È morto tre anni dopo il Kosovo

Pesanti sospetti sulla fine di Fabio Porru: uranio impoverito?


Sa vida po sa patria. E Fabio Porru, 29 anni, cagliaritano, la vita l’ha salutata ieri mattina poco prima di mezzogiorno. Caporalmaggiore scelto della Brigata Sassari tradito da una leucemia che non ha voluto dichiarare resa. Sconfitto dopo tre anni di dura lotta quando a dicembre del 2000 il suo ricovero fece scattare l’attenzione del nostro giornale che iniziò a raccontare lo strano caso dei sassarini malati al rientro dalla Bosnia. Un forte sospetto: uranio impoverito. E una sola certezza: troppi morti e malati con la divisa. Per Fabio parla la motivazione della causa di servizio ottenuta pochi mesi fa: tutto potrebbe aver scatenato la leucemia, dai solventi usati negli autoblindo, alle pitture, ma anche alle munizioni usate e alla zona operativa. Così dicono i documenti che non escludono nulla e non certificano niente di esatto alla voce causa.
«Non so, non so proprio», raccontava Fabio tre settimane fa, «ma qualcosa non torna se sette di noi ora combattono nei letti d’ospedale». Fabio era un ragazzo del popolo, uno nato con il Dna di Stampace, anche se i genitori Antonello e Ambra Melis si erano trasferiti ad Assemini nel 1990 e anche qui senza problemi lui aveva messo radici. I nonni materni, Salvatore e Giuseppina Melis, sono gli anziani della confraternita di Sant’Efisio e Fabio fra quelle piazzette e quei vicoli della vecchia città, che conservano la memoria del Santo guerriero, ci era cresciuto. Un quartiere difficile dove in molti si sono smarriti ma non Fabio, non lui. Era uno di quelli che avevano deciso di arruollarsi perché credeva nello spirito di corpo, nella patria e nella bandiera. «Certo, era una lavoro sicuro, ma da subito ho scoperto che era quello che sempre avrei voluto fare. Non era una fatica ma un piacere, perché se ci credi anche le cose più faticose sono una barzelletta». E lui ci ha creduto sino in fondo scegliendo, quando la malattia gli ha stravolto la vita, il profilo basso: mai un’ intervista, mai una dichiarazione mentre intorno soffiava il vento della bufera, della polemica, della ricerca di una verità che anche lui voleva conoscere, ma in privato con discrezione. Era un tipo così, Fabio, che aveva le unghie curate per suonare meglio la chitarra, suoni elettrici, un patito dell’heavy metal. «La mia storia la scriverai il giorno che morirò». Prima no. «Non sono arrabbiato, non ho nulla contro la mia Brigata. Se dovessi rifarlo lo rifarei. Eravamo lì per una causa giusta. Siamo partiti per portare la pace, anche se ci sono quelli che sono andati perché smaniavano per entrare in azione, per schiacciare il grilletto. Ma non noi della Sassari, noi lì ci siamo andati per aiutare la gente». Lì vuol dire dal settembre 1996 al gennaio 1997 in Bosnia Erzegovina. «Reparto autoblindi, avevo il mio parco macchine, i miei autisti e un maresciallo, più che un superiore un maestro di vita». Poi la seconda missione: luglio e agosto 2000, questa volta in Kosovo. Stesso incarico, un grado in più. «Prima di partire ero in perfetta forma fisica, ero anche nel gruppo sportivo e mi stavo preparando per le olimpiadi militari di Salerno». E sorrideva quasi per sdrammatizzare, quasi per sperare che si potesse trattare solo di una caduta in attesa della ripresa: «Guardami ora, non ci si crede, sono una scheletrino. Prima ero tutta un’altra cosa».
Chi era lo sanno bene gli amici dello stadio, i ragazzi di Assemini, lo zio Giovanni quello che magari avrebbe voluto percorrere la stessa strada ma tempi diversi e storie diverse lo avevano impedito. Lo sapeva bene il padre che per seguirlo nella via Crucis aveva lasciato quel posto da operaio alla Saras. «Un toro. Forte e ostinato. Aveva fatto anche il corso da paracadutista, una roccia». E non è retorica di bassa lega ora che il Centocinquantaduesimo deve segnare un altro lutto. «È stato al rientro che ho iniziato a sentirmi male», spiegava Fabio. «Prima una serie di forti dolori al petto, poi più nulla. Avevo pensato a qualcosa di muscolare». E sorrideva, ancora, quasi avesse fatto un patto con il suo destino. «Ma i dolori al petto sono tornati e sono finito in ospedale. Prima al Brotzu, poi al Binaghi. Che ridere, un medico mi disse: “Stai tranquillo vedrai che lì ti sei preso una tubercolosi”. Almeno fosse stato così». Un mese di controlli e poi la verità arrivata pian piano: «Mi ero ritrovato sul giornale, sul vostro giornale, me lo ricordo quel titolo e le dichiarazioni dei medici: “in un presidio della nostra Asl è ricoverato un paziente con diagnosi di presunta leucemia impegnato operativamente in territori di guerra”. Lo avevo capito subito che si parlava di me. Me lo sentivo dentro e poi tutta quella gente che mi veniva a trovare, i compagni, i superiori. Scrivilo, scrivilo questo quando non ci sarò più: non mi hanno mai abbandonato, loro quelli della Brigata, dai soldati ai comandanti, mai mi hanno mollato». Dopo un mese di Binaghi, il trasferimento all’oncologico Businco e da qui il calvario. «Chemioterapia, due trapianti di midollo osseo». L’ultimo il mese scorso. Sembrava andato a buon fine ma qualcosa ha tradito Fabio e il suo fisico da atleta. Fabio che da toro era diventato fuscello, ma non nello spirito. «Alla fine ci rideremo sopra questa storia. Tornerò in caserma e questo brutto incubo sarà finito per sempre». Invece la scorsa settimana la situazione è improvvisamente precipitata. Lo hanno ricoverato d’urgenza nel reparto di Rianimazione, secondo piano del Businco. Con la sua Cristina affianco oltre il suo orario di lavoro per la ditta di pulizie dell’ospedale. Lo hanno sedato e intubato. Ha retto sino a ieri mattina.
I funerali lunedì pomeriggio alla chiesa del Carmine.

Francesco Abate