LA LOTTA CONTRO LE BASI

Non basta mettere alla porta i sommergibili nucleari a stelle e strisce, truppe e carri armati che quotidianamente invadono e devastano la Sardegna. Bisogna richiedere la bonifica e il ripristino dell’ambiente, il totale risarcimento dei danni che le macchine da guerra hanno causato in trent’anni di attività. Anche se i danni più gravi sono irrisarcibili: le vite umane stroncate dalla spaventosa incidenza di tumori, non hanno prezzo. Non hanno prezzo adeguato la povertà indotta e le opportunità mancate di sviluppo sostenibile. La lotta contro la presenza militare di Italia, Nato e Usa è sempre stata uno degli elementi qualificanti dell’azione di molti gruppi sorti negli ultimi tempi in Sardegna. Lotta che dovrebbe essere di tutto un popolo, seppure nella diversità di percorsi politici, motivazioni e aspirazioni. “Gettiamo le basi” ha sempre puntato il dito sull’incompatibilità radicale tra le aspirazioni frustrate della Sardegna, terra di pace e di ospitalità, e la realtà programmata nelle alte sfere e resa invisibile ai più, di palestra, fabbrica e piattaforma di guerra. Ha focalizzato l’attenzione sui due più potenti anestetici usati per narcotizzare l’antagonismo popolare: la truffa che le basi militari proteggono l’ambiente e la truffa che le basi militari creano occupazione. Dal primo opuscolo di “Gettiamo le basi”, diventato in breve tempo un best seller ciclostilato in migliaia di copie, si apprende uno degli assunti fondamentali che ha portato alla costituzione di un movimento contro la presenza militare in Sardegna: «Nell’isola il demanio permanentemente impegnato consta di 24000 ettari a fronte dei 16000 di tutto il restante territorio della penisola italiana. A questa cifra vanno sommati i 12000 ettari gravati dalle servitù militari. I dati riferiti alle aree marittime ed agli spazi aerei interdetti, permanentemente o temporaneamente, precisano la reale, abnorme portata della presenza militare in Sardegna. Gli spazi aerei soggetti a servitù sono di fatto incommensurabili. Solo uno dei tratti di mare militarizzato annesso al poligono Salto di Quirra con i suoi i 28400 chilometri quadrati supera l’estensione della super ficie dell’intera Sardegna (23812 chilometri quadrati) ». A questi numeri sconcertanti bisogna aggiungere che nell’isola non sono state semplicemente installate basi militari. È stato fatto di peggio: «La quasi totalità della terra e del mare è stata adibita a poligono permanente, aree di tiro usate dalle truppe di mezzo mondo per le attività militari più devastanti; ovvero perenni esercitazioni a fuoco vivo (life-fire), cioè con vere armi e vero munizionamento da guerra; guerre e combattimenti “simulati” aria-terra-mare; sperimentazione e collaudo di nuovi ordigni bellici, non solo da parte delle forze armate, ma anche dalle grandi imprese private, italiane e straniere, produttrici di sistemi d’arma. Per l’Italia i poligoni sardi sono la gallina dalle uova d’oro, la fonte inesauribile di un flusso ininterrotto di miliardi di lire e di euro. Oltre alle ingenti somme versate dai Paesi Nato ed extra Nato per effettuare le incessanti manovre di guerra, una cifra consistente è pagata con regolarità dalle multinazionali delle armi. Secondo dati forniti nel 2003 dal Pisq, Poligono interforze Salto di Quirra, il costo di un’ora di “affitto” del poligono ammonterebbe a 50mila euro». In questo scenario sono ricorrenti i problemi per la navigazione, il volo civile e le attività di pesca. Difficilmente valutabili i costi in termini di sviluppo bloccato, inquietanti gli interrogativi sulla compatibilità dei vincoli e delle attività militari che li determinano, con sedicenti politiche di tutela ambientale e piani di sviluppo economico.

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