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Elicotteri Chinook
dell'Aviazione dell'Esercito
(Ansa) |
DAL NOSTRO INVIATO
VITERBO - C’è un
giardinetto davanti casa sua, con un albero di mimosa e un pesco in fiore. La
caserma con la pista dei Chinook è a 20 chilometri. «Parliamo qui, è meglio»,
dice lui sedendosi sulla panchina e accendendo la prima sigaretta. E chiede
subito che il suo nome non compaia. Pilota elicotterista, reggimento Antares,
Cavalleria dell’Aria. Basco azzurro e strisce rosse sulla divisa. Oggi però è in
borghese, perché l’hanno sospeso. Quarantotto anni e più di tremila ore di volo
alle spalle: Somalia, Albania, Turchia, Bosnia, Kosovo, Iraq. È accusato di
ammutinamento. «Sì è vero - esordisce - sono io uno dei 4 dell’oca selvaggia,
come già ci hanno ribattezzati prendendo spunto dal celebre film di guerra. Sono
io uno dei quattro piloti dell’Esercito sotto inchiesta. Ma non vi dirò niente
di più, mi dispiace, la Procura militare ha aperto un fascicolo, anche il mio
avvocato è d’accordo, parlerò solo nelle sedi opportune. Però è chiaro che ormai
il danno è fatto...».
Scusi, che danno?
« Che danno? Ma vi
rendete conto? Cinquantasei milioni di italiani ora pensano che ci siano stati 4
ammutinati a Nassiriya. Quattro soldati che si sono rifiutati di andare in Iraq.
È gravissimo».
Non è vero?
«No, che non è vero. Non solo
noi siamo andati laggiù, a novembre scorso, con i nostri elicotteri, ma abbiamo
anche volato regolarmente. Solo che poi dall’Iraq abbiamo spedito un rapporto al
Comando...».
Un rapporto?
«Sì».
E cosa c’era scritto in quel
rapporto, di tanto grave da far scattare le sospensioni? Forse che i vostri
elicotteri non erano sicuri, perché mancava l’antimissile a bordo?
«Sul rapporto non dico niente, è inutile che insistete. Dico solo che
l’abbiamo fatto per tutelare la vita dei nostri soldati».
Può essere più
preciso?
«No. Però se è vero che prima in Afghanistan e poi a giugno
in Iraq gli americani ci vietarono di volare, una ragione ci sarà stata, no? E
ancora: se tredici Chinook americani sono stati abbattuti nonostante fossero
dotati del sistema automatico di protezione dai missili terra-aria, vuol dire
che anche quegli elicotteri oggi sono diventati vulnerabili, non credete? I
cecchini iracheni l’hanno imparato bene: basta sparare un missile da nord e un
altro da sud in contemporanea ed ecco che il radar di bordo non è più
sufficiente. Ne intercetta uno, ma l’altro missile inesorabilmente va a segno».
E i nostri
Chinook?
«Di questo non parlo, ve l’ho già detto. Ma certo che ora mi
sento molto ferito. Ammutinati noi? Roba da pazzi. Siamo due ufficiali e due
sottufficiali con migliaia di ore di volo alle spalle. Mia moglie ieri ha aperto
il giornale e ha letto che ora rischio fino a tre anni di reclusione».
Non aveva detto
niente a sua moglie?
«Certe cose meglio tenerle per sé. Inutile
caricare di ansie ulteriori chi ti vive vicino. Per fortuna in caserma abbiamo
avvertito molta solidarietà da parte dei nostri colleghi. Quando questa storia
finirà, però, mi aspetto le scuse da tanta gente».
Da chi, per esempio?
«Dai giornali, sicuramente, ma soprattutto dagli ambienti militari.
C’è qualcosa che mi sfugge in questa storia. Io non capisco: noi non volevamo
mica fare guerra all’organizzazione, avevamo mandato quel rapporto pensando
esclusivamente di renderci utili alla causa. Doveva restare una cosa interna.
Invece, poi, è scoppiata la tempesta: non riesco a pensare a che interessi ci
siano dietro, forse qualche vendetta personale, non so. Noi semplicemente ci
siam finiti in mezzo. Cavalleria dell’Aria, mah...».
Un reggimento mitico...
«Bello il nome, vero? Fa pensare in effetti a quel famoso film di
Coppola, Apocalypse now, con gli elicotteri che volano
spinti dalle note di Wagner, ma ormai anche il nome è cambiato. Ci chiamiamo
Aves, Aviazione Esercito e c’è qualcosa evidentemente che non funziona».
C’è grande
amarezza nelle sue parole.
«Sicuro. Noi siamo soldati. Lavoriamo da
sempre con grande passione, siamo stati anche in Valtellina quando ci fu la
spaventosa inondazione eppure i giornali non spesero una parola in favore degli
elicotteristi dell’Esercito. Un lavoro in sordina. Svolto solo per il bene degli
altri. In Somalia il mio elicottero fu colpito da un razzo: a bordo c’erano
sette tonnellate di medicinali destinati alla popolazione. Ricordo che in
Albania organizzavamo dei carichi pazzeschi, anche di 138 persone, dunque molto
al di là del consentito, per salvare tutta quella gente. Ecco, ora, qual è la
ricompensa».
Fabrizio Caccia
6 marzo
2004