«Vittime delle armi all'uranio»
Uno studio rivela: metalli pesanti nei soldati italiani impegnati in Bosnia e Kosovo
ANGELO MASTRANDREA
ROMA
Mercurio, antimonio, zirconio, tungsteno, piombo, titanio, acciaio, cobalto. Sono loro i responsabili di tumori, linfomi, malformazioni genetiche e aborti spontanei che stanno colpendo militari e civili impegnati in zone di guerra come la Bosnia e il Kosovo. E l'uranio? Non c'è materialmente ma è ugualmente responsabile, in quanto queste sostanze trovate nei linfonodi come nei polmoni o nello sperma dei malati si liberano nell'aria solo ad altissime temperature, «3 mila gradi centigradi» come spiega la dottoressa Antonietta Gatti dell'università di Modena, che ha curato un progetto europeo nel quale sono stati esaminati diversi soldati impegnati nei Balcani e in seguito ammalatisi. Dunque sono state con ogni probabilità respirate o ingerite attraverso il cibo in seguito a bombardamenti con proiettili all'uranio impoverito o al tungsteno, gli unici capaci di raggiungere queste temperature. I risultati dello studio, illustrati ieri a Montecitorio, ribaltano le conclusioni della commissione Mandelli, istituita dall'allora ministro Mattarella, che per la verità nella terza e ultima relazione raccomandava ulteriori indagini, e riaprono la questione dell'inquinamento postbellico nei Balcani, ma anche in altre zone di guerra come la Somalia, l'Afghanistan e l'Iraq. Inquinamento fondamentalmente da metalli pesanti, di cui stanno facendo le spese i militari impiegati, ultimo in ordine di tempo il generale Fernando Termentini, impegnato in particolare con l'ong Intersos nello sminamento nei Balcani come in Afghanistan. Ma soprattutto le popolazioni civili, come testimonia un reportage sulla Bosnia di Sigfrido Ranucci trasmesso ieri mattina da Rainews24 e Rai3, «Vittime di pace», che mostra come molti bambini nati con malformazioni o malati di tumori e linfomi siano inviati a curarsi anche in Italia e come nei dintorni di Sarajevo siano aumentati in maniera consistente i casi di linfoma di Hodgkin. I motivi li spiega la dottoressa Gatti: «L'aerosol respirato, così come ciò che si mangia, finisce nel sangue e da qui nel fegato e in altri organi, dove i metalli pesanti, non biodegradabili, si depositano. I linfonodi possono essere considerati un po' la spazzatura dell'organismo, per cui accumulano più particelle e sono maggiormente a rischio».

Solo in Bosnia, nel `95 sono stati sparati 10.800 proiettili anticarro, ognuno dei quali con un rivestimento di 300 grammi di uranio impoverito, e 13 missili Tomahawk, si sospetta con diversi chili di uranio visto che nei dintorni del cratere è stata riscontrata una certa radioattività. Solo ad Hadzici, alla periferia di Sarajevo, sono stati sparati 3.400 proiettili, e in cinque anni i tumori sono aumentati del 70 per cento. Dei militari tornati dai Balcani, dal `95 in poi, se ne sono ammalati 263, 23 dei quali sono morti. Il padre del caporal maggiore Luca Sepe, tornato dal Kosovo con un linfoma e la cui ragazza ha avuto un aborto spontaneo, denuncia l'assenza dello stato «che non ha alcun rispetto per questi drammi». Salvatore Antonacci, un figlio sottufficiale in Bosnia morto per tumore, racconta: «Il 4 novembre del 2000 ho scritto una lettera al procuratore militare di Roma Intelisano. Non ho ancora ricevuto una risposta». E ancora: «Non chiediamo risarcimenti. Vogliamo che i nostri figli vengano ricordati come i morti di Nassiriya».

Uno schieramento trasversale che va dal leghista Eduard Ballaman, questore della Camera, al senatore di Rifondazione Luigi Malabarba, passando per l'ex generale e senatore diessino Lorenzo Forcieri, ora chiede l'istituzione di una commissione parlamentare d'inchiesta, sostenuto dall'Osservatorio creato dal maresciallo Domenico Leggiero per raccogliere materiale e assistere anche legalmente le vittime. «In Italia c'è una catena di depistaggi e di omertà vergognosa che fa letteralmente a pugni con la retorica patriottarda sui nostri "ragazzi eroi"», dice Malabarba, che accusa il ministero della Difesa di rifiutarsi di «fornire al Parlamento i dati sui militari italiani ammalati di leucemia dopo le missioni di guerra». Per questo o si istituisce immediatamente una commissione d'inchiesta oppure «Martino si dimetta».