GLI OSTAGGI STRANIERI
I ribelli: 'Gli italiani sono
spie'
Roma, 14 aprile 2004 - In una intervista telefonica a Sky
Tg 24 da Baghdad, Jabbar al-Kubaysi, massimo esponente dell'Alleanza Nazionale
Patrottica irachena, ha detto che i quattro ostaggi italiani appartengono ai
servizi segreti italiani e hanno partecipato alle attività di spionaggio contro
la resistenza irachena, prendendo anche parte all'assedio di Fallujah, e che per
questo sono considerati prigionieri di guerra.
"I catturati fanno parte dei
servizi di intelligence e hanno partecipato alle attività di spionaggio contro
la resistenza irachena. Hanno preso parte all'assedio contro la popolazione di
Falluja". Tuttavia, ha aggiunto, "se verificheremo che non hanno partecipato ad
attività di spionaggio, li libereremo".
"Il governo italiano", ha detto
ancora al-Kubaysi, "è comunque responsabile dell'invio delle truppe in Iraq,
azione che ha messo in atto anche contro la volontà del popolo
italiano".
L'Alleanza è un gruppo che cerca di unificare i movimenti di
resistenza armata iracheni in un solo Fronte Politico di Resistenza e di
Liberazione Nazionale.
Kubaysi, un ex esponente del partito Baath (al potere
ai tempi di Saddam Hussein) riparato all'estero dopo aver rotto con il regime, è
rientrato in Iraq alla vigilia della guerra per dirigere la resistenza contro
l'occupazione americana.

Bush:
'Non è un nuovo Vietnam. Sono orgoglioso
dell'Italia'
New York, 14 aprile 2004 - Il presidente George
W. Bush ha dedicato alla situazione in Iraq e all'inchiesta sull'11 settembre la
sua terza conferenza stampa nell'ora di massimo ascolto da quando è alla Casa
Bianca. Bush in impeccabile abito blu e cravatta celeste ha ammesso di parlare
in un momento estremamente delicato, al termine di "una dura settimana di
violenza in Iraq" sottolineando che, se necessario, gli Stati Uniti saranno
pronti a inviare in Iraq nuove truppe.
George Bush è "orgoglioso" del
comportamento dei Paesi alleati in Iraq. Durante la conferenza stampa di ieri
alla Casa Bianca, il presidente americano ha lodato la "incoraggiante
determinazione" dei leader di Italia, Gran Bretagna e Polonia. "Persone di
diversi Paesi stanno sacrificando la propria vita" ha detto Bush, "dobbiamo
onorarle e ringraziarle: sono orgoglioso della coalizione schierata in Iraq".
Il presidente ha riferito di aver avuto recenti conversazioni con il
presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi; con il premier britannico,
Tony Blair, e con il presidente polacco, Alexander Kwasniewski con i quali ha
convenuto che "non è questo il momento di cedere". "Dobbiamo restare saldi" ha
aggiunto, "mentre il nemico cerca di fiaccare la nostra volontà. Resteremo e
porteremo a termine il lavoro".
Cambiare l'Iraq vuol dire cambiare il mondo.
Il presidente ha spiegato in una dichiarazione introduttiva durata quasi 20
minuti che la maggior parte dell'Iraq è stabile e rifiuta la
violenza.
L'origine delle insurrezioni non è dovuta alla resistenza dell'Iraq
al cambiamento, ma a tre ragioni particolari. A Falluja l'insurrezione è
fomentata da nostalgici di Saddam alleati con estremisti islamici. Nella parte
centrale sono invece in azione "terroristi in arrivo da altri Paesi" mentre nel
sud le violenze sono causate dal leader spirituale Muqtaba Al-Sadr, un uomo "che
si dichiara vicino ai gruppi terroristici di Hamas ed Hezbollah".
Bush ha
insistito che l'Iraq è un test per la democrazia e che la battaglia degli
americani è contro terroristi. "Chi mette bombe a Baghdad - ha detto - segue la
stessa strategia di chi ha ucciso centinaia di innocenti sui treni di Madrid, di
chi fa esplodere una bomba tra i ragazzi in una discoteca di Bali, di chi taglia
la gola di un reporter (Daniel Pearl del WSJ) solo perché è ebreo".
Per
questo, nonostante il dolore delle famiglie dei soldati americani uccisi, è
vitale che la data del 30 giugno per il trasferimento dei poteri agli iracheni
sia rispettata a ogni costo, anche se per ottenere questo obiettivo sarà
necessario l'invio di nuove truppe.
Una delle dichiarazioni più forti del
presidente è il rifiuto del riferimento al Vietnam (fatto alcuni giorni fa dal
senatore democratico Ted Kennedy) per descrivere le difficoltà della campagna
irachena. "Ci sarà una promulgazione di diritti civili e di libertà per i
cittadini - ha detto Bush - gli Stati Uniti non sono una potenza imperiale, come
la Germania e il Giappone possono testimoniare, ma di liberazione. Non vogliamo
controllare l'Iraq ma portare fino in fondo il passaggio alla
democrazia".
"Qualunque analogia con quello che succede in Iraq e la guerra
del Vietnam - ha aggiunto - è falsa e costituisce un messaggio sbagliato per le
nostre truppe e per il nemico".
Per consentire il passaggio alla democrazia
serve l'aiuto della popolazione irachena e della comunità internazionale. Se gli
iracheni dovranno dimostrare di essere all'altezza di prendere in mano la
situazione, dalle Nazioni Unite Bush attende una nuova risoluzione sull'Iraq che
faciliti ad altri alleati di farsi avanti per offrire il loro contributo per
fare dell'Iraq un Paese democratico.
Il presidente non ha nascosto la sua
delusione per il comportamento di componenti del neonato esercito iracheno e ha
auspicato che in futuro la Nato avrà un ruolo più formale nella stabilizzazione
del Paese.
"Fino a quel momento - e Bush ha sottolineato che gli Stati Uniti
saranno impegnati per tutto il tempo che servirà - non permetteremo che ci sia
una diffusione del caos e le truppe utilizzaranno ogni mezzo utile a estirpare
la violenza". Le conseguenze di un fallimento in Iraq, secondo il presidente,
sarebbero impensabili.