La morte del caporalmaggiore Valery Melis, avvenuta il 4 febbraio scorso, ucciso dal Linfoma di Hodgkin, ha ridestato l’attenzione dei mass-media su soldati italiani ammalati e morti di tumore, dopo aver partecipato a una o più missioni nei Balcani.
Valery, 25 anni, sardo, è la ventiquattresima vittima italiana in ordine di tempo di un killer che si chiama uranio impoverito. Tre sono pugliesi: Corrado Di Giacobbe, Giovanni Martiello e Andrea Antonaci.
Ma ci sono ancora 263 militari, di cui 19 nati in Puglia, considerati “in condizione di forza assente causa linfomi ”.
Il caso dell’uranio impoverito scoppia grazie a un ultimo atto di coraggio del sergente maggiore Andrea Antonaci. Andrea, infatti, insieme con il maresciallo Leggiero, coordinatore dell’Osservatorio militare, il centro studi per la tutela del personale delle Forze Armate e di Polizia, che lo assiste, si rivolge alla trasmissione televisiva “Striscia la notizia “, per parlare pubblicamente della sua vicenda, se questo può servire a salvare altre vite umane. Sotto accusa il Governo che adotta solo da novembre del 1999 le misure di sicurezza previste. Gli Stati Uniti replicano che sin dal 1993 gli alleati erano informati dell’uso di munizionamento DU (depleted uranium). Ma cosa fa un proiettile all’uranio impoverito? All’impatto di un proiettile DU sulla corazza di un carro armato, per esempio, si sviluppa una temperatura che supera i tremila gradi centigradi. Tutto quello che è lì vaporizza, diventa aerosol, il quale, naturalmente, si disperde nell’ambiente. E può essere inalato respirando l’aria circostante, oppure ingerito anche se solo si mangia la carne di un vitello o di una pecora che prima pascolava nei campi vicini. Gli americani consegnano ai comandi italiani le mappe delle zone bombardate ma i nostri soldati non hanno le protezioni adeguate, dicono i testimoni. Per trecento militari, non è sufficiente avere un coefficiente di sana e robusta costituzione superiore alla media. E i tempi eroici della “Spigolatrice di Sapri ” sono lontani. Perciò, semplicemente si ammalano. La denuncia di Andrea in televisione ha il suo effetto. A dicembre 2000, il Governo istituisce una commissione medico-scientifica che prende il nome dal coordinatore dei lavori, il professor Franco Mandelli, per verificare se c’è un nesso tra le patologie addebitate all’uranio e le zone bombardate. Secondo la commissione Mandelli, il numero degli ammalati, in rapporto ai 49.000 uomini che hanno partecipato alle missioni nei Balcani, è nella norma. Fa notare, invece, il maresciallo Leggiero, che questo numero non dovrebbe superare i 27.000 soldati, cioè i 9.000 uomini che compongono il contingente italiano, moltiplicato tre, gli avvicendamenti. Questi numeri, sono contenuti anche nel “Libro bianco della Difesa “ pubblicato dall’attuale Governo a dicembre del 2001. 263 casi, su 27.000 significa un aumento della patologia del 300 percento rispetto alla media del Paese. La cifra che la Difesa segnala alla commissione Mandelli, invece, tiene conto di quei militari che hanno compiuto più di una missione come fossero persone diverse, e di quelli che sono stati in teatro anche solo per qualche ora.
Non si tralasciano, però, altre cause possibili. Infatti, anche i vaccini, nei tempi e nei modi non corretti in cui sono somministrati, sono presi in considerazione come concausa delle malattie riscontrate: Salvatore Vacca è vaccinato tredici volte in una settimana, quando è già sull’altra parte dell’Adriatico. Andrea, dicono i genitori, è stato vaccinato tre giorni prima di partire. A Sarajevo il sottufficiale, che sino allora gode di ottima salute, si ammala. Ciò nonostante, gli somministrano l’ultima vaccinazione antiepatite B. “In sei mesi - si legge nella consulenza tecnica del perito di parte, dottor Montinari - il sergente maggiore Antonàci è sottoposto a ben dieci vaccini, tra i cui eccipienti erano presenti metalli quali mercurio e alluminio ”. Metalli pesanti e altamente tossici.