Almeno tre dei militari italiani uccisi a Nassiriya nell’attentato del 12 novembre 2003 sono morti per l’esplosione del deposito di armi posto all’ingresso della base Maestrale: il container con la santabarbara del contingente non era stato collocato in una zona protetta, magari alle spalle dell’edificio, e fu travolto dal camion e dall’autobomba guidati dai kamikaze. Un fatto che aumentò le conseguenze dell’attacco in termini di devastazioni e di vite umane.
Tre anni dopo l’attentato costato 19 morti fra soldati e civili italiani, questo tragico errore tattico emerge dalle carte riservatissime dell’inchiesta militare.
Il Secolo XIX ha potuto vedere in anteprima un filmato (che sarà trasmesso stasera su Rainews 24 all’interno dello speciale “Eroi senza medaglie”) girato dalla base Libeccio, che si trova sulla sponda opposta del fiume Tigri, in cui si vede l’edificio della base Maestrale bruciare subito dopo l’assalto terroristico (ne pubblichiamo un fotogramma in questa pagina). L’audio riproduce chiaramente il crepitio impazzito delle munizioni e lo scoppio degli ordigni che erano custoditi nella santabarbara saltata in aria.
Tutte le salme dei militari morti erano state trasferite in Italia per l’autopsia, mentre i soldati feriti erano stati ricoverati all’ospedale militare del Celio, a Roma. E qui emergono le prime novità finora custodite gelosamente dai giudici militari che conducono l’inchiesta: nei corpi di alcuni soldati sono stati trovati proiettili e schegge di armi appartenenti al materiale bellico italiano esploso in seguito all’attentato terroristico.
Questa notizia non è mai stata comunicata né ai feriti, né ai familiari delle vittime. Nel frattempo, la magistratura militare ha accertato che tre soldati sono morti proprio per l’esplosione della riservetta delle armi, ricavata in un container che si trovava davanti alla base italiana, mentre avrebbe dovuto essere sistemata in un luogo sicuro dietro alla struttura militare.
Sul tavolo del procuratore Antonino Intelisano ci sono anche due rapporti: uno del generale dell’Esercito Antonino Quintana e l’altro del generale dei carabinieri Virgilio Chirieleison. I due rapporti parlano dell’intervento dei militari di guardia alla base che in quella tragica mattina avevano risposto al fuoco appena avuta la percezione del pericolo.
All’ospedale del Celio i militari feriti sono stati assistiti amorevolmente dal personale medico e infermieristico fino a quando non sono stati dimessi per tornare a casa. Nei corpi di sette soldati rimasti feriti nell’esplosione sono stati trovati proiettili e schegge di armi usate dal contingente italiano.
Alcune famiglie delle vittime hanno nominato periti balistici e avvocati di fiducia per seguire tutti gli sviluppi dell’inchiesta condotta dalla magistratura ordinaria, che tenta di risalire ai mandanti della strage, e di quella della procura militare che sta tuttora svolgendo le indagini su eventuali carenze nella sicurezza.
L’avvocato Francesca Conte, legale di fiducia della famiglia del caporale scelto dell’Esercito Alessandro Carrisi, che ha seguito gli sviluppi della vicenda, ha dichiarato che il militare morì proprio a causa dell’esplosione della santabarbara e che probabilmente anche altri soldati potrebbero aver perso la vita per lo stesso motivo.
Sulla drammatica vicenda è intervenuto anche Domenico Leggiero, responsabile del comparto sicurezza dell’Osservatorio militare che ha mostrato al Secolo XIX alcune foto scattate subito dopo la strage (ne pubblichiamo una in prima pagina).
«Se fossero state rispettate le norme di sicurezza - dichiara Leggiero - probabilmente il numero dei morti non sarebbe stato così alto».
Da tempo Leggiero segue tutte le inchieste per la tutela delle forze militari. «Sicuramente questa azione tende a mettere sul tavolo delle procure qualche elemento in più per arrivare alla verità - osserva -. Il solo sospetto che l’ennesima disattenzione o superficialità di qualcuno possa aver causato un solo morto o ferito in più deve far riflettere e mettere la questione militare al centro del tavolo politico. E tutto questo perché, fino a quando non si prende il coraggio a due mani e si decide di affrontare il sistema militare senza farsi intimorire da lobby che arrivano fin dentro ai palazzi del governo, con generali ben insediati e radicati all’interno della politica, non riusciremo mai ad avere una forza armata degna del nostro Paese».
I familiari delle vittime della strage di Nassiriya sono indignati per il mancato riconoscimento della medaglia d’oro al valore militare che non è stata concessa per la morte dei loro cari. Su questa vicenda sono stati sentiti alcuni esperti in materia, secondo i quali la medaglia d’oro non è stata assegnata alle vittime di Nassiriya, perché la missione italiana è inquadrata nell’ambito di un intervento umanitario.
Non bisogna poi dimenticare che ci sono gli articoli 3 e 5 di una legge del 1932 sul riconoscimento dei soldati morti, secondo i quali il riconoscimento della medaglia d’oro viene concesso in memoria di un militare morto durante un’azione bellica o al soldato rimasto vittima di un atto eroico conclamato.
In questo caso i soldati - o almeno alcuni di loro - sono morti in seguito all’esplosione della riservetta delle armi.
Manlio Di Salvo