La guerra d'Africa non fu solo l'epopea di El Alamein ma anche i successivi
e ultimi sei mesi dove i nostri soldati sostennero durissimi combattimenti in
Tunisia, su due fronti: l'8^ armata britannica e le forze anglo americane sbarcate
in Nord Africa nell'autunno del 1942 (operazione Torch).
Alla fine di dicembre del 1942 le forze italo tedesche potevano contare su
circa 100.000 uomini e avevano ricevuto qualche rinforzo corazzato (carri Tigre
tedeschi). Il comando della 1^ armata italo tedesca fu affidato al Generale Messe
dietro precisi ordini di Mussolini mirati ad arrestare le forze avversarie e successivamente
prendere l'iniziativa per una auspicata riconquista della Libia.
Considerata la gravità della situazione, l'esiguità delle forze
e degli armamenti, Messe comunicò a Mussolini i suoi dubbi. La risposta
del Duce fu semplice e ovvia: "resistere comunque ad ogni costo allo scopo
di ritardare, dopo la perdita dell'Africa, il conseguente attacco all'Italia".
Il 6 febbraio 1943 le forze italo tedesche reduci da El Alamein completarono
il dispiegamento lungo il confine libico tunisino. Le unità tedesche agli
ordini di Messe comprendevano la 90^ divisione leggera, la 164^ divisione di fanteria,
la 15^ panzer e la brigata paracadutisti Ramcke (dal nome del suo comandante).
Le truppe italiane comprendevano le divisioni "Giovani Fascisti" (tutti
ragazzi volontari con meno di vent'anni), Pistoia, Centauro, Trieste e La Spezia.
Interessante leggere la valutazione delle truppe (nel loro complesso) che Messe
inviò al comando supremo l'8 febbraio 1943 : " provati nel fisico
e turbati nello spirito. Logori ne sono usciti i materiali. In tutti è
entrata la convinzione che la lotta non può essere decisa dal valore degli
uomini, ma dall'avere disponibilità di mezzi non inferiore a quelli dell'avversario.
Resta ben fermo che tutti osserveranno la consegna di compiere il proprio dovere
fino all'estremo".
La battaglia di Kasserine
Dopo aver raggiunto la linea del Mareth, l'8^ armata inglese di Montgomery
era a corto di fiato e di rifornimenti e quindi incapace temporaneamente di offendere.
Rommel cercò subito la rivincita attaccando sul fronte occidentale tunisino.
Egli prevedeva un attacco sui due settori delle forze alleate, inglese e americano,
in direzione del colle di Kasserine per poi proseguire verso ovest in direzione
di Tebessa, dilagando nella pianura algerina e accerchiando le truppe alleate
che minacciavano la 5^ Armata di von Arnim.
Quest'ultimo disponeva di di circa 150 carri armati, Rommel solamente 50;
vi era la disponibilità di una ventina di cannoni da 88mm.
Il 14 febbraio le unità corazzate di Rommel (10^ e 21^ Panzer Divison)
si lanciarono all'attacco travolgendo le avanzanti formazioni americane; in prossimità
di Sidi Bou Zid, in poche ore vennero distrutti una cinquantina di carri statunitensi.
Nel settore di Gafsa, le truppe americane del generale Robinett, dopo essersi
ritirate su Feriana, il 15 febbraio contrattaccarono: bloccati prima dal potente
fuoco di sbarramento degli 88 tedeschi e poi dai reparti corazzati, gli americani
persero un altro centinaio di carri. A Gafsa finirono nelle mani di Rommel circa
1.400 prigionieri americani.
Il 20 febbraio, reparti della 10^ e 15^ Panzer conquistarono il passo di
Kasserine, travolgendo le truppe americane a difesa della posizione.
Nella disperata battaglia si distinsero per valore e combattività
i bersaglieri del 7° Reggimento, impegnati in durissimi scontri corpo a corpo
contro le truppe alleate; il Comandante del reggimento, Colonnello Bonfanti, cadde
in combattimento alla testa dei suoi bersaglieri mentre li guidava all'assalto
delle posizioni nemiche.
Questo non bastò a fermare l'avanzata alleata.
ENFIDAVILLE
Alla fine, tra contrattacchi e ripiegamenti, il gruppo Armate Afrika vedeva
restringersi sempre di più il proprio spazio di manovra. Lo schieramento
delle forze della 1^ Armata sulla linea di Enfidaville era il seguente (dal mare
verso lìinterno):
XX° Corpo d'Armata(90^ Leichte Division, Divisione Giovani Fascisti,
Divisione Trieste),
XXI° Corpo d'Armata (Divisione Pistoia, 164^ Leichte Division).
In riserva si poteva contare sulla 15^ Panzer Division con solo 15 carri,
il Raggruppamento Piscicelli, un battaglione della Pistoia e due battaglioni di
avieri.
TAKROUNA
I combattimenti a Enfidaville cominciarono il 19 aprile, con il solito bombardamento
delle artiglierie alleate contro le nostre posizioni; vennero prese di mira in
particolare le posizioni sul Garci e sul Takrouna e su questi colli continuò
l'eroica resistenza dei nostri soldati.
Sul Takrouna si distinsero i reparti della Trieste e dei paracadutisti della
Folgore; il presidio della posizione era stato affidato al 1° battaglione
del 66° Reggimento fanteria agli ordini del Capitano Politi, rinforzaato da
un plotone tedesco del 47° Reggimento fanteria, da un plotone mortai da 81
e da due batterie di artiglieria.
A sinistra del Takrouna c'era un altro colle, il Dj Bir, difeso da una compagnia
del 47° Reggimento tedesco.
Il pesante bombardamento dell'artiglieria nemica colpì duramente queste
due posizioni. All'alba del 20 aprile iniziò l'attacco delle fanterie nemiche,
sostenute da mezzi corazzati. Sul caposaldo di Dj Bir, i germanici pur opponendo
una forte resistenza vennero sopraffatti, lasciando aperta la strada per il Takrouna.
Gli assalti nemici vennero fermati dai fanti della Trieste a costo di gravissime
perdite: particolarmente impegnati in furiosi combattimenti corpo a corpo gli
uomini della 2^ compagnia, che dopo aver difeso strenuamente la loro posizione
furono costretti a cedere. La scalata del nemico verso la cima del Takrouna venne
bloccata all'ultimo momento dai tedeschi del 47° Reggimento. Il capitano Politi
guidò personalmente un travolgente contrattacco per respingere le fanterie
nemiche che dilagavano ormai da tutte le direzioni.
Per mantenere la posizione dovettero intervenire le forze tenute in riserva:
due compagnie di parà della Folgore agli ordini del capitano Lombardini
ed una compagnia di Granatieri di Sardegna, agli ordini del sottotenente Delfo
Filetti.
Grazie ai rinforzi il capitano Politi potè riprendere l'iniziativa
contrattaccando ferocemente il nemico: i paracadutisti della Folgore assalirono
le posizioni nemiche, ricacciando i neozelandesi dalle pendici est del colle e
riconquistando il caposaldo della 2^ compagnia. Vennero fatti 150 prigionieri,
tutti appartenenti alla 2^ Divisione neozelandese.
A tal riguardo il Generale Messe scrisse: " sul Takrouna la lotta è
veramente epica; i centri di fuoco sulle falde dell'altura continuano a fulminare
i reparti nemici che vengono letteralmente decimati; anche i nostri elementi sono
assoggettati al fuoco concentrico nemico e al tiro di cecchinaggio da parte di
elementi annidatisi nelle case sulla vetta del cocuzzolo, vero torrione quasi
inacessibile. Contro questi partono all'attacco, col classico slancio dei paracadutisti,
le compagnie del battaglione di formazione Folgore. Per tutto il pomeriggio fino
a sera e nella notte è una vera caccia di casa in casa, di sasso in sasso;
le perdite sono micidiali per entrambi i contendenti ".
Da radio Londra, gli inglesi tentarono di giustificare il loro insuccesso,
giungendo ad affermare: "Sul Takrouna l'Italia ha fatto affluire i suoi migliori
soldati". Un grande riconscimento al valore dei nostri soldati.
Il 21 vennero rinnovati gli attacchi contro il colle; i primi a essere investiti
furono i parà della Folgore, che occupavano ancora il caposaldo della 2^
compagnia. Dopo aver respinto numerosi assalti nemici, i parà vennero alla
fine travolti. Anche sugli altri capisaldi la situazione era gravissima. Nel primo
pomeriggio il capitano Politi inviò al comando della Trieste il seguente
messaggio via radio: "Situazione criticissima, disperata. Abbiamo sparato
le ultime cartucce. Le pedite sono ingenti. Il nemico ha occupato quasi totalmente
le nostre posizioni. Moltissima la fanteria nemica che aumenta sempre. In basso
moltissimi carri armati. Situazione disperata. Fare presto fare presto Politi".
Il generale Messe inviò in soccorso di Politi la 103^ compagnia arditi,
che però non riuscì a raggiungere la posizione a causa del potente
fuoco di sbarramento nemico. Verso le 17.00 di quella stessa giornata, venne captato
dal comando della divisione Trieste un ultimo messaggio proveniente dal Tkrouna:
"La stazione è assalita da elementi nemici". Poi fu il silenzio.
Nella serata del 21 aprile, la posizione del Takrouna poteva considerarsi perduta,
tranne qualche piccolo focolaio di resistenza che continuò a respingere
gli assalti nemici fino al giorno dopo.
Si concludeva così una delle pagine più belle ed epiche della
storia militare italiana, scritte con il sangue dei nostri valorosi combattenti,
che avevano ripercorso le gesta degli eroi di Cheren, Bir El Gobi e di El Alamein.
Bollettino di guerra N. 1062 del 22 aprile 1943
" Nella tenacissima difesa di un elemento avanzato della nostra linea
si è particolarmente distinto il I° battaglione del 66° Reggimento
Fanteria Trieste che, al comando del capitano Mario Politi da Sulmona, ha inflitto
ingenti perdite alle unità neozelandesi attaccanti ".
Sempre il 22 l'attacco nemico si spostò lungo la fascia costiera impegnado
duramente i reparti della divisione Giovani Fascisti e della Trieste. Sul Gerbi,
furono i fanti della Pistoia a respingere i furiosi attacchi nemici. Tra il 27
e il 29 aprile, le forze alleate tentarono ancora di sfondare lungo la costa:
ancora una volta i noistri soldati mantennero saldamente le posizioni. il 30 aprile
la prima battaglia di Enfidaville poteva ritenersi conclusa.
LA SECONDA BATTAGLIA
Malgrado la stenua resistenza delle forze italo tedesche, la morsa si stava
inesorabilmente stringendo intorno a loro. Dopo la caduta di Tunisi e di Biserta,
avvenuta il 7 maggio, in mano alle forze dell'Asse restava solo la penisola di
Capo Bon.
La seconda battaglia di Enfidaville iniziò il 9 maggio: dopo solo
due giorni, l'11, la 5^ Armata di von Arnim depose le armi(intanto Rommel, quasi
alla chetichella aveva da tempo lasciato l'Africa). I reparti italiani in forza
alla 5^ Armata tedesca che operavano nell'estremo nord (5° e 10° bersaglieri,
battaglione Bafile del Rgt. San Marco della Marina) continuarono a combattere
anche dopo la resa dei tedeschi fino al completo esaurimento delle munizioni.
Nella serata dell'11 maggio, Mussolini inviò al generale Messe il
seguente messaggio: "Tutti gli italiani seguono ammirati e fieri le pagine
di storia che la Prima Armata sta scrivendo. Il Paese sarà superbo nei
secoli della gloria che irradia, per virtù di capi e di gregari, dall'ultimo
lembo d'Africa oggi in nostro possesso. Con soldati come quelli della Prima Armata
la Patria può contare sicuramente sul suo avvenire ".
Nella mattinata del 12 maggio, Messe a sua volta inviò un messaggio
al Comando Supremo italiano, sottolineando che la sua Armata non poteva resiste
più a lungo: " La Prima Armata, cui la sorte ha serbato il privilegio
di restare ultima e sola a difendere il tricolore in terra d'Africa, continuerà
fino all'estremo. Il nemico ormai preme da tutte le direzioni: La situazione generale,
l'enorme sproporzione delle forze ed il progressivo esaurimento delle munizioni
di artiglieria, lasciano prevedere che la resistenza non potrà protrarsi
a lungo ".
Alle 11,15 del 12 maggio 1943, Mussolini inviò un nuovo messaggio
per lasciargli carta bianca ed eventualmente trattare la resa:
" Poichè gli scopi della resistenza possono considerarsi raggiunti,
lascio V.E. libera di accettare onorevole resa. A voi e agli eroici superstiti
della Prima Armata rinnoovo il mio ammirato vivissimo elogio ".
Subito dopo, Messe via radio inviò al comando alleato la richiesta
di resa con gli onori della armi. Gli alleati risposero che avrebbero accettato
solo una resa incondizionata. Messe prese tempo.
Solo quando in serata giunse da Roma l'ordine di cessare il combattimento
(insieme alla nomina di Messe a Maresciallo d' Italia), Messe inviò suoi
emissari al comando alleato per ricevere le condizioni di resa. Nello stesso tempo,
il neo Maresciallo d'Italia ordinò la distruzione di tutte le armi pesanti
e automatiche, per evitarne l'utilizzo da parte del nemico.
Alle 12,30 del 13 maggio, Messe comunicò al comando alleato l'accettazione
delle condizioni di resa e a Roma la fine delle ostilità. Prigioniero,
prima di essere portato via, una fonte americana definì il Maresciallo
Messe "triste e serio" mentre in piedi su una autovettura scoperta alleata
salutava per l'ultima volta i suoi soldati che avevano combattuto e difeso strenuamente
l'ultimo lembo d'Africa. Ben gli si attaglia il detto "i vecchi soldati non
muoiono mai".