Dal momento che un militare scopre di avere una patologia, ha sei mesi di tempo per chiedere il riconoscimento della causa di servizio e l’eventuale equo indennizzo. Intanto passano mesi perché le domande da smaltire sono tantissime, e la maggior parte riguarda dolori di schiena, mal di testa, l’ulcera o la colite. Se il soldato non guarisce, al periodo di malattia subentra l’aspettativa. Intanto lo stipendio è prima decurtato, poi sospeso. Finché, poi, allo scadere di due anni il militare non è riformato e congedato.
Quando la Difesa respinge le richieste di causa di servizio e di equo indennizzo, partono i ricorsi al Tribunale Amministrativo Regionale di competenza. L’avvocato dell’Osservatorio militare, Giovanni Tartaglia, di Roma, assiste le famiglie dei soldati ammalati o deceduti. Tartaglia è fermo nella convinzione che specifiche patologie, sono insorte a causa dell’esposizione dei militari nelle aree bombardate con proiettili all’uranio impoverito. Per questo motivo lo so studio legale fa svolgere ulteriori e approfondite perizie.
Queste, sono effettuate con l’ausilio di uno speciale microscopio elettronico a scansione, primo in Italia a Modena. La bioingegnere Antonietta Gatti, coordinatore della Comunità Europea degli studi sulle nano-patologie, mette in evidenza la presenza di un’elevata quantità di particelle uniformi di materiale esogeno, estraneo al corpo umano e non bio-compatibile, presente nei tessuti fatti analizzare. Per esempio, nano-particelle di metalli pesanti come ferro, cadmio, stronzio e zinco e altri, normalmente non si trovano nell’ambiente. L’avvocato Tartaglia è d’accordo con la professoressa Gatti nelle deduzioni. La presenza di queste particelle in certe aree del corpo umano e la forma sferica delle stesse, lascia desumere che si tratta di ingestione o di inalazione, che deriva dall’esposizione dei militari a zone bombardate.
Il test, unico nel suo genere in Europa, consiste nell’analizzare un campione di materiale bioptico, lo stesso prelevato ai militari per le analisi precedenti, e scoprire nei tessuti, particelle più piccole di un micron, un millesimo di millimetro.
“Queste particelle “, afferma la professoressa Gatti, “una volta in circolo nel sangue, o nei tessuti umani, non le toglie più nessuno e ci sono tante possibilità che possono scatenare determinate patologie ”.
Una Commissione Medica Ospedaliera (CMO) di base, decreta se la causa di servizio è accettata o respinta, spiega il maresciallo Leggiero. Questa fase, passa per tutti i militari affetti dalla “Sindrome dei Balcani “, con parere favorevole. “Attenzione! “, fa notare Leggiero, “nelle domande non si parla di causa di servizio perché esposti a radiazioni o per effetti tossici dovuti all’uranio impoverito. No. La causa di servizio è richiesta per stress o per altri motivi simili ma l’uranio impoverito non compare mai ”.
In un solo caso, quello di un ufficiale di Roma, la CMO accetta il ricorso senza scartare l’ipotesi dell’UI. “Il giorno dopo la commissione è stata sciolta “ dice con amarezza Leggiero.
Solo a febbraio del 2002, una commissione di ufficiali medici delle Forze Armate, per la prima volta, ammette la presenza di un nesso tra l’uranio impoverito e l’insorgere dei linfomi. Ma bisogna giungere a Febbraio 2004, per segnare una tappa importante per i militari colpiti dalla sindrome e per l’Osservatorio. Infatti, il giorno 12 il maresciallo Leggiero, l’avvocato Tartaglia e una rappresentanza dei familiari dei militari incontrano il sottosegretario alla Difesa Salvatore Cicu. Potrebbe essere l’inizio di un dialogo che può chiudere la questione dei risarcimenti, senza aspettare chissà quanto altro tempo per giungere a una sentenza, riferisce il legale. Ma l’aspetto più importante, secondo il maresciallo Leggiero, è aver messo le basi per un tavolo di lavoro che deve coinvolgere anche l’Osservatorio, con l’obiettivo di riconoscere il danno subito dalle famiglie, mettere in atto una prevenzione adeguata e accertare se i termini di sicurezza sono concretizzati o no nelle missioni tutt’ora in corso.