Ho "osservato" anch'io, in silenzio, il fermento e l'aspro dibattito
che si è creato intorno ad un punto incandescente del diritto militare:la
riforma del codice penale di pace e quello di guerra.
Ho letto le critiche di Giuristi e ho notato con piacere che il ruolo del giurista
esiste anche nel mondo militare. Vi è una sana coscienza della giustizia.
Ho letto poi le considerazioni svolte da qualche esponente con le stellette
del mondo militare e non ho avuto la medesima condivisione delle loro proposte.
Procedo allora per gradi. La prima considerazione va rivolta ai Giuristi, a
coloro cioè che di professione operano nel mondo del diritto militare.
Ebbene, la riforma del diritto penale militare non deve essere tutta assorbita
nelle tematiche, che anch'io come difensore ho avuto modo di coltivare ed approfondire,
delle missioni di pace che sono anche di guerra o di una strana guerra di pace
(come qualcuno preferisce sostenere), altrimenti la funzione del diritto militare
sarebbe una funzione "a termine", finite le missioni di pace finisce
anche il diritto militare.
In realtà il problema della pace o della guerra, o meglio dello stato
di pace o di quello di guerra è un problema che riguarda più la
Costituzione che un semplice codice penale.
Occorre quindi discorrere non tanto su quella che è una missione militare
in stato di guerra ma su quella che è e deve essere una missione militare
comunque, sia in pace che in guerra.
Dall'esperienza delle missioni cui è stata chiamata a partecipare la
nostra Nazione sono emerse varie difficoltà: il problema della sicurezza
dei militari, la difficoltà per i Tribunali militari di poter giudicare
su qualsiasi fatto connesso a tali missioni, una certa lentezza del diritto
militare ad adattarsi comunque ai nuovi scenari ed alle nuove esigenze connesse
anche alla spinta delle FF.AA. verso un vero esercito professionale.
Di fronte a queste esigenze, tutte vere, ho notato con un certo imbarazzo che
da parte di più di qualcuno si tenti seriamente di rafforzare le chiusure
verso l'esterno e quindi anche verso il controllo della Giustizia, a rendere
incontrollabili oltre che insindacabili le scelte (giuste o sbagliate che siano)
del mondo militare.
Io ritengo invece che la vera democraticità delle Forze Armate consista
non tanto nel renderle una specie di mercato aperto allo sciopero quanto un
settore assai peculiare del pubblico impiego soggetto al pieno controllo della
Giustizia.
Ed allora a ciascuno il suo: al comandante gli onori e le responsabilità
anche di fronte alla legge, ed al soldato i diritti e non solo il rischio della
vita.
Ci sono beni, costituzionalmente protetti, della cui valutazione non ho ancora
letto.
Il diritto all'informazione esiste ed è un bene che non può essere
sacrificato, sempre e comunque, sull'altare del segreto di Stato. Chi appone
il segreto e chi controlla che il segreto sia giustamente apposto ? Dov'è
il giudice?
Anche per i militari, per tutti i militari, dal primo soldato all'ultimo generale,
quello più bravo e capace, esiste una regola di diritto e deve esistere
un Giudice, "terzo ed imparziale".
Non vi è né vi può essere alcuna giustificazione nei tentativi
di introdurre, ancora una volta, i militari nel mondo della "giustizia
per i militari", una volta come giudici, una volta addirittura come difensori.
Non solo il Giudice ma anche e soprattutto la Giustizia deve essere terza. Qui
nessuno vuole una giustizia senza sostanza, una giustizia comunque, simile a
quella dei plotoni di esecuzione dove c'è chi da l'ordine e chi lo esegue.
L'uomo sereno, il militare sereno, vuole la Giustizia con le stesse garanzie
valide per il cittadino comune.
E dei Giudici sereni hanno affermato che anche per il mondo militare vale il
diritto di critica aspra, specie se il militare è un rappresentante di
categoria.
Non condivido, né ho mai condiviso coloro che inneggiano al sindacato
tra i militari, in primo luogo perché un sindacato già esiste
e si chiama rappresentanza, ed in secondo luogo perché non credo che
il "sindacato" possa dare giovamento al mondo militare.
La rappresentanza dovrebbe battersi con civiltà per chiedere una vera
contrattazione e non ritenersi sempre incapace di poter fare o dire.
Vi sono molte persone di buona volontà nella rappresentanza, molte persone
con capacità, intelligenza e talento, da sempre, non capisco però
per quale ragione debbano automortificare il proprio ruolo.
Anche la rappresentanza serve per fare evolvere il mondo ed il diritto militare,
è per questo che è stata concepita e voluta dal legislatore. I
passi in un mondo delicato quale quello militare vanno fatti poco alla volta,
senza scoraggiarsi ma senza neppure accampare scuse.
La vita del militare è sempre una missione, è una continua passione,
come quella di chi si occupa, anche se solo sul fronte della giustizia, del
loro mondo.
Vorrei ora leggere solo cose equilibrate e da uomini che hanno piena coscienza
del proprio ruolo e dell'importanza del compito che hanno da svolgere, convinto
che anche sopra le leggi vi è un Giudice, sempre e comunque.
Angelo Fiore Tartaglia