Luca è nato a
Napoli nel 1977. A tredici anni aveva deciso che avrebbe fatto il militare di
professione. A venti ha mantenuto la promessa. Si è arruolato. Non per soldi.
E’ che gli era sempre piaciuto portare la divisa. E portarla con onore.
Antonio era
di Cardito, vicino Napoli. Anche lui si era arruolato a vent’anni. Era
disoccupato, voleva sposarsi. Nel Sud, l’Esercito per molti è un posto di
lavoro.
Luca e Antonio si sono conosciuti durante il
corso d’addestramento, a Verona. Si sono specializzati nelle trasmissioni, poi
li hanno trasferiti insieme a Milano.
Luca è andato in missione di pace in Kosovo per
la prima volta nell’ottobre 1999. Ed è rientrato a gennaio del 2000. Il suo
compito era di bonificare tutte le linee di comunicazione distrutte dai
bombardamenti – tralicci, antenne, centrali - e ripristinare un nuovo sistema
di trasmissioni tra l’Italia e la zona operativa.
Anche Antonio era andato in Kosovo a bonificare
le linee di comunicazione.
La paga di Luca e Antonio, la paga di tutti i
soldati italiani in Kosovo, era di 68 dollari al giorno: più di quattro milioni
al mese. Un’ottima paga, a vent’anni. Luca i soldi li metteva da parte per
quando sarebbe tornato a Napoli. Antonio invece li aveva già investiti in una
piccola casa, finalmente si sarebbe sposato.
Nessuno gli aveva parlato di Uranio Impoverito,
prima di partire per la missione. Nessuno gli aveva mai fatto cenno a
precauzioni da prendere nei siti bombardati. La stessa divisa che indossavano in
Italia, la portavano anche lì. La mimetica no. Tanto la mimetica non protegge
niente. Vedevano i militari degli altri eserciti – gli americani, i tedeschi -
con tute speciali che non avevano mai visto. Avevano anche maschere, guanti. Ma
allora Luca e Antonio non capivano, non sapevano. Lavoravano a mani nude e
respiravano la terra sollevata dai carri armati. C’era puzza e c’era polvere.
Sembrava quasi di stare a Napoli, in mezzo al traffico.
Quando cominciarono a circolare le prime voci
sull’Uranio Impoverito, Luca si mise a rapporto. Il comandante lo ascoltò e
disse: “Non ti preoccupare, sono tutti fanatici, la cosa qua è tranquilla. E
poi sono un tuo superiore, mi devi credere”.
Uranio
L’Uranio è un metallo
radioattivo. Simbolo: U. Numero atomico: 92. Lo scopre Martin Heinrich Klaproth
nel 1789, l’anno della rivoluzione francese. Klaproth è tedesco, fa il
farmacista e siccome le storie personali s’intrecciano sempre con il futuro del
mondo, insegna pure chimica alla Scuola d’Artiglieria di Berlino. A Parigi sono
i giorni della rivolta del Terzo Stato e della presa della Bastiglia. In
America, quelli del primo congresso federale che elegge George Washington alla
presidenza. Ma evidentemente Klaproth sta più con la testa fra le nuvole che
coi piedi per terra. Invece di battezzare il nuovo metallo Robespierre o magari
New York, gli dà il nome del pianeta Urano – anche quello appena scoperto.
La mitologia racconta che Urano fosse
figlio e sposo di Gea (la Terra) con cui generò Titani e Ciclopi. Contro di lui
insorse Crono, il figlio più giovane. Che, aizzato dalla madre, lo evirò con un
falcetto. Dal suo sangue nacquero i Giganti e le Erinni. Dalla spuma dei suoi
genitali precipitati in mare, emerse Afrodite.
Ma la storia dell’uranio non ha mai
prodotto amore. Un secolo e mezzo dopo, il 24 dicembre del 1938, Otto Hahn – un
ex allievo di Albert Einstein a Berlino – bombarda il nucleo dell’atomo di
uranio e riesce a dividerlo in due. L’energia sprigionata da questa prima
fissione nucleare è enorme. Non è soltanto la vigilia di un natale qualunque,
siamo alla vigilia della costruzione della prima bomba atomica. Ma stavolta il
progetto avrà un nome che fa spettacolo: Manhattan.
Dopo la Grande Guerra – la Seconda, tanto per
intenderci – l'uranio diventa di importanza strategica. Il potenziale è
straordinario. Per produrre 60.000 Kilowatt d’elettricità in un impianto
tradizionale, servono 18mila tonnellate di carbone al mese. In un impianto
nucleare, bastano 7 chili di uranio. Dài a tirar sù centrali. Anche nelle bombe
l’effetto è straordinario. Quella sganciata il 6 agosto 1945 sopra Hiroscima
era lunga 7 metri e pesava solo 4 tonnellate, ma produsse nel cielo un fungo
alto dieci chilometri e fece secche all’istante 186.000 persone.
Oggi un’atomica non si nega a
nessuno. In gran segreto, ne conserviamo anche noi in Italia due o tre dozzine.
Sono stoccate nelle basi di Ghedi e di Aviano. La chiave naturalmente ce
l’hanno gli americani, ma il parcheggio lo pagano a noi.
Il
ricco e il povero
L’uranio naturale contiene tre isotopi. Fate
conto una palla col 99 per cento di U-238, meno dell’1 per cento di U-235, e
una spolveratina di U-234. Bombe e combustibile per centrali contengono solo
U-235, ottenuto con un processo d’arricchimento che da una parte produce un
minerale arricchito nella frazione 235, e dall'altra un minerale arricchito
nella frazione 238. Il primo si chiama Uranio Arricchito. Il secondo, Uranio
Impoverito. Per separarli va utilizzata la differenza nella massa dei loro
atomi, che nell’uranio naturale è bassissima. Per questo le tecniche di
separazione producono effetti deboli. Il problema si può superare con una
catena di arricchimenti successivi. La chiamano: cascata.
Nella cascata accade più o meno quello che
succede quando si distilla la grappa. Il prodotto iniziale – la vinaccia – è
povero di alcol mentre quello finale è ricco di alcol. Tuttavia, non è mai
possibile ottenere alcol puro: un po' resterà sempre nella scoria (come succede
coi resti della vinaccia dopo la distillazione) e un po' d'acqua resterà nel
prodotto finito (la grappa). Così, anche l'Uranio Impoverito mantiene sempre
una piccola percentuale dell’isotopo radioattivo: U-235.
Coppa
America
L'Uranio Impoverito è utilizzato in
vari settori dell'industria civile. Perché ha un’alta densità, cioè un rapporto
favorevole tra volume e peso. Perché costa poco. E poi perché ce ne è tanto. Da
mezzo secolo viene accumulato sotto forma di materiale di scarto radioattivo.
Solo in America, più di 700mila tonnellate.
Quando andate a farvi una lastra, tra voi e il
radiologo è più che probabile che ci sia una schermatura all’Uranio Impoverito.
Se prendete un Jumbo, sappiate che dentro alettoni e piani di coda c’è Uranio
Impoverito (su ogni Boeing 747, quasi 15 quintali). Lo
usano per costruire i pesi che fanno affondare le strumentazioni nel fango dei
pozzi petroliferi. E pure nelle derive degli yacht da competizione. Avete
presente le barche di Coppa America? C’è Uranio Impoverito anche lì.
Negli anni Sessanta le fabbriche d’armi scoprono
che l’U-238 è perfetto nelle testate delle munizioni
anticarro: costa meno del tungsteno monocristallino e perfora le corazze come
fossero di burro. Poi c’è anche un’altra ragione a favore dell’Uranio
Impoverito. Una ragione politica: gli Stati Uniti importano metà del fabbisogno
di tungsteno dalla Cina, "alleato poco affidabile" in caso di guerra.
Visto che nel settore degli
armamenti funziona più o meno come col maiale – cioè, non si butta mai niente –
tutto l’U-238 che marcisce nei depositi viene acquistato dalle fabbriche che
lavorano per le forze armate americane e così la produzione di munizioni
all’Uranio Impoverito può cominciare in grande stile.
Una munizione a base di U-238 è
composta da un rivestimento e un penetratore. Quando viene sparata, funziona
così: il processo di penetrazione polverizza gran parte dell'uranio, che
esplode in frammenti incandescenti appena colpisce l'aria dall'altra parte
della corazza, aumentandone l'effetto distruttivo. Quando un penetratore
all'Uranio Impoverito colpisce un obiettivo o quando un carro armato con
corazza all'U-238 prende fuoco, l'Uranio Impoverito brucia e si ossida in
piccole particelle. I penetratori all'U-238 che non colpiscono l'obiettivo
possono rimanere sul suolo, essere sepolti o sommersi nell'acqua. Ma nel corso
del tempo prima a poi si ossideranno, disgregandosi in polvere di uranio.
La grandezza delle particelle di
uranio create, la facilità con cui possono essere inalate o ingerite e la loro
capacità di muoversi attraverso l'aria, la terra, l'acqua o nel corpo di una
persona dipendono dalla maniera in cui si è polverizzato l'U-238. I test
dell'US Army hanno dimostrato che quando un penetratore all'U-238 colpisce un
obiettivo, dal 20 al 70% del penetratore brucia e si ossida in piccole particelle.
Quindi, nell'impatto di un proiettile da 120mm contro un bersaglio corazzato si
liberano da 0.9 a 3 chilogrammi di polvere di uranio radioattiva e altamente
tossica. Un carro colpito da tre di queste munizioni e tutta l'area attorno
vengono contaminati da 3 fino a 9 chilogrammi di polvere di uranio.
Nel 1990, la Science Applications
International Corporation (SAIC) mette a confronto munizioni al tungsteno e
all’U-238, concludendo che "sebbene si conoscano meglio gli effetti
sanitari delle leghe di uranio di quelli delle leghe di tungsteno, le
informazioni comparabili sulla tossicità chimica indicano che l'Uranio
Impoverito insolubile è 25 volte più tossico del tungsteno insolubile e che
l'Uranio Impoverito solubile è 20 volte più tossico del tungsteno solubile”.
Ovvero: "Le necessità di decontaminazione delle basi e del campo di
battaglia e l'esposizione in combattimento dei soldati sembrerebbero favorire
il tungsteno”.
Sindrome del Golfo
Ma il rapporto arriva troppo in
ritardo per essere preso in seria considerazione. La
notte del 16 gennaio 1991 comincia la prima Guerra del Golfo. Bush padre contro
Saddam padre. E’ la guerra delle cosiddette bombe intelligenti, quelle che
secondo gli strateghi fanno lo slalom in mezzo alle abitazioni e ai civili per poi colpire soltanto il bersaglio assegnato.
Per due mesi ci riempiono di filmini che spiegano la rava e la fava della
meravigliosa macchina da guerra. Poi, a Kuwait liberato, si scopre che sono
solo puttanate. I militari e civili iracheni uccisi dalla tecnologia
intelligente sono più di 300mila. E 35 militari americani morti su 146 (uno su
quattro, il 25 per cento) sono vittime del Friendly Fire, il Fuoco Amico. Cioè,
si sono ammazzati fra loro. Quasi tutti sono stati polverizzati – o meglio,
sono stati smaterializzati – da proiettili all’U-238 sparati da aerei e carri
armati.
Secondo l’U.S. Army Environmental
Policy Institute, durante Desert Storm sono state utilizzate 940mila pallottole
da 30 millimetri e 14mila proiettili di grande calibro all'Uranio Impoverito.
Pari a circa 300 tonnellate di U-238 (meno della metà di quello disponibile sul
mercato Usa). Tra 300 e 800 tonnellate di polveri e particelle
di U-238 sono disperse sul territorio del Kuwait, dell'Arabia Saudita e
dell'Iraq. La conseguenza è che centinaia di migliaia di civili e militari
hanno subito e subiranno le conseguenze dell'esposizione a queste armi
radioattive.
Dei 697.000 soldati americani che hanno
servito nel Golfo, nei mesi successivi più di 90.000 accusano malesseri. I
sintomi comprendono: disfunzioni epatiche, renali, respiratorie, perdita di
memoria, cefalee, febbre, bassa pressione, diarrea, irritazioni cutanee,
stanchezza cronica, depressione, impotenza. Passano gli anni e cominciano ad
essere denunciate leucemie, sindromi da immunodeficienza, malformazioni
genetiche dei figli concepiti dopo il conflitto. L’U-238 è in cima alla lista
dei sospetti di questa malattia. La chiamano “Sindrome del Golfo”.
Che stress
Casa Bianca e Pentagono respingono le
accuse, ma nel 1994 il presidente Bill Clinton è costretto a nominare una
commissione d’inchiesta sulle "malattie dei veterani della Guerra del
Golfo". Nel 1996 il Pentagono ammette per la prima volta che 20,000
soldati sono stati esposti all'effetto di agenti chimici durante la distruzione
dei depositi di armi di Saddam (in particolare il Sarin, quello usato dai
militanti di una setta giapponese nella metropolitana di Tokio). Ma sul resto,
muro di gomma. Tanto che pure il generale Schwartzkopf, comandante di Desert
Storm, definisce "quasi scandaloso il comportamento tenuto dal
Pentagono".
Secondo gli studiosi la Sindrome
sarebbe provocata da un insieme di fattori. Edward Campion, sul New England Journal of Medicine, spiega
che "i sintomi di affaticamento, mal di testa, dolore articolare e
muscolare, disturbi del sonno lamentati da migliaia di veterani sono comuni e
non specifici. Ma stress e paura possono trasformare qualsiasi sensazione
sgradevole in un incubo di ansietà". Alcuni esperti sostengono che i
disturbi sono effetto dei vaccini somministrati. Altri danno la colpa al clima
del deserto. Nel gennaio del 2000, la Commissione presidenziale presenta un
rapporto finale che afferma: "Nonostante le prove schiaccianti
dell'esposizione di alcune truppe ad agenti chimici, riteniamo più probabile
che i disturbi accusati dai reduci del Golfo siano dovuti allo stress".
In Irak va peggio. Nel sud del Paese
il tasso di radioattività aumenta fino a cento volte. L'Istituto di medicina
nucleare di Bagdad denuncia un aumento del 50% dei casi di cancro, leucemie e
malformazioni alla nascita. Nel 1990 solo il 13% dei tumori maligni colpiva
bambini con meno di cinque anni. Ma nel 1997 la percentuale sale al 47%. I
tumori maligni nei minori di quindici anni aumentano del 120%. I casi si
concentrano nelle zone bombardate con proiettili all'U-238. Nel 1995 l'Atomic
Energy Authority (l'Agenzia britannica per l'energia atomica) pubblica un
rapporto in cui sostiene che l'uranio impoverito sparato da americani e
britannici in Irak e Kuwait è sufficiente a causare "500mila morti
potenziali".
Nel 1993 in Somalia, gli americani
utilizzano nuovamente proiettili all'uranio impoverito durante tutto l’arco
della disastrosa missione di pace "Restore Hope".
Nel settembre 1995 è la volta della Bosnia: la
Nato bombarda le postazioni serbe e dopo qualche mese fra le popolazioni locali
si registra una elevata incidenza di aborti spontanei e nascite premature. I
tumori al cervello aumentano del 400%. In alcuni centri il livello di
radioattività dell'aria supera i limiti di guardia. Nel 2001 la Nato fornisce
la mappa dei siti colpiti. Secondo un documento pubblico, l' "Allied
Forces Southern Europe Fact Sheet" il numero di pallottole a base di U-238
sparate in Bosnia ammonta a 10.080. Secondo Afsouth, il totale delle munizioni
usate è di 10.486, includendo quelle da 40 e 105 mm. Il che significa aver
disseminato sul territorio circa 2.702 chilogrammi di Uranio Impoverito.
Gli americani ormai conoscono il rischio e
cercano di prevenirlo. Ai militari Usa viene fornita una attrezzatura speciale
(tute, maschere, guanti) e un opuscolo che spiega come comportarsi in siti
bombardati da munizioni all’Uranio Impoverito. Gli italiani, che stanno
arrivando in Bosnia con la missione di pace, osservano i colleghi senza capire.
Loro non hanno tute, né maschere, né guanti. E nemmeno gli opuscoli, perché
qualcuno ha pensato bene di non distribuirli o addirittura di distruggerli.
D’altronde, senza attrezzature adeguate, a che sarebbero serviti?
Tra marzo e
giugno del 1999 tocca al Kosovo. Secondo la lettera trasmessa al Balkan Team
dell'UNEP (United Nation Enviroment Project) dal Segretariato delle Nazioni
Unite, nell’operazione Nato vengono usate 32.000 pallottole con penetratore
all'U-238, equivalenti a 8.500 chilogrammi di Uranio Impoverito. Anche in questo caso i soldati italiani
vengono spediti a migliaia nella missione che dovrebbe pacificare il Kosovo.
Secondo una singolare suddivisione stabilita dal Comando interforze, si beccano
una zona che contiene il 50 per cento dei siti bombardati con proiettili
all’U-238. Ma non si preoccupano, tanto non lo sanno.
Nel dicembre 2000 vengono segnalati
i primi casi di leucemia tra militari italiani che sono stati in servizio nella
ex Yugoslavia. E si cominciano a contare i primi morti di quella che verrà
definita la Sindrome dei Balcani. Ma nessuno mette in relazione tra loro le
neoplasie con la permanenza in Bosnia o Kosovo. Nessuno a parte un maresciallo
del Cocer, un pilota di elicotteri dell’Esercito che fa parte del Cocer, la
rappresentanza sindacale dei militari. Si chiama Mimmo Leggiero. Leggiero è un
testardo. Comincia a tenere una contabilità dei malati, li contatta, raccoglie
testimonianze, organizza collette per cure che spesso non serviranno a nulla.
E’ uno dei fondatori dell’Osservatorio sulla salute dei militari. Pensa di fare
il suo dovere. Non sa che questo attivismo gli costerà caro. La consegna
all’interno delle Forze Armate è che di Uranio Impoverito non si deve parlare.
Luca rientra dal Kosovo a fine gennaio del 2000.
In caserma a Milano comincia ad avere una tosse stizzosa che non vuole passare.
La febbre arriva a 42 gradi. La tosse gli resta appiccicata per un anno,
infatti si riduce a una larva umana. Ma il sottotenente medico della caserma
gli ripete: guarda che stai a posto, non c’hai niente di grave, è solo una
tracheite, prenditi ‘ste pillole che ti passa tutto.
Luca non ci crede. Prende un permesso, si fa
ricoverare al San Carlo Borromeo di Milano. Gli prelevano il sangue e viene fuori
un’alterazione. Poi decidono di fargli una radiografia al polmone destro e
trovano una grossa macchia. Meglio se si ricovera d’urgenza – gli dicono i
medici – perché dobbiamo capire cos’è, serve una Tac. Lui si spaventa, scende a
Napoli e si fa ricoverare al Monaldi.
Dopo cinque mesi i medici non hanno capito
ancora niente. Forse è una malattia infettiva, dicono. Così, Luca finisce al
Cotugno. Lì rimane quattro mesi. Intanto la malattia progredisce. Lo
trasferirono al Policlinico. Altri esami, altre biopsie dolorosissime. Ancora
niente. Passa al quinto ospedale in un anno: il Cardarelli. Che rischia di
essere anche l’ultimo. Venti giorni dopo l’ultimo ricovero è già in stato di
pre-coma. Ha una pancia enorme, la pelle gialla e la febbre a 42. Un dottore si
fa coraggio: tentiamo l’ultima carta, apriamo. Luca finisce sotto i ferri.
L’operazione è complicatissima, lo attaccano
alla macchina cuore-polmoni, gli asportano la milza che ormai è marcia,
ripuliscono il possibile intorno, e fanno una biopsia istantanea che finalmente
dà un responso certo: linfoma di Hodgkin.
Nel 2001, l'allarme Uranio
Impoverito diventa europeo. Vengono segnalati casi sospetti in Spagna, Regno
Unito, Repubblica Ceca, Francia e Romania: sono tutti soldati che hanno prestato
servizio in zone bombardate con proiettili all'U-238. Le reazioni dei governi
sono contraddittorie. Germania e Italia chiedono la messa al bando delle armi
all'U-238. La proposta al vertice Nato è del ministro della difesa italiano
Sergio Mattarella. Stati Uniti e Gran Bretagna dicono no. Il giorno dopo il
Senato italiano approva a maggioranza la richiesta di moratoria.
Si scopre che forze Nato hanno usato
armi all'uranio durante esercitazioni in Germania. La protesta di Berlino trova
prima una smentita, poi un'ammissione imbarazzata dall'Alleanza. Il 14 gennaio
il procuratore generale Carla Dal Ponte afferma che l'uso di U-238 potrebbe
essere indagato anche dal Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia.
Antonio Cassese, ex presidente dello stesso tribunale speciale, ritiene
possibile un'incriminazione dei vertici Nato qualora fossero accertati danni
irreversibili causati dall'uranio impoverito. Il 16 gennaio il Parlamento
Europeo approva (339 favorevoli, 202 contrari, 14 astenuti) una risoluzione che
chiede una moratoria a scopo precauzionale. Ma qualche giorno dopo il vertice
dei ministri della difesa europei prende le distanze: nessuna decisione
politica prima di dati scientifici certi. Il 18 gennaio Mattarella riferisce
alla Camera sulla questione. Il bilancio provvisorio è già di 23 casi e 8
decessi.
Mattarella è costretto a istituire una
commissione scientifica per monitorare la situazione e capire se esiste
connessione diretta tra le malattie e l’esposizione all'Uranio Impoverito. La
presidenza è affidata a Franco Mandelli, ematologo di fama internazionale.
Della commissione fanno parte il direttore del dipartimento di Fisica
dell'Istituto Superiore della Sanità Martino Grandolfo, il direttore del
reparto epidemiologico dell'Istituto Superiore di Sanità Alfonso Meli, il
direttore dell'Istituto di radiologia della Facoltà di Medicina e Chirurgia
della Sapienza di Roma, Giuseppe Onofrio dell'Agenzia nazionale della
Protezione ambientale, Vittorio Sabbatini, capo ufficio nucleare del Cisam, il
Centro Interforze Studi Applicazioni Militari e il generale medico Antonio
Tricarico. Compito della Commissione è accertare tutti gli aspetti
medico-scientifici dei casi di patologie tumorali che riscontrati tra i
militari italiani impegnati in Bosnia e in Kosovo.
La prima fase del lavoro consiste nello
studio dell'incidenza dei casi di neoplasie tra i militari confrontandola con i
dati dei registri dei tumori italiani. Quando non ci sono differenze, la
Commissione attribuisce un valore "uno". Un valore superiore indica
un numero maggiore di quello atteso. I valori inferiori, indicano un numero
inferiore alla media nazionale per la fascia di età considerata.
La commissione Mandelli si occupa solo di
28 casi con diagnosi confermata. Ne erano stati segnalati 53 ma la commissione
riceve dalla Difesa indicazioni molto precise. Le ricerche riguarderanno solo
malattie accertate di soldati impiegati nei Balcani. Così, la commissione
considera tutti i militari che tra dicembre 1995 e gennaio 2001 hanno compiuto
almeno una missione in Bosnia o in Kosovo. Gli elenchi vengono forniti da
Esercito, Aeronautica, Marina e Carabinieri alla Direzione generale della
Sanità Militare che li trasmette all'Istituto Superiore di Sanità. Per ogni
soldato viene compilata una cartella con luogo e data di nascita, residenza,
forza armata e grado, reparto di appartenenza, località di collocazione del
reparto, località in cui ha svolte le missioni, data di inizio e fine
operazioni.
Vengono presi in considerazione 39.450
militari, di cui 38.343 nella fascia di età 20-49 anni. Il 69,1% dei soldati
proviene dal Sud Italia. Il 68% ha compiuto una sola missione, il 23,5% due
missioni, l'8,7% più di due. Tra i soldati ammalati, 23 appartengono
all'Esercito, due all'Aeronautica, tre ai Carabinieri. L'incidenza dei tumori è
nel complesso più elevata nel Nord Italia, da cui provengono pochi militari
impegnati nei Balcani. Diverse la mansioni tra le armi e diverso il grado di
esposizione alla polvere d'uranio. Non a caso la maggioranza è nell'Esercito.
Ma bisogna capire anche quanto i militari sono rimasti nei territori bombardati
con U-238. Un lavoro che alla fine rileva 4 linfomi non Hodgkin, 9 Hodgkin, 2
leucemie linfatiche acute e 13 tumori solidi. In totale: 28 neoplasie maligne.
Il 19 marzo 2001 la Commissione presenta
una "Relazione preliminare sulla incidenza di neoplasie maligne tra i
militari impiegati in Bosnia e Kosovo". Vengono esclusi legami tra linfomi
e U-238. Ma viene segnalata un'anomalia della incidenza del linfoma di Hodgkin
che rende necessari ulteriori studi. Il dottor Sabbatini conclude:
"qualcosa di strano c'è". Anche se non si sa cosa.
A fine marzo del 2001, la
Commissione pubblica il suo primo rapporto. Trenta pagine per dire che non c'è
prova scientifica della correlazione tra linfomi ed esposizione all'U-238.
Comincia la campagna elettorale, i media dimenticano i militari ammalati e
l'angoscia dei familiari. Il 13 maggio gli italiani premiano il centrodestra e
intorno alla commissione Mandelli tira aria di smobilitazione.
Dagli Usa arrivano notizie
allarmanti. Lo stesso Pentagono avrebbe da tempo accertato la pericolosità
dell'uranio impoverito. Sarebbe perciò smentito tutto il lavoro del team
guidato da Mandelli. Sulla Commissione piovono critiche pesantissime. Si sospetta
che il professore non sia mai stato messo in grado di condurre indagini
indipendenti. Le ricerche sarebbero state condizionate dal vertice della
Difesa. Al solito, la verità sacrificata in nome della ragion di Stato.
A fine giugno 2001, secondo rapporto della
Commissione Mandelli. E’ un vero dietrofront. L'incidenza dei casi di neoplasie
maligne con diagnosi confermata è aggiornata al 30 aprile 2001 e confrontata
con i dati di dodici Registri Tumori italiani invece dei sette della relazione
precedente. Vengono riportati inoltre i primi risultati delle analisi eseguite
sui militari per verificare l'esposizione all'U-238. Il numero di tumori ha
un’incidenza inferiore ai casi attesi, ma risulta “un eccesso statisticamente
significativo di linfomi di Hodgkin”. Sulla base dei
dati disponibili, dice la Relazione, “non è stato possibile individuare le
cause dell' eccesso di linfomi di Hodgkin evidenziato dall'analisi
epidemiologica svolta”. I risultati poi “non hanno evidenziato la presenza di
contaminazione da uranio impoverito. Questo risultato è in accordo con quanto
rilevato dalle altre indagini svolte, sia su militari che sull'ambiente, a
livello nazionale ed internazionale”.
Mattarella dispone che le ricerche continuino.
Per lui si avvicina il passaggio di consegne, dopo la vittoria del centrodestra
alle elezioni del 13 maggio. Il nuovo ministro della Difesa, Antonio Martino,
annuncia la proroga dei lavori della Commissione e promette "qualche
verità in più". Poi, silenzio. L’11 settembre 2001, l’attacco alle Torri
spazza via le ultime attenzioni di politici e giornalisti.
Giugno 2002. Sul tavolo del ministro
della Difesa Antonio Martino arriva il terzo e ultimo rapporto della
Commissione Mandelli. L'incidenza di neoplasie maligne con diagnosi confermata
è aggiornata ai casi segnalati al 31 dicembre 2001. Complessivamente vengono
accertati 44 casi: 12 linfomi Hodgkin, 8 non Hodgkin, 2 leucemie linfatiche
acute e 22 tumori solidi su un totale di 43.058 militari analizzati. E’ una
conferma sostanziale della seconda relazione. La maggior parte dei militari
proviene dall' Esercito (82,6%) e dal Sud Italia (65,6%). Il 55% dei soggetti
ha compiuto la prima missione in Bosnia e Kosovo tra il 1999 e il 2000. A
conclusione del lavoro, la Commissione raccomanda:
a) di seguire nel tempo i soggetti impegnati in Bosnia e Kosovo, per
monitorare l' incidenza di tumori solidi ed ematologici e seguire l'evoluzione
del quadro epidemiologico finora emerso;
b) individuare le persone, militari e non, che per diversi motivi
possano essere state esposte all' uranio impoverito ed inserirle in un
programma di controllo sanitario a lungo termine;
c) stimolare, nelle opportune sedi internazionali, campagne di
monitoraggio nei territori in cui siano stati utilizzati proiettili all'uranio
impoverito, allo scopo di rivelare effetti a lungo termine sulle popolazioni
civili residenti e sull'ambiente;
d) promuovere ricerche sugli effetti dell'esposizione all'uranio
impoverito; proporre nelle opportune sedi internazionali di estendere le
indagini sull' eventuale diffusione nell'ambiente di uranio impoverito anche
alla Bosnia e, in particolare, all'area di Sarajevo;
e) svolgere ricerche approfondite sulle possibili altre cause di
aumentata incidenza di linfomi, poichè allo stato attuale delle conoscenze, non
è stata dimostrata una correlazione tra i linfomi di Hodgkin e non Hodgkin e
l'esposizione interna a radiazioni ionizzanti.
Peccato che le conclusioni della
Commissione siano inattendibili, perché basate su dati falsi. I militari presi
in esame dalla Commissione sono 43mila, mentre i soldati italiani inviati nei
Balcani sono stati solo 28mila. Quindi, l'incidenza di patologie come il
linfoma di Hodgkin è stata enormemente superiore, rispetto a quanto indicato da
Mandelli e dalla sua équipe. Che pure hanno rinosciuto un numero di casi di
tumore del sistema emolinfatico molto superiore alla media.
Il giallo sui numeri nasce all’interno
delle Forze Armate. Il dato che sono stati 28mila i soldati italiani inviati
nel Balcani è infatti contenuto nel Libro Bianco della Difesa. Chi ha passato i
numeri gonfiati a Mandelli? Quei quindicimila soldati inesistenti hanno fatto
precipitare l'incidenza statistica. Anche se non sono riusciti a cancellare
l'anomalia che la commissione nominata dal ministero della Difesa non è
comunque riuscita a spiegare. Per Mandelli è il terzo scivolone della serie.
Già la sua prima, rassicurante, relazione era stata subito demolita da un
docente di Statistica dell'università di Torino che gli aveva dimostrato come i
calcoli contenuti nell’analisi fossero completamente sbagliati.
Secondo uno schieramento trasversale
composto da parlamentari, associazioni di militari, medici e scienziati, la
vera causa delle patologie sarebbe nei vaccini: un cocktail di 35-40
vaccinazioni fatte ai militari in tempi strettissimi, prima della partenza.
Sarebbero state queste a indebolire gravemente le difese immunitarie. Altri
puntano l'indice sugli inquinanti presenti nell'ambiente: plutonio, benzene,
radiazioni ionizzanti, contaminazioni collegate alla natura degli obiettivi
colpiti.
Il ministro della Difesa Martino, dice
che trovare la causa dell'eccesso di linfomi di Hodgkin tra i militari
italiani, non e' soltanto “un vantaggio per la Difesa”, ma sarebbe una scoperta
di “interesse scientifico mondiale”. Sul versante retributivo intanto una legge
ripristina lo stipendio dei soldati che ne avevano perso diritto dopo un
periodo massimo di convalescenza. La nuova normativa stabilisce che, fino a che
non saranno conclusi gli accertamenti relativi al riconoscimento della
dipendenza dalla causa di servizio, tutti riceveranno di nuovo la paga. Per
intero.
Una notizia buona e una
cattiva
Luca adesso sta a casa. Alterna cicli di chemio
a cicli d’interferone, a forza di trasfusioni s’è beccato pure l’HIV. Ci sono
giorni che si alza ed esce e giorni che non riesce a scendere dal letto. Per
assisterlo, suo padre ha smesso di lavorare.
Luca ha fatto domanda per la causa di servizio, ma non è stata ancora
discussa. Un po’ alla volta, ha scoperto che del suo gruppo si sono ammalati in
quindici. Adesso il suo rapporto con le Forze Armate è cambiato. In due anni,
non s’è mai fatto vivo nessuno per chiedere come stesse. Nemmeno per
liquidargli quattro milioni di conguaglio che ancora deve riscuotere per quella
missione in Kosovo.
Antonio è morto il 3 luglio del 2002. Due giorni
dopo, Concetta ha partorito un maschietto. E sta ancora aspettando di sapere se
avrà diritto a una pensione.
Fino ad oggi, l’Osservatorio sulla salute dei
militari ha registrato 257 casi di tumore e 20 morti. Ma secondo il maresciallo
Leggiero, sono molti di più.
La
Commissione medica ospedaliera delle Forze armate (composta da medici militari)
ha riconosciuto tutte le 47 cause di servizio finora esaminate. Ma il Comitato
per le pensioni privilegiate (tutti medici militari) le ha bocciate tutte.
A giugno è partito un contingente italiano in
missione di pace nel Sud dell’Irak. Lì, a Bassora, donne e bambini vanno a
raccogliere l’acqua con le culatte dei proiettili all’Uranio Impoverito sparati
da inglesi e americani durante l’ultima guerra. Qualcuno se ne è messa una pure
nel salotto di casa. Così, per ricordo.