“Cari genitori, è il 180° giorno che sono a Sarajevo ”, scrive Andrea a casa in una lettera datata 26 febbraio 1999. “Questi sei mesi mi hanno indebolito tanto “, riferisce il ragazzo. Andrea rimane in zona operazioni dal 1° settembre 1998 al 28 febbraio del 1999. Il suo reparto si sistema nella caserma “Tito Barac “.

   “La sera, dopo la lezione di inglese, torniamo al Parliament, un’ex caserma bosniaca, adattata ad alloggi per noi, americani, tedeschi, francesi, spagnoli, danesi, svedesi, inglesi ”, scrive Andrea. E’, questa, uno degli obiettivi più bombardati, anche perché si trattava dell’Accademia Militare. Ed è proprio tra i militari che alloggiano alla “Tito Barac “ che si riscontra, poi, la più alta concentrazione di malati e di decessi a causa dei linfomi.

   Da civile Andrea fa il geometra ma si arruola perché gli piace la divisa. Finita la guerra, nell’ambito del “Programma europeo per la ricostruzione di Sarajevo ”, i comandi alleati richiedono specialisti italiani in teatro, come si dice. Il 3 luglio arriva l’ordine dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, agli inizi di agosto la squadra parte. Direttore dei lavori è il capitano Martinelli, il maresciallo Marotta è il contabile della squadra, Andrea ha l’incarico di assistente di cantiere. Nel videotape girato dai colleghi di Antonaci, scorrono le immagini dei palazzi di Sarajevo, distrutti, come la facoltà di Diritto, per esempio, dove Andrea segue i lavori di ricostruzione.

   “Ci sono altoparlanti sparsi per la città. Ogni giorno, dalle cinque e mezzo di mattina alle undici di sera ascoltiamo, per sei volte al giorno, le preghiere dei musulmani. Qui posso progredire il mio inglese e conoscere le abitudini delle popolazioni locali. Nel Parliament c’è un bar, dove la sera si beve, si parla con i colleghi delle interforze, si balla e si fa casino ”, scrive il sergente maggiore ignaro del destino che l’aspetta.

   Andrea comincia ad accusare colpi di tosse, senza capirne la causa. Al suo rientro a Firenze, marca visita ripetutamente ma nessun ufficiale medico mai esamina il suo stato di salute. Lì c’è la sua fidanzata. Nelle settimane successive al suo rientro, Andrea dimagrisce a vista d’occhio. Preoccupati, i genitori della ragazza si rivolgono ad un parente che lavora all’ospedale Careggi del capoluogo toscano. “Era di sabato “, dice il signor Salvatore.  “Avevano le valigie pronte per un week-end a Cervia. A mezzogiorno, invece, ci arriva una telefonata: ci dicono di andare su che Andrea ha qualche problema. La sera stessa siamo partiti ”. Il sergente maggiore rimane in ospedale una settimana per gli accertamenti. La diagnosi non lascia dubbi: Linfoma di Hodgkin. Andrea si sottopone, così, alla chemioterapia e alla radioterapia. Siamo ad aprile del 2000. Il tumore sembra debellato e i due giovani decidono di sposarsi.

   Nel frattempo, però, muore Salvatore Vacca. E’ il 9 settembre del 1999. E’ la prima delle vittime della “sindrome dei Balcani “. La morte di Salvatore insospettisce Andrea, che si documenta e sa di altri militari colpiti dalla stessa patologia. Gli amici dell’interforze in Bosnia lo tengono informato via e-mail. A settembre i medici del Careggi gli fanno un prelievo di cellule staminali per tentare un autotrapianto e per questo, il 5 dicembre gli fanno la TAC. “Uscì di là che scoppiava dalla gioia che aveva superato, diciamo, questa malattia “, dice mamma Grazia. Il giorno seguente, invece, a causa di complicazioni ai bronchi lo mettono in isolamento. Una settimana dopo, è il 12 dicembre del 2000, il suo cuore cessa di battere “.