il Giorno

L'INTERVISTA

'Iraq, non è più una missione di pace'

Dopo la morte di Simone Cola, colpito da una pallottola mentre era in volo su elicottero, parla Domenico Leggiero, elicotterista di ricognitore 206: 'Col mangusta si sarebbe salvato, ma non era adatto a quel tipo di operazione'.

Una tragedia evitabile? I giornali sono pieni di recriminazioni. Se avesse volato su un elicottero Mangusta, armato e blindato, un velivolo d’attacco, il maresciallo ordinario Simone Cola sarebbe ancora vivo.

Domenico Leggiero, 40 anni, pilota di elicottero ricognitore 206, voce indipendente e coraggiosa del Cocer esercito fra il ’99 e il 2001, consigliere comunale di An a Sesto Fiorentino, ancora una volta mette il dito sulla piaga: «Quello è stato un vero episodio di guerra. Il problema è questo».
Siamo al tema dibattuto ormai da mesi, almeno dall’inizio di aprile, quando ci fu la furiosa battaglia dei ponti sull’Eufrate occupati dai miliziani di Muqtada Al Sadr. Il conflitto fra i mezzi necessari e il profilo della missione che si continua a definire di pace. «Il Mangusta sarebbe stato più efficace e al collega non sarebbe successo nulla. Però, da pilota, voglio essere chiaro e obiettivo. Mi riferiscono che c’era anche un conflitto a terra e che quindi si profilava l’eventualità di dover sgombrare persone. Si doveva andare, sganciare e caricare coloro che erano nella zona di combattimento per poi portarli nelle retrovie. Questo con il Mangusta non è possibile. Sarebbe piombato sul posto, avrebbe fatto fuoco e poi pulito il terreno… questa, da pilota, è l’analisi che le faccio».

Ma se c’era una fonte di fuoco, un elicottero capace di distruggerla era preferibile… in ogni caso passiamo al piano più generale.
La protezione dei militari sul teatro di operazioni in Iraq.
«Ho la vaga impressione che si cerchi di prendersi tutti in giro. L’episodio, il dannato episodio che è costato la vita a Simone Cola, è sotto tutti gli aspetti evento di guerra. Non è un attentato, un missile esploso, un atto terroristico. E’ un dannatamente classico fatto bellico. Ecco il punto. Siamo in missione di guerra o di pace? Se so di andare in guerra, ho alcuni mezzi, un’altra preparazione, un altro modo di confrontarmi con il terreno operativo. Questo è quello che dobbiamo chiarire. Il resto è demagogia e strumentalizzazione dell’episodio. Ci mortifica che si discuta di noi solo quando muore qualcuno. Esistono anche fenomeni di morte interiore dei quali non si parla mai…»
Per esempio?
«La depressione di dover dire: sto qui, con questi strumenti che mi date sapendo che sono pochi, mi dite che sono in pace, ma, in realtà, io sono in guerra. Parliamo della tragedia, ma non dimentichiamo la riflessione di base. Di fatto quella è una missione bellica».
Quindi ci si dovrebbe adeguare.
«Noi militari non possiamo deragliare dal nostro binario».
Non spetta a voi decidere quale tipo di intervento deve fare il contingente di ‘Antica Babilonia’ in Iraq. Questo è compito dei politici.
«Definendola operazione di pace, ci si costringe ad utilizzare strumenti non proporzionati alla realtà della missione».
Ma complessivamente i mezzi schierati a Nassirya sono adeguati?
«Quello che è sul teatro riflette la situazione dell’esercito in Italia. C’è una forza armata che accusa gravi problemi. I piloti volano poco, i velivoli a volte vengono cannibalizzati. Da anni si viaggia con gli stessi finanziamenti alla difesa. Anzi nell’esercizio corrente c’è stato addirittura un taglio. Se le missioni aumentano, cresce anche l’utilizzo dei mezzi e quindi la manutenzione. Abbiamo vari teatri aperti in contemporanea. Non dimentichiamo quello Balcanico. Assorbe in lavoro, manodopera e dotazioni. Siamo in sovraccarico. In ogni caso in Iraq dobbiamo tenere un’immagine che è quella di pace. Il 129, il Mangusta, ha i missili ai lati e le mitragliatrici davanti e dietro».


di Lorenzo Bianchi