguenze di carattere economico nonché da qualsiasi riflesso di danno morale “soggettivo” della lesione subita.
La Corte costituzionale, con sent. 14 luglio 1986, n. 184 precisa che col termine “danno biologico” si fa riferimento all’evento naturalistico come fatto lesivo della salute (anch’essa naturalisticamente intesa). Risulta, pertanto, più corretto parlare di “lesione della salute”, quale bene giuridico costituzionalmente garantito, anziché di “danno alla salute”, salvo che nell’utilizzare tale termine se ne sottolinei il significato naturalistico di integrità fisio-psichica del soggetto offeso, costituendo la lesione l’essenza antigiuridica dell’intero fatto illecito [in Giur. Cost. 1986, 1430, con nota di G.B. FERRI; in Foro it. 1986, I, 2053, con nota di PONZANELLI e di MONATERI; in Nuova Giur. civ. comm. 1986, I, 534, con nota di ALPA; in Nuove leggi civ. comm. 1986, 601, con nota di Giusti; in Giur. It. 1987, 1, 392, con nota di SCALFI; in Dir. Prat. Assic. 1986, 520, con nota di ANTINOZZI]. Ne discende che il diritto alla salute, inteso come diritto primario ed assoluto dell’individuo, va risarcito in ogni caso di violazione, prescindendo dalle ripercussioni della violazione sul versante patrimoniale (Corte cost. 88/1979).
La menomazione fisica o psichica in cui si traduce il danno biologico va provata sotto il profilo medico-legale e va inquadrata in una precisa forma patologica, mentre il danno esistenziale, come somma di ripercussioni relazionali di segno negativo, è una modificazione in pejus della personalità del leso, che non coinvolge il bene salute [BONA, Brevi osservazioni sulla possibilità di configurare il danno esistenziale, in Tagete 1999, 36].
Ma quale rapporto intercorre tra danno biologico e danno esistenziale? Coesistono? Si assimilano l’un l’altro in una sorta di osmosi giuridica? O si respingono e, quindi, si aggiudicano autonomo rango concettuale?
Sul punto dottrina e giurisprudenza si sono alternate in “sacrifici” ermeneutici di non poco momento. A fare chiarezza è intervenuta autorevole dottrina [LIBERATI, La liquidazione del danno esistenziale, Padova, 2004], che “organizza” le varie posizioni a seconda che:
a) il danno esistenziale si distingua da quello biologico: il primo è il risultato di un’alterazione degli stati emotivi, ma non si traduce in una patologia di natura medico-legale; il secondo è il risultato di una lesione al diritto alla salute costituzionalmente garantito (CENDON, Esistere o non esistere, in Persona e danno, Trattati, Milano, 2004; Trib. Milano 21 ottobre 1999);
b) il danno esistenziale coesista col danno biologico, in ipotesi di illecito lesivo sia del diritto alla salute, sia delle attività realizzatrici della persona umana prive di connotati biologici (App. Torino 4 ottobre 2001);
c) il danno esistenziale venga assorbito dal danno biologico: quest’ultimo va “riferito ad ogni pregiudizio alle attività realizzatrici della persona umana, con riferimento ad ogni ambito e modo in cui il soggetto svolge la sua personalità” (Giudice di Pace Torino 21 marzo 2001). Non è dunque configurabile il danno esistenziale laddove nel concetto di danno biologico rientra pure il “disagio sofferto dalla vittima di lesioni in conseguenza del fatto illecito” e “la sua autonoma liquidazione porterebbe ad una duplicazione risarcitoria” (Trib. Napoli 24 dicembre 1999). “Con il risarcimento del danno alla salute si tende ad attribuire una somma in funzione riparatoria-satisfattiva per la perdita delle utilità esistenziali perdute” (Trib. Venezia 14 gennaio 2003);
d) il danno esistenziale venga assorbito dal danno biologico ma solo nel caso in cui sussiste lesione del diritto alla salute: ragionando al contrario, il primo può essere risarcito soltanto in assenza di lesione alla salute (Trib. Firenze 29 gennaio 2001 e Trib. Taranto 7 dicembre 2001);
e) il danno biologico venga assorbito dal danno esistenziale: quest’ultimo si pone a tutela di tutte le molteplici configurazioni del danno non patrimoniale, compreso, appunto, il danno biologico. Ovvero da esso promanano due ulteriori distinte figure: il danno esistenziale puro, scevro da compromissioni di natura biologica, e il danno biologico-esistenziale, condizionato da componenti biologiche (Trib. Locri 27 settembre 2000);
f) il danno biologico-psichico venga assorbito dal danno esistenziale: il primo viene inteso come sottocategoria del secondo nell’ambito di un sistema di risarcibilità fondato su tre categorie di danno, ossia patrimoniale, morale ed esistenziale e, all’interno di tale ultima categoria rientra il danno biologico che comprende sia il danno biologico di tipo fisico sia il danno psichico (Trib. Lecce 5 ottobre 2001).
Ma la scaturigine del danno biologico è identica a quella del danno esistenziale?
La configurazione giuridica del danno biologico o danno alla salute è opera prevalentemente della giurisprudenza di merito che in un contesto caratterizzato da profondi mutamenti sociali ed economici, ha operato un “aggiustamento” del sistema della tutela giuridica dei diritti elaborando soluzioni che, guidate dal “diritto vivente”, hanno innovato il “diritto codificato” pur nel silenzio della legge. Non a caso il codice civile prende in considerazione la “persona” limitatamente alla sua capacità di produrre reddito, ammettendo la risarcibilità del danno solo in termini di diminuzione di tale capacità, eccezion fatta per il danno non patrimoniale, incastonato nel disposto normativo dell’art. 2059 che prevede la risarcibilità al solo pretium doloris in conseguenza di un fatto costituente reato.
Tra dispute dottrinarie e parametri giurisprudenziali di merito e legittimità intervenne la Corte costituzionale che, con la sentenza 184/1986, individuò il fondamento della risarcibilità del danno biologico nella combinazione tra art. 32 Cost., che tutela il bene salute, e art. 2043 c.c., che sanziona, sulla base del principio del neminem laedere, ogni fatto ingiusto [MONATERI, Alle soglie: la prima vittoria in Cassazione del danno esistenziale, in Danno e resp. 2000, 836-841]. Posto, infatti, che il diritto alla salute va necessariamente ricompreso tra le posizioni soggettive tutelate dalla Carta costituzionale, non può dubitarsi dell’esistenza dell’illecito, con conseguente obbligo alla riparazione, in caso di violazione del medesimo diritto. Il danno biologico costituisce dunque “l’evento del fatto lesivo della salute” ed è danno specifico, “tipo” di danno, da risarcire in via autonoma e prioritaria, sempre e comunque, anche contemporaneamente alle altre, eventuali, voci di danno. In altri termini l’ambito di applicazione dell’art. 2043, in relazione all’art. 32 Cost., deve estendersi fino a prevedere il risarcimento non solo dei danni patrimoniali in senso stretto, ma di tutti i danni che ostacolano, almeno potenzialmente “le attività realizzatrici della persona umana”. In tale nuova accezione rientrano tutte quelle fattispecie di danno – estetico, alla vita relazionale, alla sfera sessuale, ecc. – che la giurisprudenza aveva nel tempo concettualmente elaborato per consentire il risarcimento di lesioni le quali, non incidendo immediatamente sulla capacità di produrre reddito del soggetto danneggiato, sarebbero rimaste orfane di tutela giuridica.
Qualche anno più tardi la stessa Corte costituzionale, con sent. n. 372 del 1994, rivede la propria posizione, sgombrando il campo dalle critiche mosse alla storica sentenza n. 184 del 1986. Quest’ultima, laddove qualifica come “presunto” tale danno, identificandolo col fatto (illecito) lesivo della salute, intende dire che la prova della lesione è, in re ipsa, prova dell’esistenza del danno (atteso che da una seria lesione dell’integrità fisio-psichica difficilmente si può guarire in modo perfetto), non già che questa prova sia sufficiente ai fini del risarcimento. È sempre necessaria la prova ulteriore dell’entità del danno, ossia la dimostrazione che la lesione ha prodotto una perdita di tipo analogo a quello indicato dall’art. 1223 c.c., costituita dalla diminuzione o privazione di un valore personale (non patrimoniale), alla quale il risarcimento deve essere (equitativamente) commisurato.
Se, dunque, il fondamento dell’ingiustizia del danno biologico risiede nel combinato disposto di cui agli artt. 2043 c.c. e 32 Cost. cosa accade se ad essere violata è un’altra posizione soggettiva priva di tutela normativa? A questo punto è necessario procedere ad un riscontro medico-legale della lesione conseguente l’illecito, ovvero all’inadempimento contrattuale laddove si tratti di danno (esistenziale) da contratto. Soltanto non potendo invocare il danno biologico, fuori dei casi di accertamento medico-legale di una patologia della vittima, è necessario verificare se abbia concretamente subito altro tipo di danno quale fattispecie peggiorativa oggettivamente riscontrabile del proprio standard esistenziale: se il danno sussiste ed è conseguenza della violazione della situazione soggettiva costituzionalmente garantita, è innegabile il risarcimento in base alla correlazione tra art. 2043 c.c. e disciplina costituzionale. Ne discende che l’algoritmo interpretativo in base al quale si muove il meccanismo risarcitorio ha la medesima origine [LIBERATI, La liquidazione del danno esistenziale, Padova, 2004; MONATERI, Alle soglie: la prima vittoria in Cassazione del danno esistenziale, in Danno e resp. 2000, 836-841, ]. Peraltro c’è chi sottolinea che tale meccanismo faccia necessariamente ricorso per ambedue le figure di danno alle norme ordinarie (artt. 2043 e 2059 c.c.) in correlazione con i dettami di cui agli artt. 2, 29, 32, 36 e 41 della Costituzione repubblicana finalizzati a salvaguardare i diritti della persona [D’ADDA, I nuovi assetti del danno alla persona: dal danno biologico al «danno esistenziale»?, in Resp. civ. e prev. 2002, 341-359].

2. Danno esistenziale e danno morale: coesistenza o sovrapposizione?

Il danno morale si traduce in “mera sofferenza morale” [CALCAGNI–MEI, Danno morale, danno biologico psichico: aspetti giurisprudenziali e medico-legali, in Aggiornamenti di Medicina Sociale, 4, 153, 1998], una “prostrazione dell’animo, un abbattimento dello spirito” [ROSSETTI, Danno esistenziale: adesione, iconoclastia od epoch?, in Danno e resp. 2000, 209]: il “patema d’animo” e lo “stato di angoscia transeunte” (Corte cost. 372/1994) [in Giust. Civ. 1995, I, 887, con nota di COCO; in Dir. Fam. 1995, 457, con nota di LIOTTA; in Resp. civ. e prev. 1994, con note di SCALFI e GIANNINI; in Vita not. 1995, 613, con nota di BRIGANTE; in Ass. 1995, II, 359, con nota di DE MARCO].
Le ripercussioni negative di cui è permeato il danno esistenziale scorrono lungo un piano inclinato perpendicolare a quello su cui operano i modelli costitutivi del danno morale: “non tanto questione di malinconie, di lamenti notturni, non già cuscini bagnati di lacrime; piuttosto una sequenza di dinamismi alterati, un diverso fare e dover fare (o non più fare), un altro modo di rapportarsi al mondo esterno – città e dintorni, quartiere, condominio, trasporti, servizi, luoghi del tempo libero etc.” [CENDON, Non di sola salute vive l’uomo, in Persona e danno, Trattati, Milano, 2004].
Secondo l’attuale giurisprudenza, la norma sul danno morale di cui all’art. 2059 c.c. si ispira ai medesimi criteri risarcitori “integrali” di cui all’art. 2043 del c.c., e non ha, pertanto, natura indennitaria del pretium doloris, ma considera tutte le sofferenze di ordine psichico e morale che il danneggiato subisca in conseguenza dell’illecito, e si fonda, pertanto, sul principio di cui all’art. 2 della Costituzione, che tutela e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo.
Anche qui le diverse posizioni dottrinarie e le innumerevoli decisioni giurisprudenziali susseguitesi nel tempo sono state “razionalmente catalogate” da parte della dottrina [LIBERATI, La liquidazione del danno esistenziale, Padova, 2004] a seconda che:
a) il danno esistenziale manifesti tratti distintivi più o meno marcati col danno morale: quest’ultimo è essenzialmente un “sentire”, il danno esistenziale è piuttosto un “fare” (cioè un non poter più fare, un dover agire altrimenti). L’uno attiene per sua natura al “dentro”, alla sfera dell’emotività, l’altro concerne il “fuori”, il tempo e lo spazio della vittima [CENDON, Esistere o non esistere, in Persona e danno, Trattati, Milano, 2004; Trib. Palermo 8 giugno 2001; Corte Conti 10Q/2003; Trib. Venezia 14 gennaio 2003]. In particolare se l’origine del danno esistenziale è di natura psichica, esso va identificato in tutte le alterazioni, generate dalla malattia mentale, della “quotidianità” degli individui lesi, mentre il danno morale appartiene alla sfera interiore di chi ha subito il torto (Trib. Agrigento 4 giugno 2001). Spostando l’analisi su di un piano prettamente penalistico, a differenza del danno morale – risarcibile solo in presenza di una fattispecie di reato e commisurato al dolore che la vittima ha intimamente sofferto – e a differenza del danno biologico – consistente nella lesione psicofisica del soggetto, accertabile con criterio medico-legale – il danno esistenziale può definirsi come lesione della personalità del soggetto nel suo modo di essere sia individuale che sociale e che si sostanzia in un’alterazione apprezzabile della qualità della vita consistente in un “agire altrimenti” o in un “non poter più fare come prima” (App. Milano 29 gennaio 2003). Infine va segnalato l’elemento che forse meglio spiega la tesi che sostiene la differenza tra danno morale e danno esistenziale, ossia il modus liquidatorio: è impensabile utilizzare l’analogo sistema risarcitorio per ambedue le tipologie di danno, posto che il danno morale è di norma determinato e liquidato in misura pari a 1/4-1/2 del danno biologico (Giudice di Pace Casamassima 10 giugno 1999);
b) il danno esistenziale non differisca dal danno morale: in pratica se danno esistenziale e danno morale coincidono il primo non può essere risarcito (Trib. Roma 7 marzo 2002);
c) il danno esistenziale vada risarcito solo quando non sussista anche il danno morale: se la legge ammette il risarcimento del danno morale il danno esistenziale non può essere liquidato (Cass. 15449/2002). Invero se il danno esistenziale sussiste e non coincide col danno morale non può essere risarcito solo quando quest’ultimo non è liquidabile: in caso contrario si assisterebbe ad una “ingiusta limitazione risarcitoria”. Viceversa, laddove il danno esistenziale dovesse coincidere con quello morale, non risulterà in nessun caso risarcibile;
d) il danno morale venga assorbito dal danno esistenziale, posto che quest’ultimo ricomprende i risvolti di carattere soggettivo, quali le sofferenze psichiche necessariamente conseguenti al comportamento illecito subito, che non si traducono in lesione del diritto alla salute (Trib. Milano 15 marzo 2001). A sostegno di tale impostazione argomentativa v’è il forte legame tra danno esistenziale e tutela dei diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo che nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, ex art. 2 Cost.

3. Danno esistenziale e danno psichico: coesistenza o esclusione?

Quando dottrina e giurisprudenza erano alle prese con le fatiche interpretative tese a dare autonoma dignità concettuale al danno biologico, quello psichico aveva già raggiunto sufficiente spessore giuridico anche grazie all’opera del capostipite della “scuola triestina” [CENDON, Il prezzo della follia. Lesione della salute mentale e responsabilità civile, Bologna, 1984].
Anche in questo caso le diverse posizioni dottrinarie e giurisprudenziali hanno trovato “sistemazione” grazie all’opera di paziente dottrina [LIBERATI, La liquidazione del danno esistenziale, Padova, 2004] a seconda che:
a) il danno esistenziale si differenzi dal danno psichico: quest’ultimo configura una lesione del diritto alla salute, il primo, viceversa, si muove in una dimensione diversa da quella medica. Mentre infatti il danno psichico è danno-evento/statico (pregiudizio della salute mentale), il danno esistenziale è danno-conseguenza/dinamico (pregiudizio della quotidianità). Ma questa dicotomia non azzera le possibili sincronie tra i due tipi di danno: le alterazioni della quotidianità possono condizionare l’individuo sino al turbamento mentale, così come il danno psichico avrà senz’altro ripercussioni esistenziali [CENDON, Esistere o non esistere, in Persona e danno, Trattati, Milano, 2004];
b) il danno esistenziale rivesta natura psichica, laddove questo ricomprenda tutte le alterazioni – generate dalla malattia mentale – della vita quotidiana del soggetto leso in tutte le sue componenti relazionali (Trib Agrigento 4 giugno 2001);
c) il danno esistenziale non venga risarcito in presenza di danno biologico psichico: posto che il danno psichico – a differenza del danno esistenziale psichico – rientra nell’ambito medico, in presenza di danno biologico psichico, non sussiste danno esistenziale, che invece potrà essere risarcito solo quando il danno psichico non si traduca in lesione al diritto alla salute (Trib Bergamo 24 febbraio 2003);
d) il danno esistenziale abbia come sottocategoria il danno psichico: la matrice giurisprudenziale di tale tesi fa capo ad un caso specifico “la rinuncia forzata ad avere rapporti sessuali col proprio coniuge per impossibilità di quest’ultimo per fatto illecito altrui”. In tal caso il pregiudizio è risarcibile come danno psichico, quale sottocategoria del danno esistenziale in un sistema risarcitorio basato su tre categorie di danno: patrimoniale, morale, esistenziale. All’interno di quest’ultima categoria rientra il danno biologico comprendente il danno biologico di tipo fisico ed il danno psichico (Trib. Lecce 5 ottobre 2001).

4. Danno esistenziale e ulteriori categorie di danno: coesistenza o assorbimento?

Prima dell’avvento della nuova figura di danno esistenziale, la carenza delle tipologie risarcitorie e i limiti posti dal Giudice delle leggi alla risarcibilità del danno biologico e di quello morale, spinse la dottrina e la giurisprudenza ad elaborare ulteriori figure di danno non patrimoniale (alla vita di relazione, estetico, sessuale, alla serenità familiare, edonistico, riflesso, a cascata, indiretto, di rimbalzo) [CENDON, Esistere o non esistere, in Persona e danno, Trattati, Milano, 2004; LIBERATI, La liquidazione del danno esistenziale, Padova, 2004]. Oggi il danno esistenziale è per sua stessa natura capace di assorbire tutte le voci di danno non patrimoniale (passate e future) distinte da quello biologico e morale. Invero – come meglio precisato – laddove ciascuna di tali voci non dovesse essere totalmente assimilata a quella di danno esistenziale, si presenterebbe come sottocategoria di quest’ultimo, conservando così autonomia concettuale.
In particolare, il danno alla vita di relazione, veniva individuato dalla giurisprudenza di legittimità nei casi in cui il danno fisico, oltre a determinare una diminuzione della capacità lavorativa e dunque di guadagno, si ripercuoteva sulla sfera dei rapporti sociali ed economici di un individuo, fino a menomare le sue possibilità di realizzazione (Cass. 1439/1972). La dottrina ritiene che, dopo la comparsa del danno esistenziale, tale fattispecie sia priva di utilità, posto che “nei suoi versanti patrimoniali, la vita di relazione (compromessa) finisce per rifluire interamente” nell’alveo del danno patrimoniale, mentre “in quelli non patrimoniali, essa diventa non più che una faglia, significativa certamente, ma priva di una propria indipendenza, del danno esistenziale” [CENDON-ZIVIZ, Il risarcimento del danno esistenziale, Milano, 2003, 85]. Ma la giurisprudenza ammette ancora una possibile coesistenza tra le due figure. A conferma di tanto è stato sostenuto che l’illegittimo ed arbitrario trattamento dei dati personali per l’invio di offerte pubblicitarie in una casella di posta elettronica utilizzata per scopi personali e professionali per l’attività di avvocato, costituisce, in assenza di consenso da parte del destinatario, illecito ex art. 2043 c.c., per la violazione della normativa sulla privacy. Conseguentemente l’utente ha diritto al “risarcimento del danno alla vita di relazione e del danno esistenziale conseguente alla lesione e al turbamento della qualità della vita” (Giudice di Pace Napoli 10 giugno 2004).
Il danno estetico, invece, da un lato, si traduceva in un danno alla vita di relazione dell’individuo in quanto pregiudicava la sua capacità di acquisire specifiche posizioni sociali – fare carriera, mettere su famiglia, sposarsi (è il caso della bella donna sfregiata alla quale veniva preclusa l’opportunità di sposarsi con uomini facoltosi ed aspirare così ad una vita agiata) – dalle quali promanava un’utilità economicamente valutabile, dall’altro in un danno morale correlato alla sofferenza psichica derivante alla vittima dalla menomazione estetica [CRISAFI, Il danno: profili storici, in I danni risarcibili nella responsabilità civile, vol. I – Il danno in generale, CENDON, Il diritto civile nella giurisprudenza, Torino, 2005].
Ma quale rapporto intercorre tra queste due voci di danno e quello esistenziale?
Posto che il danno esistenziale è individuabile nelle attività realizzatrici della persona che si manifestano nei rapporti relazionali con gli altri, è evidente che il danno alla vita di relazione venga da questo assorbito. Posto, invece, che il danno estetico afferisce alla menomazione della bellezza di un individuo, causata dal comportamento illecito di terzi, risulta meritevole di tutela risarcitoria. Tale voce riveste natura patrimoniale (spese di cura, diminuzione del reddito a causa della difficoltà lavorativa, ecc.), morale (in considerazione delle sofferenze patite), ma anche esistenziale-biologica (non poter più fare o aspirare a fare).
Tra le ulteriori voci di danno (non patrimoniale) elaborate da dottrina e giurisprudenza allo scopo di rimediare alle carenze applicative dell’art. 2059 c.c., e che possono essere messe a confronto con la figura del danno esistenziale, ricordiamo:
a) il danno alla serenità familiare, categoria di danno non patrimoniale completamente assorbito dal danno esistenziale, ove per ambedue le voci è possibile risarcire il danno fuori dai casi di reato;
b) il danno alla reputazione, finalizzato a risarcire il danno provocato dalla lesione all’onore e alla reputazione dell’individuo, anche al di fuori delle ipotesi espressamente previste dalla legge ordinaria (dunque ristoro per danno patrimoniale) con estensione all’universo dei pregiudizi non patrimoniali (Cass. 4881/2001; Cass. 6507/2001). Attualmente dottrina e giurisprudenza sono concordi nel ritenere che il danno esistenziale assorba il danno alla reputazione anche come fattispecie autonoma di pregiudizio;
c) il danno alla riservatezza, consistente nella tutela di quelle situazioni che appartengono alla sfera strettamente personale dell’individuo (le quali, anche se verificatesi al di fuori dell’ambiente eminentemente domestico, non rivestono interesse socialmente apprezzabile per i terzi) contro le ingerenze che sebbene lecitamente compiute, per scopi non necessariamente speculativi e senza offesa per l’onore , la reputazione e il decoro, non risultano, tuttavia, giustificate da preminenti interessi pubblici (Cass. 2129/1975). Tale voce di danno ha ricevuto espresso riconoscimento normativo dal testo unico in materia di trattamento dei dati personali (D.lvo 196/2003) in base al quale chiunque cagiona danno ad altri per effetto del trattamento di dati personali è tenuto al risarcimento ai sensi dell’art. 2050 c.c. (danno conseguenza). Attualmente tale voce di danno è fatta rientrare nell’ambito della categoria del danno esistenziale, posto che la violazione dei dati personali (sotto il profilo del danno non patrimoniale) si traduce in un pregiudizio delle attività realizzatrici dell’individuo leso nella dimensione più intima della sua quotidianità e, dunque, meritevole di risarcimento (danno evento);
d) il danno all’immagine, consistente nella lesione dell’immagine dell’individuo (è il caso del vigile urbano la cui fotografia – a grandezza naturale – era stata posta nei punti di maggior concentrazione di traffico) perché abusivamente utilizzata. Anche tale voce di danno è fatta rientrare pacificamente nell’ambito dell’elastico concetto di danno esistenziale (Trib. Forlì 9 ottobre 2002, contra Trib. Milano 4 febbraio 2002);
e) il danno all’identità personale, consistente nella compromissione della manifestazione della personalità dell’individuo, del “diritto ad essere se stesso” (Trib. Roma 27 marzo 1984). Anche in questo caso tale voce di danno è fatta risalire nell’ambito del danno esistenziale;
f) il danno alla vita sessuale, consistente nella compromissione di una delle più marcate manifestazioni dell’individualità della persona umana e, per ciò stesso, da considerare danno esistenziale. La sessualità esorbita dal rigido ambito medico per rientrare in dimensioni relazionali che attengono alla “mera soddisfazione e gioia esistenziale”, ancorché sussista autonoma risarcibilità in presenza di lesioni del diritto alla salute. A sostenere tale tesi ci ha pensato di recente la Suprema Corte con sent. n. 2311 del 2 febbraio 2007 secondo cui il diritto alla sessualità deve essere inquadrato tra i diritti inviolabili della persona come modus vivendi essenziale per l’espressione e lo sviluppo della persona. Se certo la perdita della sessualità costituisce anche danno biologico (la cui valutazione nelle tabelle medico legali convenzionali supera normalmente il livello della micropermanente e determina un rilevante ritocco del punteggio finale) consequenziale alla lesione per fatto della circolazione, non può ciò nondimeno negarsi che la perdita o la compromissione anche soltanto psichica della sessualità (come avviene nei casi di stupro e di pedofilia) costituisca di per sé un danno esistenziale, la cui rilevanza deve essere autonomamente apprezzata e valutata equitativamente in termini non patrimoniali e con una congrua stima dell’equivalente economico del debito di valore;
g) il danno edonistico, di origine statunitense che parte della giurisprudenza di merito fa rientrare nell’ambito del danno biologico classico, distinguendolo dal danno morale, in ordine al principio (appunto edonistico) che caratterizza i rapporti coniugali o di parentela, quale danno sofferto dal superstite a causa della perdita del godimento del prossimo congiunto (Trib. Firenze 24 febbraio 2000) [CRISAFI, Il danno: profili storici, in I danni risarcibili nella responsabilità civile, vol. I – Il danno in generale, CENDON, Il diritto civile nella giurisprudenza, Torino, 2005]. Altra parte della giurisprudenza e della dottrina identifica il danno in parola come sottocategoria del danno esistenziale in quanto non lesivo né del patrimonio né della salute ma delle forme realizzative della personalità. Ma l’orientamento più accreditato è per un assorbimento di tale voce di danno in quello esistenziale, ciò anche allo scopo di sgombrare il campo da inutili “giustapposizioni e confusioni” [CENDON, Esistere o non esistere, in Persona e danno, Trattati, Milano, 2004; LIBERATI, La liquidazione del danno esistenziale, Padova, 2004];
h) il danno riflesso, che individua le ipotesi di danni risarcibili ai prossimi congiunti del soggetto vittima del fatto lesivo, in ragione del rapporto giuridico che li unisce, ovvero della loro vicinanza con la vittima primaria. Parte della giurisprudenza lo fa rientrare nell’ambito del danno morale (Trib. Palermo 1 giugno 2001 e Trib. Como 12 ottobre 2001), altra parte, invece, nell’ambito del danno esistenziale (Trib. Agrigento 4 giugno 2001) in quanto la lesione, muta le abitudini quotidiane dei prossimi congiunti della vittima, causando danni diretti ed immediati identificabili in termini di perdita di qualità personali [CRISAFI, Il danno: profili storici, in I danni risarcibili nella responsabilità civile, vol. I – Il danno in generale, CENDON, Il diritto civile nella giurisprudenza, Torino, 2005]. Anche in questo caso, però, l’orientamento più accreditato è per un assorbimento di tale voce di danno in quello esistenziale, che “toglie ai contorti riferimenti in esame qualsiasi sovranità o significato pratico” [CENDON, Esistere o non esistere, in Persona e danno, Trattati, Milano, 2004].

5. Conclusioni

Appurato che il danno esistenziale non costituisce una componente o voce né del danno biologico né del danno morale, ma un autonomo titolo di danno, il cui riconoscimento non può prescindere da una specifica allegazione nel ricorso introduttivo del giudizio sulla natura e sulle caratteristiche del pregiudizio medesimo (così Cassazione n. 2546 del 6 febbraio 2007), risulta dunque chiara l’elasticità che lo contraddistingue: esso si evolve, muta al mutare della società, è dinamico nel suo divenire. Gli altri tipi di danno non patrimoniale risultano attanagliati dai dettami di ordine scientifico o fissati su strutture normative consolidate, tanto è vero che la maggior parte di essi ha finito per essere assorbita dalla voracità concettuale del danno esistenziale. Peraltro
Non può essere messa più in discussione la sua consistenza perché ormai è entrato a far parte anche del nostro bagaglio culturale: esso riguarda tutti noi nella nostra quotidianità. È protagonista e leader rispetto a tutte le altre voci di danno: è sui giornali e in tv (per tutti ricordiamo l’immensa eco che ha avuto la pronunzia del giudice di pace di Casoria in ordine al danno esistenziale subito da black out elettrico), è nelle aule dei tribunali e negli uffici del giudice di pace, è sulle scrivanie dei giudici della Suprema Corte e della Consulta.
La quotidianità non è un fatto riservato agli interpreti del diritto ma appartiene ad un livello che va al di là dell’ermeneutica giuridica, quello della gente comune che si fa partecipe e propositiva, che suggerisce soluzioni alternative al dogma normativo. Il danno esistenziale assurge, così, a filamento insostituibile del DNA del nostro ordinamento giuridico.

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