L'intervista del Corriere
al capo di stato maggiore dell'Esercito, generale Fraticelli, ha sollevato qualche
meraviglia e perplessità. La denuncia della pesante penalizzazione dell'Esercito
nelle assegnazioni di bilancio e i preannunciati finanziamenti ai programmi
per l'acquisizione di nuove navi e aerei da combattimento sono apparse come
una questione di parrocchia. O peggio. Il Sole 24 ore (Stefano Silvestri) la
definisce "una lotta tra poveracci" e il generale Arpino "uno
sfogo".
Silvestri ammette che Fraticelli sa di cosa parla perché è un
esperto del settore industriale degli armamenti, con evidente allusione al fatto
che i programmi di acquisizione di navi e aerei, di cui oggi lamenta l'inutilità,
sono nati sotto la sua supervisione e in un quadro di larga condivisione tra
tutti i diretti interessati in cambio di altri programmi per l'acquisto di mezzi
terrestri e delle comunicazioni.
Non è difficile collegare tale condivisione con le garanzie di mantenere
gli impegni che hanno determinato l'attribuzione di alti incarichi in servizio
e in pensione ai militari che si sono adoperati per tali programmi. La conclusione
sembra che sia quella di non fare delle tragedie se ora qualcosa è andato
storto e se il "patto di sindacato" si è rotto: fa parte degli
incerti del mestiere. Si può aggiungere che non si può fare della
tragedia se la Marina e l'Aeronautica, per non parlare dei Carabinieri, riescono
a farsi passare finanziamenti o provvedimenti di legge particolarmente favorevoli.
Non è una novità che in materia di lobbying e d'influenza sul
potere economico e politico sono più bravi, settariamente coesi, più
positivi e capaci di collegare i propri interessi con quelli degli interlocutori.
Non è un caso che quando l'Esercito ha avuto generali con queste stesse
capacità hanno finito per lavorare per gli altri anche a scapito dell'Esercito
stesso.
L'Esercito è notoriamente "piagnone" e legato a problemi impopolari:
la leva, i volontari, gli alloggi, le indennità, i mezzi essenziali,
l'assistenza alle famiglie. Ha sempre bisogno di qualcosa e resiste sempre a
qualche richiesta d'immagine e visibilità opponendo motivazioni sempre
razionali ma lugubri come i rischi, le responsabilità, i costi e le vulnerabilità.
Se non viene ascoltato, non casca il mondo: inizia a degradarsi, a perdere di
coesione, di prestigio e alla fine si sfascia magari perdendo una guerra mondiale.
E' un eterno malato a volte immaginario a volte terminale e per questo il suo
disagio non attira consensi, ma anzi li distrae.
Nei confronti di questo presunto malato da anni è in corso un tentativo
di eutanasia. Lo si vorrebbe finalmente consenziente all'autodistruzione, alla
demotivazione, alla ghettizzazione e intanto lo si sfrutta per tutto ciò
che può ancora dare (sempre meno in verità). Al suo capezzale
si sono avvicendati premurosi angeli di tutti i colori, perfino caki, con l'intenzione
di assestare il colpo di grazia.
Se chi ha vissuto questi ultimi anni guardando in alto si fosse rivolto almeno
una volta al basso, si sarebbe accorto che i problemi dell'Esercito non sono
solo di bilancio e di approvvigionamenti e che le soluzioni non potevano dipendere
soltanto dal sorriso condiscendente del ministro di turno o dal patto con l'industria
di turno. Si sarebbe accorto che navi e poltrone vanno di pari passo con aerei
e poltrone, con carri armati e poltrone e, comunque, in carenza di mezzi le
poltrone vanno d'accordo con se stesse.
Poveracci? Sfoghi? Tutto vero e anche in questo l'Esercito s'è distinto
per incongruenza e ambiguità. In passato ci sono stati altri generali
in vari incarichi di responsabilità che il giorno prima della pensione
hanno tentato di uscire sbattendo sommessamente la porta. In alcuni casi si
è trattato di rigurgiti di dignità, tardiva quanto inutile, in
altri di calcolo personale finalizzato a emendare un periodo di servizio frustrante
e inconcludente con una mossa plateale o a guadagnare nuova fiducia, per nuove
poltrone. In alcuni casi, infine, il calcolo si è spinto a cercare d'influenzare
la scelta del proprio successore che invariabilmente ha finito per favorire
qualcuno che non avrebbe certo rischiato la sedia per sostenere posizioni impopolari.
In tutti i casi il gesto non ha mai sortito alcun effetto "politico"
mentre le poltrone e le gratificazioni post pensione si sono congiunte con gli
interessi dei successori cooptati da un sistema di compromessi. Così,
anche il gesto è diventato "pensionabile". D'altro canto all'interno
dell'Esercito il gesto di stizza o d'orgoglio non ha mai lenito il rammarico
per l'uscita anzitempo di un valoroso capo che si sarebbe voluto al suo posto
fino all'ultimo; né ha mai cancellato la disistima verso un generale
che aveva usato l'Esercito per fini personali e ne aveva venduto la primogenitura
o la dignità "per un piatto di lenticchie"; né ha mai
favorito la formazione di dirigenti più determinati o intellettualmente
più indipendenti.
Anzi, il sistema si è sempre di più avviluppato e contorto su
se stesso, arroccato su posizioni di parrocchia, perdendo di vista il quadro
generale della Difesa italiana e della sicurezza internazionale, rivolto al
consenso dell'alto anziché al bene di chi sta in basso, frustrando e
punendo le iniziative e le discussioni e tappando la bocca di chi avesse idee
diverse. Da sempre il primo commento agli sfoghi è: "Ma da che pulpito.."
facendo precipitare nella meschinità qualsiasi intenzione.
Semmai l'intervista, più che commenti sulle intenzioni e sul metodo,
avrebbe dovuto suscitare qualche riflessione sulla tesi dello "sfogo".
Una parte di essa è che l'Esercito fa di più ed è più
importante perché è impegnato in operazioni di pace mentre le
altre forze armate ricevono fondi per acquistare navi e aerei concepiti per
la guerra. A chi? Si chiede il capo. Una tesi e una domanda legittime, ma alle
quali non ci può essere risposta e che invece di rafforzare la richiesta
sacrosanta di maggiore attenzione la indebolisce.
Di certo con l'atteggiamento del "pacifismo di mercato" non si giustificano
le lamentele sui tagli per comprare carri armati e semoventi d'artiglieria.
I compiti istituzionali delle forze armate non sono soltanto le missioni di
peacekeeping e anche queste sono diventate più delle comode etichette
che delle forme d'intervento operativo. Purtroppo è proprio l'abuso della
parola "pace" che ha svilito questo fondamentale principio e bisogno
dell'uomo (specie di quello moderno, frastornato da mille paure) in alibi per
giustificare vere e proprie guerre o interventi di comodo, improntati "al
risparmio" o alla "visibilità" grazie al consenso che
la pace suscita.
E' questa logica che ha abbassato di livello la pace facendola passare da giusto
obiettivo e missione politico-strategica a discutibile e ambiguo compito tattico-operativo
con gravi ripercussioni sulla sicurezza. Ed è stata questa trasposizione
che ha innalzato i rischi operativi per i soldati facendo credere che non fossero
necessarie misure di protezione da teatro di guerra (fino a quando non ci sono
stati i morti) o che non fossero necessari i carri armati (fino a quando non
ci sono stati i morti) e che non fossero necessari elicotteri d'attacco (fino
a quando non ci sono stati i morti).
E' stata questa logica a trasformare il teatro operativo in un vero e proprio
teatro dell'opera ora tragica, ora buffa, ora ispirata al Western Melodrama
tipico delle città fantasma delle Montagne Rocciose. Un palcoscenico
dove si avvicendano il buono e il cattivo, la vedova e gli orfanelli e dove
il pubblico partecipa fischiando e applaudendo ma anche intervenendo direttamente
nella scena.
I rischi sono aumentati per tutti e anche la pace ha perso di prestigio e di
credibilità. Sembra un paradosso, ma è proprio l'argomento della
missione cosiddetta di pace che ha fatto perdere a molte parti sociali, che
di pace s'intendono, la tensione morale per sostenere l'operatività dell'esercito
per uno scopo che tutto sommato possono tranquillamente assolvere le compagnie
di sicurezza private, le Ong o la Croce Rossa.
Se non si recupera la vera cultura della sicurezza e se non si mette in chiaro
in quali situazioni i nostri soldati sono chiamati a operare, l'argomento della
missione di pace potrà soltanto quietare la coscienza dei decisori e
le rimostranze dei pacifisti, ma non servirà né a promuovere gli
ammodernamenti veramente necessari né a rivalutare il ruolo dei nostri
soldati.
Un'altra parte della tesi tocca l'uomo: l'Esercito è fatto di uomini,
il capitale dell'Esercito è l'uomo e incidere sull'Esercito significa
soltanto incidere sugli uomini. Non a caso ogni volta che si parla di tagli
all'Esercito si parla di ridurre gli uomini. In un vizio che neppure i calcoli
più razionali sono riusciti a smontare si indulge nella teoria che l'Esercito
abbia sempre esuberi, che ci siano troppi quadri (ma rispetto a cosa se non
a un numero arbitrario fissato a tavolino?) e che la qualità significhi
necessariamente minore quantità.
All'insegna di questi principi abbiamo avuto riduzioni sostanziali e incrementi
di qualità insoddisfacenti. Nessuno è mai riuscito a determinare
quanto deve essere grande l'Esercito e quanto deve essere efficiente perché
non sono mai stati fissati i limiti di ciò che deve fare. E allora tutto
diventa aleatorio e opinabile e diventa anche giustificato parlare di Esercito
più piccolo e più inefficiente. La verità è che
in queste condizioni per tutte le forze armate non esistono limiti minimi, invalicabili,
di dimensioni e d'efficienza se non quelli che ciascuna di esse si è
imposta con criteri autonomi basati sulla professionalità, sugli impegni
internazionali e, purtroppo, sulla sopravvivenza di una struttura autoreferente.
Mentre le altre forze armate sono riuscite negli anni a "blindare"
la struttura autoreferenziale con una soglia minima numerica e qualitativa stabilita
dagli impegni nazionali e internazionali e dalle esigenze del sistema industriale,
l'Esercito ha continuato nella caduta libera delle ristrutturazioni senza fini
e fine. Mentre le altre forze armate piazzavano propri rappresentanti nelle
sedi decisionali Nato ed europee che riuscivano a trasformare le loro esigenze
in "offerte" e quest'ultime in "richieste vincolanti " delle
varie organizzazioni, l'Esercito, attraverso l'innalzamento degli acquiescenti
e la defezione dei capaci, ondeggiava tra la propensione al suicidio, la liquidazione
fallimentare, l'assalto alla diligenza e l'eutanasia. Tutto in nome dell'uomo.
Per questo è importante capire a quale "uomo" ci riferiamo.
Per una parte consistente dell'apparato militare, politico e industriale che
si concentra sulla tecnologia e preme per innovazioni e approvvigionamenti,
il soldato non è altro che un "affusto semovente non a ruote".
E' un supporto per gli armamenti che bisogna comprare, una specie di albero
di natale da addobbare con vari ammennicoli in genere estremamente costosi e
raramente utilizzati, una specie di albero della cuccagna sul quale appendere
prosciutti e salami, prodotti dai norcini più influenti.
Quest'uomo, quindi, diventa lo strumento per l'acquisizione dei materiali e
l'unità di misura per i cosiddetti investimenti. Il numero di questi
uomini e donne è importantissimo: un soldato vuol dire un fucile, un
elmetto, una serie infinita di uniformi e di scarpe, una pistola, un paio d'occhiali,
un puntatore laser, una maschera Nbc, un pacchetto sanitario, una radio palmare,
un letto, una stanza, un armadietto e così via (tutta roba che costa
un occhio della testa).
Dieci cavalieri vogliono dire due carri Ariete o Centauro o Puma; cinquanta
bersaglieri dieci Dardo; due missilisti un Milan; due elicotteristi un Mangusta
e quattro un Chinook. E ognuno di questi elementi operativi ha bisogno di una
logistica fatta di altri uomini e di altri sistemi, ma in progressione geometrica.
Ecco perché il numero di questi uomini e donne è importante, soprattutto
per coloro che sono interessati all'affusto, all'albero di Natale o a quello
della cuccagna.
Poi c'è l'altra concezione dell'Uomo, quella legata alla sua funzione
di operatore della sicurezza e alle vere esigenze nazionali e internazionali
di sicurezza, quella legata al suo pregio, alla sua professionalità e
quindi al suo valore intrinseco di essere umano e di professionista. Da quindici
anni a questa parte questa dimensione è costantemente sottovalutata.
Nel conteggio delle esigenze sono rimaste prioritarie quelle delle "richieste
vincolanti" di navi e aerei anche quando bisognava mandare uomini. Si è
continuata a fare l'apologia del mezzo sofisticato anche quando a rischiare
c'era il solito contadino campano, con il solito fucile in mano.
Parlare di questi uomini e donne dà fastidio a molti perché ognuno
di essi è fatto di esigenze motivazionali, di educazione, di cooperazione,
di bisogni familiari, di componenti psicologiche e prettamente materiali. Ognuno
di essi, di qualsiasi grado ed estrazione, è importante. Questo soldato
ha bisogno di essere riconosciuto, apprezzato per quello che è e sa fare
e non per quello che può portare addosso o guidare. Ha bisogno di una
famiglia che lo sostenga, di una casa, di una gerarchia che lo comprenda e che
non lo butti a mare a ogni vento sfavorevole o situazione d'imbarazzo.
Egli sa cosa sta facendo nei teatri e mal si adatta ai teatrini. Riconosce i
comandanti dai Pupi. Ma sa anche che con un Esercito ridotto al lumicino e diviso
tra componenti di serie A, B, e giù fino alla Z, la sua sopravvivenza
dipende dalla sua complicità. Una sopravvivenza che diventa sempre più
difficile e che varia a seconda delle sedi stanziali e del numero di giorni
che riesce a fare all'estero.
Da questi elementi dipende quanti debiti riesce ad accumulare e quanti ne riesce
a onorare, quanto possa contare sulla famiglia e quanto possa sognare di costituirsene
una propria. In un esercito che dopo i primi cinque mesi dell'anno non ha più
fondi né per l'addestramento né per gli straordinari, che comunque
bisogna fare, questo soldato non capisce perché gli si chiedano sacrifici.
Perché gli si chieda di abbandonare la mentalità di guarnigione
e il provincialismo e allo stesso tempo non possa staccarsi da una caserma e
avere una casa e un'assistenza adeguate soltanto perché centinaia di
dirigenti militari in pensione, facendosi scudo di casi umani o di vedove altrui,
hanno deciso di appropriarsi delle case che lo Stato destina temporaneamente
a quelli in servizio.
Quest'Uomo, di qualsiasi grado e genere, è un eroe per il solo fatto
di sopravvivere, ma, essendo dell'Esercito, per altri versi, è un inguaribile
Rompipalle. Dà l'anima ai comandanti, al reparto e ai compagni, ma quando
tace non sempre acconsente, quando mugugna accusa, quando ghigna sorprende e
quando sbotta o cerca di dire la sua verità è disposto ad affrontare
il rischio di essere tacciato d'insofferenza, disobbedienza o codardia.
Ma soprattutto è un rompipalle perché viene ferito o muore. Muore
in patria e all'estero, in operazioni e incidenti. Muore quando torna dalle
missioni per malattie che nessuno può o vuole riconoscere come dipendenti
dal servizio prestato. Se c'è una cosa che irrita chi si cura soltanto
di chi sta in alto e che con i subordinati ha costantemente il mento al di sopra
del pomo d'Adamo è la partecipazione ai funerali di questi rompipalle.
A poco vale la considerazione che muoiono proprio perché le ambiguità
li portano a rischiare più del necessario, che muoiono senza il pieno
riconoscimento del loro sacrificio (una semplice medaglia) perché "in
operazioni di pace non spetta", quasi che morire sia colpa loro e che l'etichetta
della pace comporti solo l'obbligo di andare e non quello di tornare. Il numero
di questi uomini e donne è importante per l'Esercito, questa volta, e
i materiali veramente necessari sono in funzione della loro missione e dignità.
Perciò si deve costantemente fare la verifica di quanti ne servono, quanti
ne possiamo formare e quanti ce ne possiamo permettere, al di là dei
velleitarismi e delle discussioni sulla guerra e sulla pace. Perché,
alla fine, è su questi uomini e donne che influisce qualsiasi taglio
finanziario o di personale e la tentazione dell'eutanasia dell'Esercito.
Se Fraticelli si riferisce alla complessa e difficile Missione dell'Esercito,
di cui quella di pace è una delle tante sfaccettature, e se la sua preoccupazione
per l'uomo si riferisce più a questo Uomo che all'affusto, il suo "sfogo"
non può che avere il sostegno di chi ha a cuore la Patria, la Sicurezza
e le Forze Armate, non per recriminare su quanto viene dato agli altri, ma per
rappresentare quanto non viene assegnato all'Esercito che con tali "altri"
è un tutt'uno.
Siamo comunque tutti consapevoli del rischio che le rivendicazioni legittime
vengano strumentalizzate, che vengano liquidate come lotta tra "poveracci"
o, peggio, che si riducano a una guerra di poltrone per altre poltrone e che
tutto ciò comporti l'ennesima presa in giro di chi crede nelle istituzioni
e aggiunga altre giustificazioni al desiderio di eutanasia di questo Esercito
eroico e rompipalle che si ostina a non voler scomparire.