Il gesto dei militari italiani in Iraq si presta a interpretazioni diverse
Ammutinati o responsabili? Ardua sentenza


di ALESSANDRO POLITI

AMMUTINAMENTO, la parola evoca masse di soldati torvi e vocianti o sbandati e, inevitabilmente, l'acre fumo dei plotoni d'esecuzione o il lugubre spettacolo delle forche. I cinefili ricordano il comandante nevrotico dell'"Ammutinamento del Caine" oppure i cinici generali di "Orizzonti di gloria" con l'inevitabile epilogo davanti ad una severa corte marziale.
In ogni organizzazione militare la parola è associata ad un disonore e ad una vergogna simili all'oltraggio arrecato alla persona di una donna, ed in effetti si considera che la bandiera stessa sia macchiata dall'insubordinazione dei pochi o dei molti.
Eppure, lungi dall'essere sepolto dal tabù e dalla vergogna, lungi dall'essere persino glorificato dalle controstorie dei vinti oppure riabilitato dalla storia imparziale, l'ammutinamento è un tema di studio professionale per diverse forze armate nel mondo, due tra tutte l'aeronautica statunitense e quella australiana.
La definizione giuridica militare di ammutinamento è estremamente semplice ed associa la sanzione al rifiuto, omissione o ritardo nell'obbedire ad un ordine. Il problema è perché si verifica questa rottura nell'ideale continuità tra ordine ed esecuzione. Se uno guarda anche alla storia militare recente, vedrà che si sono prodotti dei cambiamenti profondi.
Innanzitutto un esempio poco conosciuto di disobbedienza che diventa un diritto/dovere è la tedesca "innere Führung" (la disciplina interna). Essa è stata esplicitamente introdotta nell'ordinamento delle forze armate germaniche dopo il 1945 per evitare appunto una cieca obbedienza ad ordini illegittimi. Non è ovviamente un'autorizzazione in bianco all'ammutinamento, ma è un significativo altolà alla sacralità assoluta dell'ordine dei superiori.
Un altro caso recente di violazione del tradizionale codice di condotta davanti al nemico è quello del battaglione olandese a Srebrenica nel 1995. Davanti allo strapotere delle sanguinarie milizie serbe del comandante Ratko Mladic e senza aver ricevuto alcun ordine significativo di cambiare missione o alcun serio supporto aereo, il colonnello Thom Karremans permise l'ingresso dei nemici nell'enclave mussulmana. Ne risultò un famigerato massacro etnico
Nel '700, epoca di eserciti professionali e guerre limitate, sarebbe stata considerata una resa onorevole, nel XX secolo, sotto l'influsso delle due guerre totali, fu sbrigativamente considerato un atto di codardia. Insomma, il battaglione olandese avrebbe dovuto farsi eroicamente massacrare come il famoso ammiraglio olandese Martin Harpertszoon van Tromp. Ma allora nell'ex-Jugoslavia c'era una missione di pace sotto l'egida dell'Onu, non una guerra totale e l'esercito olandese non aveva affatto la sindrome di van Tromp.
E il dilemma non si risolve facilmente affermando che un esercito professionale debba considerare nel suo pacchetto di servizi anche il rischio della morte. Storicamente sono proprio gli eserciti professionali ad essere i più attenti alle condizioni d'ingaggio di una missione.
I giudici militari faranno serenamente il loro dovere, ma dovranno considerare che in una missione di pace l'ufficiale ha pure il dovere di non rischiare imprudentemente ed inutilmente la vita dei suoi sottoposti, visto che questa è la volontà politica prima e dopo la tragedia di an-Nassiriyya. Ammutinamento o assunzione sino in fondo della propria responsabilità di comando?
 
Domenica 7 Marzo 2004