L'Unità 16/03/2003 > INTERNI Pagina 17 -  Dopo il Kosovo problemi alla tiroide per il giovane militare. L'avvocato: «Doveva stare sotto esame per l'esposizione all'uranio impoverito, invece è stato licenziato senza indennizzo» «Cacciato dall'esercito per la malattia presa in missione»

Maura Gualco

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 Aveva deciso di dedicare la sua vita all'esercito. E in quella funzione "ci credeva". Tanto da farsi spedire come volontario in ferma breve - in attesa di diventare permanente - in Somalia e in Kosovo. Ora il caporalmaggiore Paolo Armando, classe 1978, ha un diploma di terza media e, tranne la sua passione per la "divisa", non ha oggi grandi possibilità di lavorare. Ma «l'esercito mi ha buttato fuori con un calcio nel sedere - racconta Paolo Armando - e così, per tirare avanti, lavoro in un'impresa di alluminio anodizzato di Latina dove vivo attualmente». Con il congedo di Armando il ministero della Difesa «ha violato numerose leggi», denuncia il legale dell'Osservatorio militare, Angelo Fiore Tartaglia, che annuncia: ricorreremo alla magistratura fino a che a Paolo Armando non verranno riconosciuti i suoi diritti. La sua storia inizia nell'aprile del '97 quando si arruola ed entra nella Brigata paracadutisti della "Folgore". Parte nel '99 per la Bosnia e nel 2000 per il Kosovo  « Quando tornai dai Balcani nel febbraio del 2001 - racconta l'ex militare - venni sottoposto ad analisi cliniche dalle quali risultarono alterati i valori della tiroide». Il soldato viene così ricoverato tre mesi all'ospedale militare del Celio, spedito a quello della Cecchignola e congedato il 13 novembre 2001. «La ghiandola tiroidea - spiega l'avvocato Tartaglia - è molto sensibile a fattori esterni ed interni come lo iodio ma anche l'uranio impoverito. Tanto che negli ultimi eventi bellici sono stati evidenziati in numerosi militari alterazioni dei parametri tiroidei». E dunque? «È stata violata innanzitutto l'articolo 4 del Decreto del Presidente della Repubblica numero 349 del 1994, che impone all'amministrazione militare di procedere d'ufficio all'accertamento della causa di servizio e che avrebbe dimostrato che la malattia è stata contratta in missione e per causa di lavoro. Non avrebbero, dunque, potuto licenziarlo così come non avrebbero potuto riformarlo senza riconoscergli alcun trattamento economico continuativo fino alla definizione della causa di servizio». Una circolare firmata dallo stesso ministro della Difesa (numero 210/2.6.96 del 2001) impone, inoltre, «accertamenti medici prolungati ed accurati, relativi tra l'altro anche alla tiroide», per tutti quei militari che ritornano dall'estero a seguito di missioni internazionali in territori devastati dai recenti eventi bellici. Riconoscendo evidentemente il grande rischio di contrarre malattie per fatti dipendenti dal servizio. «Non sono mai stato sottoposto ad accertamenti prolungati», dice Paolo Armando, confermando tra l'altro le disattenzioni del ministero della Difesa verso le raccomandazioni fatte dalla Commissione Mandelli nella terza relazione conclusiva. Si legge alla pagina 23: «La Commissione raccomanda di seguire nel tempo la sorte dei soggetti impegnati in Bosnia e/o Kosovo, per monitorare l'incidenza di tumori solidi ed ematologici e seguire l'evoluzione del quadro epidemiologico finora emerso. E di individuare le persone militari, e non, che per diversi motivi possono essere state esposte all'uranio impoverito ed inserirle in un programma di controllo sanitario a lungo termine». Ma non è tutto. Paolo Armando, disperato, decide di ricorrere al Tar del Lazio per chiedere l'annullamento del provvedimento di riforma e la condanna dell'amministrazione alle spese. Il Tar, dispone una "verificazione" che in altri termini vuol dire un controllo medico all'ospedale militare Cecchignola dove viene confermata l'alterazione dei valori tiroidei, già riscontrati in precedenza, giustificandoli con una causa: stress. Il ragazzo è stressato e quindi non è idoneo. A quel punto il Tar non ha fatto altro che confermare la non idoneità e respingere ogni richiesta. Ma c'è un precedente che sottolinea la non idoneità non del ragazzo ma della Cecchignola ad esaminare Paolo Armando. «Un caso di tiroidite molto più grave di questo tanto che al soldato venne asportata quasi  tutta la tiroide - segnala l'avvocato Tartaglia - finì davanti al Tar che dispose sì l'accertamento ma da parte dei medici dell'Università "La Sapienza" che lo riconobbero idoneo al servizio. A maggior ragione Paolo Armando che ha dei valori bassissimi di alterazione non doveva essere congedato». È, infatti, pressoché evidente, che essendo l'amministrazione militare citata in giudizio, è cosa rara che la perizia fatta dalla stessa amministrazione militare possa contraddire le istanze del ministero, non essendo "terza" e quindi estranea alle parti in causa. Il soldato di Latina, amareggiato, oggi chiede giustizia anche «perché - dice - i ragazzi che intraprendono questa strada sappiano a cosa vanno incontro».