Stabilito che il 10 febbraio di ogni anno si celebrerà la giornata della memoria per gli eccidi delle foibe e l'esodo degli italiani giuliano dalmati, per non dimenticarre del tutto la nostra costola orientale d'Italia è bene ricordare, in special modo ai giovani, di quali terre stiamo accennando e che cosa abbiamo irreparabilmente perduto, dato anche che molti di noi amano trascorrere qualche giorno di vacanza in mar di "Croazia".
Alla luce anche delle deboli proteste e richieste di indennizzo che il nostro governo sta rivolgendo ai governanti croati prima di cedere definitivamente e concedere il nostro nulla osta all'entrata di questo paese nell'Unione Europea.
Una Croazia che se ne infischia dei nostri sentimenti e risentimenti, delle nostre perdite, dei nostri esodi, delle foibe e di quant'altro. Tanto gli assalitori siamo stati noi e, quel che soprattutto conta, siamo stati gli sconfitti.
Non conta nulla che l'Italia i conti li avrebbe dovuti regolare con la Yugoslavia e non con la Croazia. Non conta nulla che pure la Germania dell'Est sia ritornata in seno alla madre patria. Noi italiani: zitti e mosche.
Unica voce e presenza attiva che si è fatta sentire e vedere in questi giorni è stata quella del coraggioso Generale Mazzaroli, sindaco del libero comune di Pola in esilio al quale va tutta la mia stima e affetto di italiano.

La Dalmazia non fu mai, per storia e civiltà, terra balcanica, nemmeno per posizione geografica, tutta protesa nel Mar Mediterraneo ( mare di mezzo o, meglio, Mare Nostrum). Trattasi di terra italianacome da sempre sancito in tutti i trattati di geografia anche anteriori alla separazione del Veneto dalle terre della sponda orientale dell'Adriatico, separazione avvenuta nel 1866. La dalmazia si trova entro quella corona delle alpi che sono da sempre il "confine naturale d'Italia".

E' impossibile cancellare dalla memoria collettiva italiana la Dalmazia veneziana e la piccola, ma gloriosa repubblica marinara di Ragusa (ora Dubrovnik), superba della sua indipendenza romano-italica e durata fino al 1808 quando fu scarificata alle brame di Napoleone. La costa dalmata è situata fronte all'Italia grazie al Mar Adriatico (l'amarissimo come lo chiamava D'Annunzio). Il mare non disgiunge i popoli, il monte, alle volte, si. L'Adriatico è un lago latino, italiano per lingua, storia e civiltà. Naturale quindi che la Venezia Giulia abbia sempre seguito e partecipato alla vita italiana come tutte le nostre regioni e, qualche volta, più di tutte.

I primi abitanti della Dalmazia pare siano stati gli Illiri che scomparvero dalla scena senza lasciare molti segni del loro passaggio. Roma occupò la Dalmazia all'inizio del secondo secolo a.C. senza più perderla. La popolazione di allora era formata da colonie romane con propri municipi in città e borgate, sparse sulle isole, sulla costa e all'interno. Citiamo solamente Epidaurum, Narona e Scardona (oltre 200.000 abitanti). Solamente dopo il VII secolo d.C. queste contrade videro insediarsi le prime genti slave di serbi e croati provenienti con tutta probabilità dalle terre russe.

L'opera "De amministrando imperio" di Flavio Costantino VII detto Porfirogenito, Imperatore di Bisanzio, grande storico e scrittore di quei tempi, ci informa delle terre che erano a lui soggette e si rimane meravigliati dalle dalle descrizioni precise e dettagliate dei luoghi riportate dall'imperatore romano, quasi come una odierna illustrazione. Un solo esempio: "il nome Rausium che si da a Ragusa, non è già proprio del dialetto romano dalmato, ma è detta Lau, che significa precipizio perchè situata in luoghi dirupati e i suoi cittadini diconsi Lausini, cioè abitanti del precipizio e che, con il passar del tempo, vennero chiamati Rausii infine Ragusei". L'imperatore Diocleziano era innamorato della Dalmazia tanto da denominare romani i dalmati. Si ha motivo di credere che egli abbia fondato Spalato e la abbia cinta delle sue imponenti mura con all'interno il maestoso palazzo dove volle concludere la sua vita. Spalato infatti deriva la latina Palatium. Dopo Roma e Pompei pare che sia la città più ricca di vestigia romane. Dopo alterni contrasti con le popolazioni slave che si insediarono nell'interno dalmato, grazie al buon governo di Costantino, fiorirono per secoli, tra le diverse etnie, scambi, commerci, amicizie e parentele.

Venezia iniziò a estendere il suo dominio sulla costa dalmata sin dal 998, continuando le gloriose tradizioni di civiltà latina e italiana per ben otto secoli, fino al 1977, anno che vede la caduta della "Serenissima Veneta Repubblica" per mano di Napoleone. Con il dominio della "serenissima" si impose il dialetto veneto, ancora parlato dagli italiani di quella sponda orientale dell'Adriatico.

L'impero asburgico, con il suo dominio sulle terre dalmate, non riuscì mai a strappare dalla vita sociale degli istriani e dei dalmati il predominio morale e intellettuale dell'elemento italiano. Ci riuscì in seguito Tito con tutte le conseguenze che conosciamo. Come riportato, Venezia fu sempre rispettosa delle libertà statutarie della Dalmazia. Tali libertà continuarono a evolversi con riforme successive, di pari passo con il resto della nostra nazione. Le glorie della scienza e della letteratura dalmata sono unicamente italiane, senza voler dimenticare i quattro imperataori dalmati di Roma, fra i quali eccelle Diocleziano. Tanto per citare qualche Grande: Niccolò Tommaseo e Daniele Manin( forse anche Marco Polo che si dice sia nato presso l'isola di Corzula). La Dalmazia intera è testimonianza dell'arte italiana di tutti i secoli. Come possiamo dimenticare le ultime parole del conte Viscovich rivolto alla popolazione che gremiva il duopmo di Perasto, in lacrime, nell'agosto del 1797 (caduta della repubblica mano militare di Napoleone con conseguente graziosa regalia dell'Istria e della Dalmazia all'impero asburgico). Il Viscovich, durante una solenne cerimonia, riponeva sull'altar maggiore le ultime insegne di San Marco, ecco le sue parole in dialetto veneto: "Nu con ti, ti con nu o San Marco" e rivolgendosi al nipote che gli stava a fianco: "inzenocite anche ti, basile le insegne e tienile a mente per tuta la vita".

Ora che tutti ci suggeriscono di avere memoria per il passato, soprattutto quello glorioso, e che l'Istria e la Dalmazia non sono più italiane da tanto tempo, ricordiamoci allora che la civiltà italiana su queste nostre terre non potrà essere distrutta e messa in dubbio da alcuno di questo mondo.
Ricordanndo così chi siamo e da dove veniamo noi potremo serenamente rispondere alla non tanto nascosta anti italianità di Slovenia e Croazia con il motto del nostro "leone": "Pax tibi, Marce.

Andrea SANTAROSSA