GLI ITALIANI IN MISSIONE
Nel fortino aspettando il nemico che esplode
Carte da gioco con Saddam e libri per ingannare
il tempo. La libera uscita è un tabù, c'è anche una piccola palestra. Ogni
giorno rastrellamenti a caccia di armi. "Gli sceicchi ci invitavano a pranzo"
dall'inviato Lorenzo Bianchi
NASSIRYA "Avevo un presentimento prima di partire. Sono stato in Somalia e
in Kosovo, ma avvertivo che questa volta era diverso. In Somalia tutto era
chiaro. Sapevamo che appena usciti dalle nostre basi ci avrebbero sparato. Qui
invece hai l'illusione che non stia succedendo assolutamente nulla. Poi, di
punto in bianco, ti piomba addosso l'orrore e non sai da dove viene". Il
colonnello Gianfranco Scalas è l'uomo immagine della missione
"Antica Babilonia". Per la prima volta l'ho sorpreso con gli occhi lucidi, di
prima mattina, molti giorni dopo il massacro nella base "Libeccio", quando la
tensione stava lentamente scemando e cedeva il passo al peso della stanchezza
e alle prime amare riflessioni. "Ficuciello quella mattina non doveva esserci
all'Unità di manovra della Unità specializzata multinazionale", sussurra con
un filo di voce, "gli ho detto io di andare là".
Il colonnello ha ancora negli occhi le immagini dell'arrivo del maresciallo
Silvio Olla nella sua Sardegna. Anche Scalas viene dall'isola. Anche per lui
la Brigata Sassari non è solo una vita e una unità di elite dell'esercito, ma
un modo di identificarsi con la sua terra: "Ad accogliere Silvio c'erano
migliaia di persone. L'Unione Sarda ha pubblicato una sua foto che è stata
esposta in quasi tutte le case. Sono manifestazioni che debbono farci
riflettere. Questa è l'Italia reale".
Il sergente Maurizio Ghiani è uno spilungone segaligno. Sta
con gli occhi incollati alla televisione e mi confida ridendo il soprannome
che gli aveva affibbiato il comandante di plotone Olla: "Mi chiamava carriola
di ossa. Ecco, adesso la carriola di ossa ha le idee assolutamente chiare su
un punto. Bisogna andare avanti. Prima poteva essere solo una questione di
impegno personale e di professionalità. Adesso c'è un imperativo categorico.
Il sacrificio di Silvio deve essere un seme che germoglia e non una pianta che
appassisce e si secca".
In apparenza nulla è cambiato nella base "White Horse", la sede della Italian
Joint Task Force in Iraq. Il check point rumeno che controlla l'accesso di
tanto in tanto si sposta e muta aspetto. Ai blindati si aggiunge qualche
cavallo di frisia. Di notte cala l'oscuramento sistematico. I soldati girano
accendendo minuscole lampadine che proiettano fili sottili di luce rossa. Le
vendono al Px americano, lo spaccio, dell'aeroporto di Tallil, assieme al
mazzo di carte dei 55 ricercati del regime iracheno, quello che vede Saddam
nell'inedito ruolo di asso di picche. L'articolo va molto di moda anche fra i
soldati italiani. Durante la missione irachena la libera uscita è un tabù. Le
carte sono un ottimo sistema per ingannare le lunghe sere passate nelle tende
o nelle camerate. Vicino alla "Cellula pubblica informazione" è stata
attrezzata una piccola palestra artigianale dotata di pesi. Ogni tanto si
sente sbuffare uno scrupoloso cultore della forma fisica, su un sottofondo
musicale di Ricky Martin, Enrique Iglesias, Didù. "Lo sforzo fisico libera la
mente dallo stress. Un po' di materiale che lo hanno lasciato quelli della
Garibaldi. Il resto lo abbiamo procurato noi. Disponiamo anche un piccolo
televisore da quattordici pollici e di un decoder che ci permette di vedere la
Cnn e la Bbc".
Il caporal maggiore scelto Lorenzo Sergis, di Oristano, a
ventotto anni è già un veterano. Ha prestato servizio a Sarajevo per due turni
di sei mesi. È l'autista del comandante, il generale Bruno Stano.
È finito qui perché ha sempre sognato di fare il militare. Aveva le idee
chiare anche a 21 anni, quando si è diplomato in informatica: "Gli ho detto
che potevano darmi qualsiasi voto, perché comunque io avevo già deciso la mia
strada. Volevo aiutare la gente e servire la patria. Sì, la parola è patria.
Quella che gli americani pronunciano senza nessuna vergogna. Non vedo perché
noi non possiamo fare altrettanto". "Olla si rabbuia dormiva con noi. Chi
è rimasto coinvolto in quell'attentato merita rispetto. Non possiamo
assolutamente permetterci il lusso di darla vinta a chi lo ha trucidato. Per
questo semplicissimo motivo la missione deve continuare, con fede e fino in
fondo". Anche se "mancano tanto i piccoli tasselli di quotidianità". Anche se
si è costretti a sognare per mesi la "prima cena con gli amici". Anche se la
fidanzata Emanuela fino a gennaio sarà solo una voce: "A proposito sono stato
molto fortunato. Con il telefonino ho parlato subito con lei e con la mia
famiglia. Prima che i tg dessero la notizia". "Siamo arrabbiati e
impensieriti, ma proprio in questa occasione ho capito che è assolutamente
impossibile fermarsi", ragiona ad alta voce il caporale Mattia Piras.
"Lavoravo e vivevo assieme a Olla ventiquattro ore su ventiquattro. In queste
condizioni si creano legami profondi. Il vuoto è immane". Piras è un ragazzone
sempre sereno e sorridente. Confida il suo semplice sogno per il rientro:
"Dedicare ai miei cari tutto lo spazio che gli ho sottratto in questi mesi".
La percezione della realtà esterna al campo è completamente cambiata. Il
sergente Danilo Fois, 30 anni, della task force "Dimonios", è
impegnato ogni giorno in rastrellamenti alla ricerca di armi, posti di blocco
volanti, incursioni in villaggi sperduti del nord della provincia di Dhi Qar,
un'area apparentemente tranquilla nella quale di tanto in tanto sbucano
mitragliatrici Browning perfettamente oliate e lanciarazzi anticarro. "Siamo
sempre andati in giro per vicoletti e mercatini. Gli sceicchi ci invitavano a
pranzo. Ho pensato che avevo più paura in Italia, prima di partire". E ora?
"C'è un'attenzione moltiplicata, ci stampiamo nel cervello molti particolari.
Ma siamo ancora più uniti di prima". Discretamente affluiscono rinforzi. Gli
incursori della marina del Comsubin sono arrivati con qualche giorno di
anticipo. Dieci elicotteri Ab 412 e Ch 47 del reparto Antares di Viterbo, la
cavalleria dell'aria, saranno presto in zona di operazioni. Isabella
Lo Castro, tenente e psicologa, specializzata in interventi sul
teatro di guerra, ha cominciato le sedute di gruppo con i soccorritori,
medici, infermieri, militari che hanno prestato aiuto. Si riuniscono in sei o
sette per un'ora. Ripercorrono l'accaduto, parlano delle immagini di orrore
che continuano a vedere con gli occhi della memoria. Vengono invitati a
recuperare le proprie abitudini e i propri hobby, il jogging, la lettura. "È
rassicurante", è la motivazione. Il tenente aggiunge un'indicazione
contingente: "Esorto a non passare tutti i momenti liberi davanti alla
televisione. La lettura è molto meglio. Ho scoperto che molti hanno con sé la
Bibbia. Al Px americano vendono addirittura il Vangelo in versione mimetica".
La vita deve continuare.
