La mancata adozione delle dovute cautele da parte del datore di lavoro-pubblica amministrazione è causa di danno esistenziale

La mancata adozione delle dovute cautele da parte del datore di lavoro-pubblica amministrazione è causa di danno esistenziale

Lo ha stabilito il TAR Emilia Romagna con sentenza n. 200 del 17 febbraio 2006.
Perché questo può valere per un’infermiera professionale, dipendente di una ASL (CASO A), ma non per un militare dipendente del Ministero della difesa? (CASO B)

CASO A
L’infermiera nel 1993 si ferì in servizio con l’ago di una siringa che aveva utilizzato per effettuare un prelievo ematico ad un paziente ricoverato presso il reparto ove lei operava. Quest’ultimo risultava poi affetto da HIV e HCV (epatite C) positivo, nonché da epatite HBV (epatite B). Gli accertamenti disposti sull’interessata circa un anno dopo evidenziarono il suo stato di sieropositività e l’asseritamente avvenuto contagio.
L’interessata propose innanzi al TAR un’azione risarcitoria sostenendo che il contagio fosse conseguente alla violazione, da parte dell’Amministrazione da cui dipendeva all’epoca dei fatti, delle disposizioni che impongono al datore di lavoro di adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica dei prestatori di lavoro; con la conseguenza che andavano fatti gravare sull’Amministrazione predetta, a titolo risarcitorio da responsabilità contrattuale, i danni patiti, consistenti nella lesione della sua integrità fisica e psicologica.
Nella causa vennero ammesse ed assunte le prove testimoniali richieste dalle parti in ordine a taluni profili di fatto rilevanti per la decisione, e venne ordinato all’Azienda sanitaria locale il deposito di copia delle cartelle cliniche relative ai ricoveri del paziente da cui l’interessata afferma di aver contratto la sieropositività. Venne altresì acquisita una consulenza tecnica d’ufficio.
La ricorrente ha agito in giudizio per far valere la responsabilità contrattuale del proprio datore di lavoro (pubblica amministrazione) derivante dalla mancata informazione delle possibili fonti di rischio (nel caso di specie la natura “a rischio” del paziente risultato poi fonte del contagio); dalla mancata messa a disposizione di materiale protettivo specifico; e dalla mancata vigilanza sulla puntuale osservanza, da parte degli operatori, delle misure precauzionali prescritte, onde ottenere il risarcimento dei danni asseritamente derivati dalla inosservanza, da parte del datore stesso, delle specifiche disposizioni antinfortunistiche o comunque inerenti le necessarie cautele connesse ad aspetti specifici del rapporto di lavoro.
Il giudice di primo grado ha riconosciuto la responsabilità del datore di lavoro ed il conseguente obbligo di risarcire i danni che la ricorrente ha subito a causa della condotta colposa precedentemente accertata (peraltro con il limite del concorso della dipendente stessa).
I danni di cui l’interessata chiede il risarcimento sono così articolati:
– danno biologico;
– danno morale;
– perdita della capacità lavorativa;
– danno esistenziale.
In conclusione, il danno da risarcire risulta così quantificato:
• € 100.653,00 per il danno biologico;
• € 301.959,00 per il danno non patrimoniale, diverso dal biologico (€ 50.326,50 per il danno morale soggettivo + € 251.632,50 per i danni derivanti dalla lesione di – ulteriori – interessi costituzionalmente protetti: danno esistenziale);
• € 11.250,00 per il danno da lucro cessante;
per un totale complessivo di € 413.862,00.

CASO B
Il militare nel 1998 viene inviato in missione di pace nello scenario bellico dei Balcani. L’area è completamente contaminata perché si è fatto uso di proiettili all’uranio impoverito, ma lui non lo sa. Quello che il militare sa è che c’è un pericolo di vita, un rischio di morte legato ad un attentato, ad un agguato, ad uno scontro a fuoco. Il militare non conosce i rischi dell’uranio impoverito. Del resto non gli hanno fornito nessun tipo dispositivo di protezione individuale, tanto … si tratta di una missione di pace, lì si va per aiutare, per ricostruire.
Di ritorno dalla guerra il militare scopre di essere malato e che la causa è dovuta alla contaminazione provocata dall’utilizzo di proiettili all’uranio impoverito. Il militare poi muore.
Così i familiari dell’interessato propongono innanzi al TAR un’azione risarcitoria sostenendo che la malattia del loro congiunto sia conseguente alla violazione, da parte dell’Amministrazione da cui dipendeva all’epoca dei fatti, delle disposizioni che impongono al datore di lavoro di adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica dei prestatori di lavoro; con la conseguenza che andavano fatti gravare sull’Amministrazione predetta, a titolo risarcitorio da responsabilità contrattuale, i danni patiti, consistenti nella lesione della sua integrità fisica e psicologica.
I ricorrenti hanno agito in giudizio per far valere la responsabilità contrattuale del datore di lavoro del loro congiunto morto (derivante dalla mancata informazione delle possibili fonti di rischio e, segnatamente, della natura “a rischio” dell’utilizzo di tali munizioni risultato poi fonte della malattia; dalla mancata messa a disposizione di materiale protettivo specifico; e dalla mancata vigilanza sulla puntuale osservanza, da parte degli operatori, delle misure precauzionali prescritte) onde ottenere il risarcimento dei danni asseritamente derivati dalla inosservanza, da parte del datore stesso, delle specifiche disposizioni antinfortunistiche o comunque inerenti le necessarie cautele connesse ad aspetti specifici del rapporto di lavoro.
Il giudice di primo grado non ha riconosciuto la responsabilità del datore di lavoro ed il conseguente obbligo di risarcire i danni che il ricorrente ha subito e che i congiunti hanno patito a causa della condotta colposa precedentemente accertata (dunque danno biologico, danno morale, danno esistenziale).
Ma a questo punto i due casi divergono: l’infermiera viene risarcita il militare no. Perché?
Perché il metro di valutazione prognostico-probabilistico del nesso di causalità vale per l’uno ma non per l’altro caso.

In tema di responsabilità presunta per l’esercizio di attività pericolosa ex art. 2050 c.c., il danneggiato ha il solo onere di provare l’esistenza del nesso causale tra l’attività pericolosa ed il danno subito; incombe invece sull’esercente l’attività pericolosa l’onere di provare di avere adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno (così Cassazione n. 12307 del 1998), per cui onere probatorio dell’attore è solo quello di provare l’esistenza del nesso causale tra l’attività pericolosa e l’evento dannoso e non già il nesso causale tra il danno e l’omissione di cautele dovute da parte dell’esercente l’attività pericolosa.
E allora l’esistenza del nesso eziologico tra l’esposizione a fattori chimici, tossici o radiologici presenti nei territori balcanici (considerato anche l’indebolimento delle difese immunitarie causato dai molteplici vaccini somministratigli in modo con conforme ai protocolli medici, e lo stress) e la formazione tumorale, rivelatasi mortale, dal medesimo contratta, è di elementare comprensione.

Siamo qui di fronte alla c.d. causalità scientifica: il nesso causale si presenta come un problema di conoscenza, la causalità deve rintracciarsi nell’azione che, secondo il miglior metodo scientifico e la migliore esperienza del momento storico, è in grado di provocare l’evento con un’alta percentuale di probabilità. L’individuazione della legge scientifica che spiega l’evento rappresenta il presupposto per affermare che una condotta costituisce la condizione necessaria di un evento.
La Cassazione sottolinea a riguardo che in tema di responsabilità colposa un antecedente può essere configurato come condizione necessaria dell’evento, secondo il modello della sussunzione sotto leggi scientifiche, solo a patto che esso rientri nel novero di quegli antecedenti che, sulla base di una successione regolare conforme ad una legge dotata di validità scientifica (la cosiddetta legge generale di copertura della condotta o dell’evento) portano ad eventi del tipo di quello verificatosi in concreto (così Cassazione n. 4793 del 1991).
Il problema della causalità non riguarda soltanto i reati commissivi, ma anche quelli omissivi. Il nesso di causalità all’interno di questi reati deve essere visto dal punto di vista normativo perché, come detto, legislatore ha equiparato l’omissione non impeditiva all’azione causale.
In ragione di tanto se ne deduce che per aversi nesso di causalità l’evento dannoso o pericoloso deve essere conseguenza dell’omissione, secondo la migliore scienza ed esperienza. La Cassazione con sentenza n. 38344 del 2002 ha specificato che per poter affermare la sussistenza del nesso causale, è necessaria la certezza processuale desunta dal giudice valorizzando tutte le circostanze del caso concreto, secondo un procedimento logico, che consenta di poter ricollegare un evento ad una condotta omissiva al di là di ogni ragionevole dubbio, ossia con elevato grado di credibilità razionale o probabilità logica. La causalità si basa su un giudizio ipotetico-prognostico così articolato: si prende in considerazione l’ipotesi che il soggetto agente si adoperi per eseguire l’azione imposta dalla norma; se l’evento verificatosi molto probabilmente non si sarebbe realizzato, al soggetto sarà addebitabile il reato.

Tra le tante formule elaborate dalla Cassazione ricordiamo:
L’obbligo giuridico di adoperare cautele volte ad impedire eventi dannosi può trovare la sua fonte anche nella precedente attività propria dell’obbligato in quanto generatrice di una situazione di pericolo (Cass. n. 11112 del 1990).
Un antecedente può qualificarsi condizione necessaria di un evento quando la scienza, con le sue leggi, consente di collegarlo all’evento, come condizione indispensabile o “sine qua non”, cosa che avviene, anzitutto, quando esiste una legge scientifica, universale o statistica, di copertura della condotta o dell’evento e, altresì, quando in tutti i processi esplicativi mediante leggi (che sono state, potevano o potrebbero enunciarsi nel loro decorso) un determinato antecedente si manifesta come condizione indispensabile o necessaria dell’evento (Cass. n. 4793 del 1991).
Lo strumento logico di individuazione del nesso di causalità tra comportamento ed evento è rappresentato dalla valutazione, applicandosi regole di esperienza, sul fatto che l’evento si sarebbe verificato, o no, se fosse intervenuta o meno una condotta umana (Cass. n. 8825 del 1993).
In tema di causalità, non può parlarsi di affidamento quando colui che si affida sia in colpa per avere violato determinate norme precauzionali o per avere omesso determinate condotte e, ciononostante, confidi che altri, che gli succede nella stessa posizione di garanzia, elimini la violazione o ponga rimedio alla omissione; sì che ove, anche per l’omissione del successore, si produca l’evento che una certa azione avrebbe dovuto e potuto impedire, l’evento stesso avrà due antecedenti causali, non potendo il secondo configurarsi come fatto eccezionale, sopravvenuto, sufficiente da solo a produrre l’evento (Cass. n. 8006 del 1999).
Il datore di lavoro non può invocare a propria scusa il principio di affidamento assumendo che l’attività del lavoratore era imprevedibile, essendo ciò doppiamente erroneo, da un lato in quanto l’operatività del detto principio riguarda i fatti prevedibili e dall’altro atteso che esso comunque non opera nelle situazioni in cui sussiste una posizione di garanzia, come certamente è quella del datore di lavoro (Cass. n. 12115 del 1999).

Ringrazio l’avv. Angelo Fiore Tartaglia dal cui lavoro ho tratto spunto ed alcuni passaggi dello scritto.

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