“CENTRO STUDI”
"OSSERVATORIO MILITARE”
PER LA TUTELA DEL PERSONALE
FF.AA. FF.PP.
E CIVILI
Relazione dell’Osservatorio
Militare in Commissione Parlamentare d’inchiesta
Roma 23 giugno 2005
INTRODUZIONE
Signor Presidente, Onorevoli Senatrici e Senatori
della Repubblica, l’inizio degli anni ’90 segnarono la fine della guerra fredda
e provocarono la caduta del muro di Berlino.
Il cambiamento socio politico che questi eventi
provocarono, coinvolse il pianeta, e l’Europa in particolare.
In Italia, questi eventi e la costituzione di un
organismo specifico per far fronte alle situazioni di ogni tipo di emergenza
(Protezione Civile) mise in seria crisi l’esistenza stessa delle Forze armate.
A questo punto, ed in questo nuovo contesto,
andavano rivisti compiti, ruoli e funzioni di tutto il comparto Difesa.
L’impiego di Forze Armate in operazioni definite di
Peace Keeping o di “emergenze” internazionali, si rivelarono come un’innovativa
veste da offrire al “nuovo” sistema di Difesa Italiano.
Compiti di
“Polizia Internazionale” e/o interventi in pubblica calamità in tutte le zone
del mondo che lo richiedevano erano ormai i nuovi impegni dell’Esercito
Italiano.
In effetti utilizzare le Forze Armate in questi
termini, era cosa già diffusa in Europa e l’ONU, sempre più frequentemente,
ricorreva all’utilizzo di uomini in divisa per garantire pace e rispetto dei
diritti umani.
Questa revisione di ruoli, compiti e funzioni
avvenne in tempi talmente brevi che l’Italia, sotto certi aspetti, l’ha subita
senza avere il tempo di prepararsi.
A complicare ancor di più gli eventi, contribuì
anche il processo di “professionalizzazione” che già impegnava le Forze Armate
Italiane.
In questo momento però, volendo cogliere l’occasione
del cambiamento epocale, le richieste dell’ONU divenivano prioritarie.
Il conflitto in Somalia rappresentò il vero primo
impegno del nostro Esercito in questa nuova dimensione internazionale.
Le esperienze accumulate fino a quel momento in
Libano o in altri settori definiti “caldi” nulla avrebbero avuto in comune con
teatri come quello Somalo molto vicino ad un vero e proprio teatro bellico.
I Problemi incontrati, vissuti e superati furono di
vario genere e tipologia, ma l’entusiasmo, la novità e, diciamolo senza
vergogna o falsi pudori, l’esigenza economica di alcuni militari avevano
opacizzato, sovente travisato, la realtà dell’evento.
Già la missione in Somalia aveva evidenziato tra i
soldati che il nuovo assetto avrebbe prodotto altri tipi di problemi e
situazioni molto più complesse per tutti gli uomini.
I nuovi impegni internazionali, stavano evidenziando
due ordini di problemi.
Il primo,
particolarmente obsoleto e radicato nelle Forze Armate Italiane: LA
LOGISTICA.
Il secondo ( già negli anni ‘70 aveva causato la
prima “reazione” dei quadri medio bassi delle Forze Armate): LA RAPPRESENTATIVITA’.
Il divieto (condiviso all’epoca dei fatti) dal
Centro Studi “Osservatorio” di
iscrizione a sindacati per il personale delle Forze Armate e la necessità di
evidenziare alcuni gravi problemi che il personale viveva, portarono a “studiare” una nuova formula che
potesse offrire al personale tutela rappresentando altresì, per la classe
politica, un interfaccia importante tra Vertici militari e base.
Questo non perché i Vertici Militari non fossero preparati
tecnicamente alle nuove situazioni ma, molto più semplicemente, perché le
condizioni del personale erano mutate ed i termini, i modelli gestionali e di
comando fino a quel momento utilizzati, non si dimostravano più idonei ed
efficienti.
In quello storico momento si avvertì l’esigenza
improrogabile, preponderante di evidenziare al mondo politico i severi problemi
in cui versava il mondo militare e dunque chiedere tempo e fondi per rinnovarsi
e rinnovare il sistema.
Chi avrebbe dovuto attivarsi in tal senso se non i
Vertici militari?
Questi non solo non vi ottemperarono, volutamente ignorando, ma interpretarono come offensivo affronto l'entrare nel merito dell'azione di comando da loro stessi adottata.
L’omessa relazione ai vertici politici, fu la causa
principale di tutti i problemi che inevitabilmente si riversarono sul personale
impiegato.
Il nuovo quadro strategico che si prefigurava in Europa vedeva l’Italia e la ex Jugoslavia coinvolte direttamente, data la posizione geografica e la storia recente che aveva visto contrapposti i due Paesi.
I territori della ex Jugoslavia vivevano un
conflitto interno che richiedeva l’intervento urgente delle Nazioni Unite per
ristabilire l’ordine democratico e spegnere un pericoloso focolaio nel cuore
d’Europa.
La decisione di una partecipazione attiva delle
Forze Armate italiane tenne i toni del dibattito politico accesi per lungo
tempo e l’assenza di una ferma decisione del Governo dall’ora, mandò avanti
l’opposizione che sostenne anch’essa la tesi interventista del nostro Paese.
Entrare nel merito della decisione non è compito dei
militari e neanche dell’Osservatorio.
Affrontare un intervento di questa portata, avrebbe dovuto essere il principale
dovere dei vertici della Difesa.
Tutelare il personale nella nuova veste di “esercito
di pace” doveva essere l’obiettivo primario da valutare con estrema attenzione
prima di ogni assunzione d’impegno.
Il nostro Esercito, così come concepito dalla Carta
Costituzionale, è un Esercito a difesa del territorio ed a tutela dell’ordine
democratico.
Questo principio sancito dalla nostra Costituzione,
rappresentava il primo, inderogabile punto per capire che l’impiego a cui
eravamo chiamati, era comunque in un contesto di pace, anche se con rischi
maggiori.
La sicurezza del personale chiamato a parteciparvi,
doveva essere competenza primaria ed irrinunciabile del “datore di lavoro” che,
nel caso di specie, era rappresentato dal Ministero della Difesa.
Con un voto definito “trasversale”, il Governo autorizzava
la partecipazione delle Forze Armate Italiane alla missione nei territori
Balcanici, la missione K-FOR, avrebbe visto il coinvolgimento diretto di
militari italiani che, per la prima volta dopo la fine della seconda guerra
mondiale, “emigravano” dai confini nazionali per entrare in territori
confinanti e lo facevano armati.
PREPARAZIONE
DELLA MISSIONE
Una buona preparazione della missione è il
presupposto fondamentale per l’ottima riuscita della stessa.
Fase di preparazione s’intende organizzazione,
scelta degli equipaggiamenti, studio dello scacchiere operativo, scenario
complessivo e studio delle zone d’operazione.
Proprio su questo ultimo punto si sarebbe costruito
il dramma che ha visto coinvolti centinaia di militari che hanno operato nei
Balcani e, indirettamente, le loro famiglie.
L’indecisione politica del Governo, ed il tempo
impiegato per trovare una soluzione che potesse ottenere un voto favorevole
trasversale, costrinse l’Italia ad operare in zone lasciate “scoperte” dalle
altre forze impegnate.
Queste zone risultarono essere quelle maggiormente
bombardate (vedi allegato 1).
Sempre nella fase preparatoria della missione vi
furono varie riunioni ed incontri tenuti allo Stato Maggiore della Difesa
durante i quali, tra i molti aspetti esaminati, vi era anche quello di
possibili ripercussione in campo sanitario dei militari impiegati.
Sono proprio queste ultime che si sarebbero rivelate
diverse da quelle sperimentate in Somalia.
Si rivelarono infatti “fatali” a causa del modo in
cui furono gestite.
L'aspetto sanitario ambientale creò seri problemi e
non solo per le differenze climatiche o la posizione geografica ma,
soprattutto, per l’armamento utilizzato durante il conflitto: il munizionamento
all’Uranio Impoverito.
Dopo la prima guerra del golfo e l’impiego in
Somalia, emergeva dai mass media una teoria secondo la quale molti militari
impiegati in Iraq furono vittime della “Sindrome del golfo”.
Leucemie di varie tipologie, malformazioni fetali da
genitori impiegati nel golfo e patologie cancerose di vario tipo.
Sulla vicenda si cercava di far calare il silenzio e
le spiegazioni formali fornivano giustificazioni di vario tipo e comunque
lontani dal pronunciare la fatidica equazione tumori – utilizzo munizionamento
all’Uranio Impoverito.
La risposta per cui vi era reticenza nel collegare
l’utilizzo di munizionamento all’uranio e le patologia si trova facilmente
nell’esame delle risoluzioni dell’ONU.
Ma alle decine di risoluzioni ONU sul divieto
all’utilizzo di uranio impoverito in armamento, si aggiunge tutta la
documentazione accumulata dagli statunitensi durante la sperimentazione del
munizionamento all’uranio impoverito dal 1977 al 1978 (trattato di Eglin
allegato 2).
La proporzione tra militari impiegati e
successivamente vittime di patologie tumorali di gravissime conseguenze non ha
fatto altro che omologare tutte le previsioni più nefaste sul tema.
Lo studio dell’Osservatorio, pur considerando
attentamente il precedente rappresentato dalla sindrome del golfo, non si è mai
lasciato “condizionare” da quei fattori che, nel contesto Balcanico erano di
natura e tipologia decisamente diversa.
I tempi per l’invio dei nostri militari si erano
ormai ristretti e l’esigenza di una risposta “politica” non poteva più essere
procrastinata nel tempo: era necessario
impiegare i militari in tutti i modi e nel minor tempo possibile.
conseguentemente si restringevano anche i tempi per
programmare una preparazione del personale ed un approvvigionamento di
materiale di supporto e sicurezza intelligentemente adeguati alle condizioni
d’impiego.
Chi non ha posto sul tavolo degli organizzatori
della missione la documentazione che il Centro Studi “Osservatorio” ha raccolto
in tutti questi anni e che ora consegna a codesta Commissione d’inchiesta,
crediamo sia l’oggetto della conclusione delle indagini che la stessa dovrà
raggiungere.
ASPETTI
SANITARI
Gli aspetti sanitari che si dovevano analizzare in
sede di preparazione della missione erano sostanzialmente due:
1.
Fattore
climatico - ambientale (vaccinazioni);
2.
Condizioni
ambientali post-bellum.
Per quanto riguarda il primo punto, il protocollo di
vaccinazione all’epoca in vigore per il personale delle Forze Armate prevedeva
un tempo medio di posologia che si protraeva per circa un anno.
Purtroppo anche in questo caso i vertici ben si
guardarono dal comunicare al Governo che nessuno dei militari impiegati di li a
poco nei Balcani non erano in regola con il protocollo di vaccinazioni imposto.
Ne conseguì che i primi militari impiegati nei
territori furono sottoposti a vaccinazioni di massa con sostanze oramai non più
usate negli Eserciti occidentali da quasi un decennio.
L'anomalo protocollo veniva definito
"cocktail" dagli stessi militari.
La somministrazione, in alcuni casi, veniva eseguita
in un'unica soluzione ed in alcuni casi (vedi il Caporale Salvatore Vacca)
addirittura sul territorio d’operazione ove non essendoci un'organizzazione
perfettamente operativa, va da sé che lo stato di conservazione delle
profilassi fosse estremamente dubbia, creando timori e perplessità nel
personale.
L’Osservatorio, sottolineando il punto di cui sopra,
vuole evidenziare al fine di un’analisi corretta e spuria da ogni
condizionamento del fenomeno, che tutti gli aspetti considerati portano a conclusioni che
dimostrano, palesemente, che l’impiego dei militari nei teatri di guerra ove è
stato esploso munizionamento all'uranio impoverito fu deciso senza le precauzioni previste.
Abbiamo ritenuto questa premessa doverosa al fine di
analizzare ora i motivi che ci fanno affermare, con scarsa probabilità di
essere smentiti, che il secondo punto da analizzare (analisi delle condizioni
ambientali post belliche) è senza dubbio il punto cruciale che codesta
spettabile commissione dovrà focalizzare e basare la propria concentrazione.
SOTTOVALUTAZIONE
O ERRATA VALUTAZIONE DEL PROBLEMA
Tra gli obiettivi dell’Osservatorio, oltre a quello
della tutela giuridica ed economica del personale, vi è quello di analizzare
ogni possibile fattore, generato da una maldestra gestione del personale, che
può causare danni lievi o gravi ai militari impiegati in Patria oppure in
missioni internazionali.
Con questo presupposto, ci apprestiamo ora ad
analizzare ogni fase dell’organizzazione della missione.
Nella prima fase, il compito primario dei
responsabili dell’organizzazione della missione, avrebbe dovuto essere quello di analizzare l’andamento del
conflitto fin dal momento del
presumibile coinvolgimento delle nostre truppe, sia sotto l’aspetto strategico
- logistico, sia sotto l’aspetto sicurezza – ambiente.
In modo particolare, nel secondo, i vertici militari
avrebbero dovuto documentarsi sull’utilizzo e sull’impiego di particolari tipi
d’armamento utilizzato ed attuarne le misure previste per far operare i
militari nella massima sicurezza.
L’aspetto conosciuto con la sigla NBC (Nucleare, Biologico e Chimico) è
particolarmente sviluppato nella forza armata italiana tanto che l’Esercito
Italiano è stato tra i primi a dotarsi di un Reparto Specifico per le
operazioni in territori contaminati e/o a rischio inquinamento tossico –
chimico.
In questa fase nasce un primo ed inquietante dubbio
sulla correttezza d’informazione da parte dei vertici militari all’allora
Ministro della Difesa.
Per ben due volte, chiamato a riferire in Aula in
merito all’utilizzo di materiale all’uranio impoverito, il Ministro nel 2000
dichiara una totale assenza di ordigni all’uranio impoverito nei territori
d’impiego dei militari italiani, per poi arrivare nel dicembre dello stesso
anno ad ammettere che in effetti nei territori balcanici erano stati
utilizzati ordigni all’uranio
impoverito.
Le affermazioni del Ministro erano palesemente
improprie.
Da documenti militari dello Stato Maggiore
dell’Esercito (allegato 3), si ravvisa che vi era la certezza dell’utilizzo di
ordigni all’uranio impoverito nei Balcani tant’è che, alla conferenza stampa a
Bagnoli ( allegato 4 ), del comandante delle Forze NATO Sud Europa, Ammiraglio
Lighton W. Smith, si complimentò con il Generale Mambrini ( suo vice ) per i
10.800 proiettili sparati, eccetto missili da crociera Tomahawk.
Il Generale Mambrini, proprio per il suo grado e
ruolo, conosceva il “particolare” che i mezzi presentati per l’attacco (gli
A-10) sono dotati di munizionamento all’Uranio impoverito.
Il “dubbio” che l’effetto dell’esplosione di missili
all’uranio impoverito potesse avere delle ripercussioni sulla salute di chi
avrebbe poi operato sul posto, viene avanzato sin dal 1978 quando, nel poligono
di Eglin negli USA, vengono sperimentati i primi proiettili all’uranio
impoverito.
A questo punto ci troviamo di fronte a varie
possibilità:
1. i vertici militari erano a conoscenza del pericolo e non hanno
avvertito il Governo;
2. i vertici militari erano a conoscenza del pericolo e lo hanno
sottovalutato;
3. i vertici militari, con l’assenso del Governo, hanno taciuto il rischio
e deciso comunque l’impiego senza mezzi di precauzione.
In effetti il risultato finale potrebbe essere stato
prodotto proprio dalla sommatoria di tutte le circostanze ma comunque si
ritiene importante un esame di ogni singolo punto.
Punto 1
·
I
vertici militari che certamente sapevano del pericolo, hanno deciso di tacerlo
al Governo perché partecipare alla missione sarebbe stato un modo per
ricollocare le Forze Armate nel nuovo ruolo di Polizia Internazionale ed
accelerare il processo di rinnovamento che stentava a decollare.
·
Potrebbero
aver deciso di tacere anche perché, rendendosi conto della decisione
particolarmente sofferta d’intervenire, non volevano “rischiare” l’annullamento
della missione.
·
Perché,
considerata la obsoleta, vetusta gestione logistica accumulata negli anni, non
volevano denunciare al Governo la totale mancanza di strumenti per la
prevenzione e le gravissime lacune di tutta la linea logistica.
·
Hanno
taciuto semplicemente per non far “preoccupare” i militari che sarebbero stati
di li a poco impiegati.
Punto 2
·
La
missione si presentava particolarmente complessa in termini organizzativi ed al
problema “pericolo sanitario” non era stata data la giusta rilevanza;
·
In
pochi erano tra gli alti gradi della Difesa a conoscere il trattato di Eglin,
le istruzioni emanate dal Pentagono ed altra documentazione. Quei pochi non
hanno diramato le informazioni ai comandi in Patria;
·
Hanno
esaminato la possibilità di rischi riferita soltanto alla pericolosità
radioattiva dell’uranio (peraltro assai bassa)
e dunque gli eventuali rischi che ne sarebbero derivati sarebbero
risultati “trascurabili”.
Punto 3
·
I
Informato dai militari, il Governo, in considerazione che la decisione d’intervenire aveva causato problemi
nell’alleanza, decideva il silenzio.
·
Il
responsabile del Dicastero, messo al corrente della situazione con toni
tranquillizzanti, decideva di tacere il problema sia all’opinione pubblica, che
al Parlamento.
·
Considerato
il clamore suscitato dalla decisione d’intervenire, la probabile ripercussione
sull’opinione pubblica che si poteva avere nel vedere i nostri soldati
“vestiti” come tecnici nucleari ed i civili abbandonati a se stessi, avrebbe
prodotto una “sgradevole” pubblicità agli alleati americani.
·
La
decisione d’intervenire era ormai definitiva e ratificata dunque, a prescindere
dai pericoli per i militari, bisognava partire.
Siamo certi che codesta Onorevole Commissione, al
termine delle indagini, saprà fornire la spiegazione più vicina alla realtà dei
fatti, più in armonia con la verità.
Siamo anche certi, ma con meno orgoglio, del grande
clamore che la vicenda all’epoca suscitò ed il profondo “imbarazzo” provato
dalla maggioranza dei nostri esponenti politici che tuttora mostrano quando si
tocca l’argomento.
ESPLODE IL
CASO UD
Alla fine dell’anno 2000, nonostante numerosi
interventi della stampa e denunce all’opinione pubblica, il Governo si
dimostrava ancora “insensibile” al problema.
I deceduti raggiungevano ormai un numero consistente
ed i malati contattati dall’Osservatorio erano veramente troppi in proporzione
al numero dei militari impiegati.
Tanti gli articoli di stampa, poche le conseguenze
politiche.
Uno dei primi ragazzi ammalati, decise di far vedere
a tutti gli italiani il suo stato di salute e lo stato d’abbandono in cui
versava lui e la sua famiglia.
Dopo l’apparizione televisiva di Andrea Antonaci
sulla trasmissione “striscia la notizia” scoppia il caso uranio.
Subito dopo la trasmissione ci accorgemmo della
vastità del fenomeno: venivamo contattati con preoccupante frequenza da
militari malati e/o familiari di deceduti nella più totale indifferenza
istituzionale.
Nel dicembre del 2000 finalmente anche il Ministro
della Difesa On. Mattarella, ammise l’utilizzo di proiettili all’uranio
impoverito nei territori in cui venivano impiegati i militari italiani.
Tranquillizzò l’Italia intera e diede mandato al
Prof. Mandelli di “scoprire” eventuali nessi tra patologie ed impiego di uranio
impoverito nei territori.
Da questo momento si verificarono due cose importantissime:
1.
la
reazione dei militari: “controllo” della situazione e “riordino” dei dati da
fornire all’informazione;
2.
imposizione
del “silenzio” da parte dei politici in attesa della giustificazione
scientifica che il Prof. Mandelli avrebbe elaborato.
Non entreremo nel merito delle deduzioni fornite dal
Professor Mandelli: sarà compito degli specialisti del settore, ma ci sia
concesso però, di evidenziare aspetti matematici che di fatto hanno
“condizionato” la relazione Mandelli.
· I numeri dei militari impiegati
comunicati dalla Difesa al Professore furono parziali e “viziati” da presenze
di soldati conteggiati più volte.
· Il numero dei soldati presi
in considerazione non valutava le differenti zone d’impiego degli stessi.
· Non sono mai stati
suddivisi e considerati a se stanti
esclusivamente i militari impiegati
nelle zone bombardate.
· Il riferimento adottato dal
professore per comparare i dati fu un battaglione di Carabinieri che, come i
militari malati, avevano uno standard fisico sicuramente superiore alla media
nazionale.
· La fascia d’età considerata
escludeva un consistente numero di militari presenti mai più valutati dalle
statistiche del Professore Mandelli.
· La ricerca di eventuali
nessi fu “condizionata” nella considerazione della pericolosità del solo Uranio
e non degli effetti dello stesso.
· Il nesso causale su cui
lavorò Mandelli si limitò a contemplare la potenzialità radioattiva dell'
uranio impoverito(che sappiamo essere quasi irrilevante) e non già gli effetti
indiretti causati dalla sua combustione, ossidazione e altri pericolosi
processi chimico-fisici legati all'uso improprio
· Le patologie cancerogene
furono divise in categorie e tipologie abbassando in modo non corretto la media
dei malati.
· Da documentazione acquisita
non esiste solo un tipo di tumore o leucemia che colpisce i militari impiegati,
si riscontra invece un forte aumento di patologie tumorali di varia specie tra
soggetti esposti sui territori bombardati da uranio impoverito.
· I parametri comparativi
utilizzati, anche per l’aspetto radiologico, sono quelli di Nagasaki ed
Hiroshima che, a parere dell’Osservatorio, sono decisamente sproporzionati.
· Le ricerche anche successive
a quelle del Professor Mandelli andavano alla ricerca del “minerale” uranio
impoverito trascurando totalmente gli effetti dell’esplosione e la
trasformazione di altra materia in nanoparticelle innaturali facilmente
respirabili.
Ma a questi fattori strettamente “matematici”,
“evidenti” anche ai profani di studi medico-scientifici, si aggiungono numerosi
altri aspetti palesemente non corretti.
Ci riferiamo ai criteri statistici adottati alle
analisi condotte in modo parziale oppure “condizionate” dalla ricerca
spasmodica della sola pericolosità dell'uranio, data dalla sua radioattività .
Mai è stata fatta una netta separazione tra
l’effetto radiologico dell’uranio impoverito e l’effetto bellico ottenuto
utilizzando l’uranio impoverito.
Proprio questo punto è fondamentale per evitare due
cose:
1.
“condizionare”
l’esito della ricerca al solo scopo di “scagionare” un armamento utilizzato i
cui effetti potrebbero risultare fuori dai requisiti dell’armamento definito
“convenzionale”.
2.
basare
una ricerca su protocolli dati per scontati escludendo qualsiasi altra
possibilità che invece si è verificata creando proprio il fenomeno che stiamo
analizzando.
In entrambi i casi non saremmo in condizione di
“scoprire” la verità, perché si partirebbe da ipotesi macroscopicamente errate.
Lo scopo di questa commissione non può, e non deve
essere solo “scientifico”, nell’accezione più depauperata del termine.
Decine di militari si sono ammalati e sono morti,
centinaia di militari stanno male e rischiano di morire: se qualcuno, alla luce
dei documenti presentati, avendo la responsabilità, il dovere e l'obbligo
morale d’intervenire e non l'ha fatto, pur essendo terribile dirlo, bisogna
avere il coraggio di dichiararlo: si è
reso autore di una strage.
Ad oggi, i decessi, secondo l’Osservatorio,
attribuiti all’Uranio Impoverito, sono 35, i malati che soffrono “lontani”
dall’attenzione dello Stato Maggiore sono 276.
Del video allegato alla documentazione che
depositiamo, e che analizzeremo al termine di questa relazione, si evince
chiaramente che esisteva un “ragionevole dubbio” già prima dell’impiego e che,
se non si fossero adottate le misure precauzionali previste, poteva verificarsi
un eccidio di massa.
I vertici militari italiani preposti videro
sicuramente questo filmato.
I vertici militari italiani erano certamente al
corrente dei risultati del trattato di Eglin.
Lo studio commissionato dall’Osservatorio
all’Università di Modena e Reggio Emilia conferma che i militari impiegati nei
territori dove è stato utilizzato uranio impoverito, evidenziano una presenza
di particelle di materia e metalli pesanti che risulta simile per struttura,
massa e conformazione identica in tutti coloro che hanno vissuto nella stessa
zona, siano essi civili o militari.
Questo stato di fatto sposta decisamente il criterio verso un'altra
angolazione di veduta che, a parere
dell’Osservatorio, deve essere assolutamente valutato.
Non bisogna dimostrare solo che l’Uranio fa male (vi
è ampia documentazione in merito), bisogna invece dimostrare che i metalli
pesanti presenti nei soggetti, non provocano malattie tumorali.
Se questa tesi sarà dimostrata allora in Italia
potrà essere rivista anche la limitazione del traffico a causa
dell’inquinamento atmosferico.
Infatti, se è dato per certo che le dimensioni
disperse nell’ambiente dai gas di scarico sono nocive all’organismo e possono
causare il cancro, allora quelle sviluppate dall’esplosione di proiettili
all’uranio lo sono ancora di più in quanto le dimensioni sono infinitamente
minori del famigerato “smog da inquinamento”.
La documentazione allegata alla presente è
costituita da “fotografie” di particelle “dentro” gli organismi dei militari.
Gli studi fino ad ora pubblicati a sostegno
dell’incolumità del munizionamento all’uranio appartengono a teorie e
protocolli standard oppure di comparazione con dati acquisiti a seguito di
esplosioni di armi nucleari.
La terrificante analogia tra le particelle
“scoperte” e “studiate” a Eglin nel 1978 e quelle ritrovate nel corpo dei
ragazzi è sconcertante, e chi si ostina a continuare a negarne l’evidenza, si
rende complice della strage ancora in corso.
COMPORTAMENTO
DELLO STATO MAGGIORE CON I MALATI
Una Nazione che si rispetti ha rispetto per le
proprie Forze Armate.
Non è un gioco di parole, ma l’Osservatorio ritiene
che esaminando il comportamento dei responsabili della Difesa emerge una
drammatica mancanza di rispetto per il personale militare.
Se volessimo produrre in questa sede le
dichiarazioni dei genitori o degli stessi ragazzi colpiti dalle patologie, non
saremmo in condizione di rispettare i tempi previsti per la conclusione dei
lavori.
Per questo motivo l’Osservatorio chiede formalmente
l’audizione di soli 3 diretti interessati riservandosi di far pervenire, alla
ripresa dei lavori, ad ogni commissario, una documentazione video nella quale
altri militari e famigliari denunciano
vere e proprie violazioni di diritti ed offese alla dignità.
I tre “testi” chiamati a deporre (anche tutti nella
stessa seduta), sono stati così suddivisi:
1. un genitore di un militare deceduto a cui è stato “modificato” il
foglio matricolare;
2. un militare in servizio colpito
da patologia tumorale;
3. un Ufficiale colpito da malattia perché lui stesso non a conoscenza del
problema.
*Per motivi di sicurezza i nominativi verranno
forniti immediatamente prima della convocazione.
L’abbandono a loro stessi dei giovani e delle loro
famiglie, è un altro dei drammi che il personale sta vivendo.
All’inizio del fenomeno veniva a crearsi un vero e
proprio “isolamento” del militare e del proprio nucleo famigliare creato ad hoc dai vari distretti militari
coinvolti, che hanno sempre demonizzando tutti i possibili organismi “esterni”
alla Difesa.
Infatti
queste forze assolutamente volontarie
si sono sempre prodigati per portare aiuto, assistenza (anche
economica), ma prima di questa un supporto psicologico mirato a non lasciarli
soli, anche sotto l'aspetto legale, nell'incubo inimmaginabile che era, che è,
il loro stato.
Troppe volte l'Osservatorio ha assistito a scene di
“avvicinamento” da parte dei Comandi di Militari ai diretti interessati anche
con promesse di posti di lavoro ed assistenza gratuita fino alla “fine”.
Ovviamente, quando il militare moriva si innescava
subito un “piano” d’emergenza che prevedeva, tra le tante, anche il “controllo”
di ciò che veniva detto ai funerali.
Lampante fu il caso della morte di Luca Sepe, i cui
funerali furono “privatizzati” dall’apparato della “Difesa” e gestiti persino
con la “sostituzione” del parroco.
Tanta “scena” per gli organi d’informazione presenti
e tanta ipocrisia che non veniva risparmiata neanche ai famigliari.
L’assistenza che viene “offerta” ai militari ed alla
famiglia, è demandata alla sensibilità personale di ogni comandate periferico
ed al buon cuore dei commilitoni.
Ad oggi, tutto quanto previsto per “assistere” le
famiglie colpite, non viene attuato nei modi e nei termini previsti dalle
normative in merito.
Ai famigliari che, impoveriti dalle spese dovute per
assistere figli e/o genitori, vengono chieste fredde fatturazioni a distanza di
anni per poter ottenere qualche soldo per riprendersi.
Le cause di servizio, riconosciute solo per
l’impegno e la costanza nell’azione del legale del Centro Studi, non hanno come
giustificazione la contrazione della patologia per esposizione in ambienti
bombardati con uranio impoverito.
Solo in un caso, ad un Ufficiale, la CMO1 di Roma
collegò la patologia agli ordigni all’uranio, la commissione fu “sciolta” il
giorno successivo per sopraggiunto termine operativo.
L’Ufficiale oggi viene impiegato parzialmente non a
causa della patologia ma per un’evidente azione di mobbing che ne limita
l’impiego e lo “punisce” economicamente.
I ragazzi colpiti non sono penalizzati solo dal
punto di vista fisico ma vengono totalmente abbandonati a loro stessi portali
frequentemente al “fallimento” economico che rende impossibile anche il
prosieguo delle cure.
L’ammettere che i ragazzi si ammalano perché
impiegati senza le misure precauzionali previste, è un’ammissione di colpa che
la Difesa non vuole fare.
Il Governo di allora ed il Governo attuale sembrano
legati da uno pseudo cordone ombelicale chiamato “alleanza con gli Stati Uniti”
e con “reverenza” si piegano ed impongono il silenzio sull’argomento.
Questo prevarica ogni cosa e non consente un’attenta
e dovuta tutela dei loro uomini.
Alla fine si “tollera” la morte dei nostri ragazzi
piuttosto di sottrarsi alla “morsa” dell’alleanza che, in questo modo, diventa
solo sottomissione.
Non vogliamo entrare ulteriormente nel merito,
ma la ormai inevitabile verità deve
rendere giustizia.
L’Osservatorio chiede che questi ragazzi ricevano
ciò che gli è riconosciuto dal diritto di essere uomini e dall’orgoglio di
essere stati militari.
Non è forte chi non cade mai, è forte chi sa
rialzarsi.
L’alto senso istituzionale di Voi Onorevoli Senatori
della Repubblica saprà certamente affrontare l’umana, delicatissima, ma
soprattutto tristissima pagina di
questa storia e, ove ci fossero,
individuare i responsabili.
Per noi dell’Osservatorio è indispensabile che ha
questi “nostri” ragazzi venga restituita la dignità e a coloro cui la vita è
già stata tolta, che rimanga almeno la vostra promessa insieme con la speranza delle loro madri, figli, compagne nel poter
"rivedere" i loro cari in coloro che non moriranno più, probabilmente
grazie a voi.
Morire a vent’anni per la Patria è un onore, morire
perché abbandonati dalla propria Patria è il peggior dolore, la più ingrata
offesa che possa subire un Militare.
Anche gli organi di rappresentanza hanno le loro
responsabilità nei drammatici sviluppi della vicenda.
L’ottavo mandato della Rappresentanza Militare, al
livello Centrale (CO.CE.R.) prova ad entrare nella vicenda, gli stati maggiori
non solo bloccano questa eventualità ma provvedono immediatamente affinché
venga rispettato il termine di fine mandato previsto per legge.
In effetti, come si può notare, il mandato della
Rappresentanza che ha rispettato i tempi previsti è stato proprio l’ottavo, sia
il precedente che l’attuale hanno goduto di una proroga “premio” che li vede
ancora in carica.
Questi mandati non hanno mai affrontato l’argomento.
CONCLUSIONI
Al termine di questa esposizione è opportuno
rimarcare i motivi per cui, ad oggi, è indispensabile che la questione dei
ragazzi malati a seguito dell’impiego nei territori bombardati con
munizionamento all’UD, ritorni all’attenzione del dibattito politico.
In questo momento migliaia di ragazzi impegnati in
ogni teatro operativo, dai Balcani, all’Afghanistan e l’Iraq, stanno operando
senza mezzi di precauzione e l’embedded dell’informazione riesce a
censurare le preoccupanti notizie che arrivano dai teatri.
Se con i militari provenienti dai Balcani si è
adottata la politica dello struzzo, non ci
si può arrogare il diritto di continuare a farlo con gli uomini impiegati in oriente oggi.
Le stesse indagini avviate in Francia, Inghilterra e
Stati uniti, hanno portato a conclusioni diverse ma quantomeno, si sono
concluse in tempi che hanno consentito l’aiuto dei ragazzi ancora in vita.
E’ dal 1999 che si parla di militari malati e
deceduti a seguito dell’utilizzo di armi all’uranio e l’Italia è l’unica
nazione pur considerata “civile” che non ha saputo fornire risposta al problema.
Ex Generali, ora parlamentari, hanno monopolizzato
la gestione politica delle Forze Armate e rappresentano l’ultimo tappo che
chiude la tremenda verità scientemente occultata.
Continuare con questo sistema significa ignorare un
problema che provoca morte o agonizzante sfiducia nelle istituzioni.
Siamo certi che questa
“posizione” non fa parte della volontà di intenti di codesta Onorevole
Commissione.
Osiamo
sperare, confidare nella capacità, nella volontà che i componenti della stessa
metteranno a frutto, perché consapevoli che dalla documentazione prodotta,
dalle testimonianze raccolte, dall’evidenza dei fatti che:
1.
il
munizionamento all’uranio impoverito è estremamente pericoloso principalmente
per l’effetto indiretto;
2.
l’effetto
che ne deriva è una modificazione della materia derivata dall’esplosione,
materia che resta in sospensione per tempi lunghi e ad oggi indeterminati;
3.
queste
nano particelle sono presenti nei corpi dei ragazzi colpiti dalla cosiddetta
sindrome dei Balcani;
4.
le
indagini effettuate ad oggi dalla Difesa
hanno avuto il mero scopo di condurre inevitabilmente ad una eliminazione del
problema con il preciso intento di evitare colpe ben precise;
5.
ciò
che l’Osservatorio sostiene da anni, investendo energie, tempo e propri fondi,
crea imbarazzo alla Difesa che fornisce risposte la cui credibilità,
nonostante i costi da milioni di euro, da
essa investiti per “adottare” tecnici e periti (tutti facenti parte del
circuito militare), appare “grottesca” in quanto organizzata al solo scopo di
scagionare se stessa;
6.
nonostante
la legge italiana preveda la partecipazione al procedimento amministrativo di
tutte le parti, è stato sempre rifiutata la partecipazione tecnico, giuridico e
legale degli esperti indicati dai famigliari e dall’Osservatorio;
7.
non
necessariamente bisogna consegnare un “colpevole” all’opinione pubblica,
l’importante è consegnare ai ragazzi ed alle famiglie coinvolte e dunque, per dovere di informazione a tutti, una
verità, qualunque essa sia, consapevoli
che non si può pretendere di chiedere impegni a questi livelli senza
investire in modo proporzionato;
8.
se non ci sarà una
drastica inversione di rotta in termini gestionali della Forze Armate Italiane
arriveremo al collasso dell’organizzazione dopo aver pagato un prezzo inaccettabile,
inumano, poiché si sta parlando di vite umane.
La responsabilità e la consapevolezza degli uomini
che rappresentano le istituzioni hanno il dovere d’intervenire.
Noi, come Centro Studi Osservatorio, ci siamo
sentiti coinvolti e direttamente interessati affinché i nostri militari possano
ancora sentirsi orgogliosi di appartenere alle Forze Armate italiane.
Il Presidente