Il caporalmaggiore Domenico Currao, originario di Vibo Valentia, era paracadutista effettivo al 183° reggimento 'Nembo' di Pistoia. Il corpo minato da una forma rarissima di tumore il "rabdomiosarcoma embrionario" che potrebbe essere insorto, e di questo sono convinti i suoi familiari, in seguito all’esposizione alle polveri di uranio impoverito
Pistoia, 11 luglio 2008 - Suo padre lo voleva
carabiniere, o poliziotto. Lui aveva preferito l’esercito e si era
arruolato, volontario, a diciassette anni. E’ morto a 24 anni, il
caporalmaggiore Domenico Currao, originario di Vibo Valentia, paracadutista
effettivo al 183° reggimento 'Nembo' di Pistoia. E’ morto lunedì scorso
all’ospedale del Celio di Roma, il corpo minato da una forma rarissima di tumore
il "rabdomiosarcoma embrionario" che potrebbe essere insorto, e di questo sono
convinti i suoi familiari, in seguito all’esposizione alle polveri di uranio
impoverito.
Per l’osservatorio militare, il cui responsabile, Domenico Leggiero, si mette a disposizione della famiglia, questa è la morte numero 166 a fronte di 2.541 casi di malattie ritenute correlabili all’uranio impoverito contenuto nei proiettili esplosi, soprattutto in Kosovo.
Il caporalmaggiore Currao, dal 2003 a Pistoia, aveva preso parte a tre missioni di pace all’estero. In Kosovo per 5 mesi, nel 2003, in Sudan per 3 mesi, nel 2005 e in Libano per un mese e mezzo, nel 2007. Proprio in Libano, un anno fa, il male aveva dato i primi segni. Il 2 giugno dopo un breve ricovero a Sidone fu riportato in patria a bordo dell’aereo presidenziale e ricoverato al Celio. «Il 2 giugno di quest’anno, esattamente un anno dopo il rimpatrio, ci chiamarono dal Celio per dirci che nostro figlio si era aggravato. Siamo rimasti al suo fianco fino all’ultimo. Il patologo disse che non aveva mai visto una malattia così aggressiva", racconta Toni Currao padre del giovane militare, ma le cure non sono valse a niente.
Per i funerali sono partiti da Pistoia ufficiali e commilitoni, assieme al comandante del Nembo, il colonnello Massimo Mingiardi. Domenico ha avuto gli onori del picchetto e i suoi compagni paracadusti hanno cantato per lui l’inno della Compagnia dei Leoni, a cui il caporalmaggiore apparteneva. Hanno trasportato a spalla la bara e consegnato alla madre, Anna Fortuna, il cuscino col medagliere delle tre missioni di pace e il tricolore.
A Vibo, lo hanno chiamato "eroe di pace". Dalla Calabria, il padre Toni, comandante del carcere minorile di Catanzaro, fa sapere che il figlio "era partito sano dalla caserma prima di recarsi in Libano". E si dice certo degli effetti dell’uranio impoverito: "Lo Stato non lo ammetterà mai, ma diversi medici ci hanno parlato di una connessione, anche se ora non si può provare, fra le particelle sollevate da bombardamenti americani e la malattia. Ma io non faccio niente contro lo Stato. Lo Stato sa cosa deve fare".