La Procura militare ha messo sotto inchiesta
quattro piloti dell’Esercito in Iraq: avevano segnalato la mancanza di
protezione antimissile sui loro Chinook
«Ci sentivamo quasi eroi, altro che
ammutinati»
Gli elicotteristi accusati: abbiamo difeso
l’incolumità degli equipaggi, i fatti ci danno ragione
di CARLO MERCURI
ROMA - «Abbiamo fatto il nostro dovere, denunciando
l’inadeguatezza dei Chinook in dotazione, per non mettere a rischio la vita dei
militari trasportati. Invece, il comandante dell’aviazione dell’Esercito, lungi
dall’esprimere apprezzamento per la nostra azione, ci ha pubblicamente additati
come inadatti al servizio e alla missione». Sono le parole dei quattro
elicotteristi rimpatriati da Nassiriya, espresse per bocca del loro avvocato
difensore, Angelo Tartaglia.
Ieri i quattro militari erano a Roma, nello
studio dell’avvocato. Il procuratore militare di Roma, Antonino Intelisano, ha
aperto un fascicolo ipotizzando nei loro confronti l’accusa di ammutinamento: i
quattro elicotteristi si sono rifiutati di volare sui Chinook a Nassiriya
adducendo a motivo del rifiuto le insufficienti protezioni antimissile dei
velivoli. Ammutinamento è accusa grave: se provato, il reato è punito con pene
che vanno dai sei mesi ai tre anni di reclusione.
Dopo aver parlato a lungo
con i quattro elicotteristi, l’avvocato Tartaglia spiega così la linea
difensiva: «I miei assistiti - dice - avevano avanzato più volte ai comandanti
le istanze di provvedere all’adeguamento antimissile dei Chinook. Lo avevano
fatto in Italia, prima di partire; poi in Kuwait, nella base di transito; e
infine a Tallil, in Iraq. Sono uomini coraggiosi - dice Tartaglia - Tutti e
quattro hanno già svolto missioni in Somalia, Albania, Kosovo, Mozambico,
Macedonia. Se hanno fatto quella denuncia l’hanno fatta per non mettere a
repentaglio l’incolumità e la vita dell’equipaggio e dei militari trasportati.
Il pilota infatti, quale comandante dell’aeromobile, è per legge responsabile di
tutto ciò che accade a bordo. D’altro canto - continua l’avvocato Tartaglia -
l’istanza dei quattro piloti ha sortito l’effetto voluto, giacché subito dopo i
comandanti si sono messi ad avviare le pratiche per l’adeguamento dei sistemi di
difesa passiva degli elicotteri».
Ma qual è l’accusa che i quattro piloti
hanno mosso ai loro Chinook? «I miei assistiti sostengono - dice ancora
Tartaglia - che i Chinook in dotazione all’Esercito possiedono un sistema di
rilevamento antimissile che è esclusivamente visivo, e non elettronico, come
invece è quello montato sui velivoli alleati. Quindi - prosegue l’avvocato - non
può esserci l’automatica emissione delle contromisure, e cioè il lancio dei
microrazzi ad altissima temperatura che “ingannano” i missili. Gli elicotteri
dei miei assistiti hanno invece un sistema antimissile che è ancora manuale e
che consiste nell’azionare alcuni pulsanti per prendere le contromisure, ma solo
dopo che si è avvistato il missile diretto ad abbattere il velivolo. Il tempo
utile per questa operazione è di 2-3 secondi. Senonché - dice Tartaglia - questi
“pulsanti di avvistamento” dovrebbero essere tre, uno in testa, uno in coda e un
altro al centro dell’aeromobile. Il fatto è che quello al centro manca, dunque
una parte consistente del velivolo risulta essere senza protezione».
Dopo
l’adeguamento antimissile degli elicotteri seguito alla loro denuncia, i
quattro, che nel frattempo erano stati rimpatriati, «avrebbero voluto tornare a
volare in Iraq - sostiene l’avvocato - e lo avevano espressamente richiesto al
loro comandante. Invece il comandante, lungi dall’esprimere apprezzamento per la
loro azione, li ha pubblicamente additati come inadatti al servizio e alla
missione, omettendo pure di riferire che essi avevano chiesto di essere
reimpiegati nel teatro iracheno».
Secondo l’avvocato Tartaglia, i quattro
militari avrebbero dunque dimostrato «vivo senso del dovere» in un momento in
cui gli elicotteri alleati erano diventati il bersaglio preferito dei
guerriglieri iracheni. Vedremo che ne pensa il procuratore militare.
IL COMANDANTE
«Sono ottimi piloti ma pessimi
soldati»
VITERBO -
«Appena dopo essere partiti per l’Iraq hanno fatto sapere che non si sentivano
sicuri. Per questo sono stati bloccati in Kuwait e fatti rientrare in Italia.
Dopodichè io ho informato la magistratura militare che ha avviato il
procedimento». Il generale Luigi Chiavarelli, comandante dell’Aviazione
dell’Esercito, esprime subito, senza mezzi termini, il suo pensiero nei
confronti dei quattro piloti che hanno sollevato il caso. «Ottimi piloti,
pessimi soldati», dice Chiavarelli. E ricorda che su 113 militari partiti da
Viterbo per l’Iraq, «solo 4 sono stati fatti rientrare». «Dai primi di dicembre,
all’inizio dell’operazione “Antica Babilonia” - continua il comandante
dell’Aviazione dell’Esercito - i nostri elicotteri hanno effettuato quasi 400
ore di volo senza mai alcun incidente. Altrettanto non si può dire degli
elicotteri americani, per altro molto più sofisticati».
Per il generale
Chiavarelli l’operazione era stata predisposta puntando al massimo sulla
sicurezza degli uomini impiegati, sia per quanto riguarda i mezzi impiegati sia
per ciò che concerne l’addestramento: «I Ch47 sono coperti al 100 per cento
dalle minacce operative». E aggiunge: «Fare questo mestiere è comunque una
scelta e chi lo fa deve sapere che i margini di rischio ci sono sempre». Il
generale ricorda di averci parlato con i quattro i quali, secondo lui, «hanno
avuto subito un atteggiamento di cortina fumogena arrampicandosi sugli specchi».
«Non mi davano più affidamento, ed è per questo che sono stati fatti rientrare».
G.T.
Fontana (Fi): per 4 che tornano migliaia
chiedono di partire
ROMA - Arriva in Parlamento la questione dei quattro
elicotteristi che si sono rifiutati di prestare servizio a Nassiriya perchè si
consideravano poco protetti. I Ds chiedono una immediata presenza alla Camera
del governo perchè informi l’aula prima della discussione del decreto di proroga
di partecipazione alle missioni italiane all’estero. Ricorda il capogruppo ds in
commissione Difesa della Camera, Marco Minniti: «Avevamo sollevato con
un'interrogazione parlamentare del 2 dicembre scorso, il tema della sicurezza
dei reparti volo dell'esercito impegnati in Iraq. Non abbiamo ricevuto alcuna
risposta». Avverte l’esponente della Quercia: «Ora è urgente, alla luce della
vicenda che colpisce in prima persona quattro elicotteristi italiani, che il
governo venga in Parlamento prima o nel corso della discussione del decreto di
proroga di partecipazione alle missioni italiane all'estero».
Laconico il
ministro della Difesa, Franco Frattini: «I militari hanno dei doveri. Se uno ha
paura, questo non può incidere sul servizio». A lui risponde indirettamente
Beppe Fioroni (Margherita): «I militari sanno bene quale sia il loro dovere:
quello del governo è garantire la sicurezza dei propri militari all'estero e nel
caso dei quattro elicotteristi era stata chiesta l'adozione di adeguata
strumentazione di difesa passiva che in seguito è stata concessa, anche se in
modo inadeguato. Questo a dimostrare che non si trattava di paura ma di grande
scrupolo e professionalità». Sostiene il segretario del Pdci, Oliviero
Diliberto: «I piloti militari italiani che hanno rifiutato di partire per l'Iraq
possono contare sulla solidarietà mia personale e di tutto il mio partito. Il
loro è un atto di coraggio ed insieme di grande saggezza. Alla Camera ho già
dichiarato che questo governo è il responsabile morale e politico dei morti di
Nassiriya. I nostri militari vengono mandati allo sbaraglio, senza un adeguato
sistema di sicurezza e senza che il governo italiano abbia intessuto rapporti
diplomatici atti a proteggerli».
Replica Gregorio Fontana, deputato FI in
commissione Difesa alla Camera: «Tutti quanti sappiano che per quattro soldati
che chiedono di rientrare, vi sono migliaia di domande di altri militari che
chiedono di partire per le missioni all'estero ed in particolare per quella in
Iraq, tutti orgogliosi di servire il loro Paese impegnato a garantire pace e
sicurezza nel mondo. Un ulteriore segnale estremamente confortante in questo
senso, è il raddoppio delle domande di arruolamento in tutti concorsi militari
registrato in questi mesi». «Nessuno - aggiunge - cerchi di strumentalizzare a
fini politici per sferrare i soliti meschini attacchi al governo Berlusconi, la
vicenda dei quattro piloti che hanno chiesto di rientrare in Italia. Si tratta
di una vicenda umanamente comprensibile».
P.Or
06.03.2004