ARTICOLO 21 LIBERI DI
di Bruna Iacopino
Il rapporto presentato dal Ministro Parisi in merito alla situazione delle presunte vittime da uranio impoverito è stato ampiamente smentito da Domenico Leggiero dell’Osservatorio militare. “2.536 militari affetti da patologie tumorali, di cui 164 deceduti” questi i dati riportati da Leggiero, contro quelli di Parisi che parla di 255 militari (161 dell'Esercito, 47 della Marina, 26 dell'Aeronautica e 21 Carabinieri) ammalati e 37 morti (29 dell'Esercito, 7 dell'Arma, uno dell'Aeronautica), 1.427 sarebbero invece i militari malati che non hanno partecipato ad operazioni 'fuori area'. Il dubbio è legato dunque al rischio reale rappresentato dall’uranio impoverito che, secondo quanto riferito dal Ministro, non è stato ancora provato.
Eppure, è dal 1996 che un rapporto militare tenuto segreto per tre anni, svela agli americani i pericoli legati all’uranio impoverito, e si moltiplicano le indagini e le commissioni di inchiesta.
Numerose sono le testimonianze raccolte in questi annni. Ma i dati certi al monento sono:
-i proiettili all’uranio impoverito sono stati usati ampiamente durante la prima guerra del Golfo, nei Balcani, e nelle ultime operazioni militari in Afghanistan e Iraq
-moltissimi reduci si sono ammalati e molti di loro sono morti.
A questo proposito si deve ricordare l’interessante lavoro documentaristico di Alberto D’Onofrio dal titolo “Sindrome del Golfo” realizzato nel 2001 per la Rai. Esso mette in luce in maniera inequivocabile le conseguenze subite dai marines statunitensi di ritorno dal Golfo. Dei 700.000 soldati impiegati 50.000 avrebbero contratto rare forme tumorali, e tra i 5.000 e i 10.000 sarebbero morti, la causa (ipotesi avnzata nel documentario) una miscela esplosiva di armi chimiche e batteriologiche, pallottole e bombe all'uranio impoverito e vaccini che vennero somministrati ai soldati per difenderli dagli stessi agenti chimici e batteriologici. A subire le conseguenze di una simile barbarie però non sono solo i reduci, ma anche i familiari, in particolare i bambini nati subito dopo, con malformazioni di vario tipo e le stesse mogli o compagne dei militari malati.
Andando a ricercare fra le varie inchieste condotte in questi anni è anche utile rivedere quella apparsa sempre su Rainews24 nel 2003, e intitolata Vittime di pace realizzata nelle zone vicine a Sarajevo, e in particolare nella località di Hadzici, dove sorgevano apparati di logisitca militare e fabbriche belliche serbe. Qui la NATO impiegò, nell'estate del 1995, circa 3400 proiettili all'Uranio Impoverito in essa viene riportata la testimonianza dei medici attivi nell'area, i quali parlano di oltre 150 casi all'anno di tumori e leucemie tra i 5000 profughi serbi della località di Hadzici, spostatisi poi a Bratunac, al confine tra serbia e Bosnia-Herzegovina. A dimostrazione del fatto che vittime della “sindrome” non sarebbero solo i militari “sottoposti a stress eccessivo” (come in un primo momento ipotizzato dal Ministero della difesa) ma anche i civili esposti ai bombardamenti.
Altra analisi non priva di interesse per le conclusioni a cui è giunta è quella della Dottoressa Antonietta Gatti, responsabile del Laboratorio dei biomateriali presso il Dipartimento di neuroscienze dell'Università degli studi di Modena e Reggio Emilia in seno alla Commissione di inchiesta del Senato, nota come Commissione Mandelli: “Quando scoppiò il caso dell'uranio impoverito, mi dissi: se c'è dell'uranio, andiamo a vederlo all'interno dei tessuti patologici, perché solo così si può dimostrare una correlazione tra l'uranio e la patologia eventualmente sviluppata. Se sta fuori, questo tipo di uranio impoverito non dà grossi problemi. Ho potuto analizzare il midollo, un pezzetto di fegato, un colon, un polmone, delle sezioni di campioni biologici. In alcuni casi ho avuto più campioni dello stesso paziente; per esempio, midollo, sperma e sangue. Nelle biopsie sono state trovate particelle tonde. E' importante soffermarsi sulla forma rotondeggiante: lo scienziato dei materiali sa che le forme rotondeggianti provengono da combustioni ad altissima temperatura.” Dunque le conclusioni a cui approda Gatti sono: “L'uso di munizioni all'uranio impoverito e l'impatto con il bersaglio provoca una combustione a temperature elevatissime, dai 3.000 ai 5.000 C°, che producono un pulviscolo di metalli pesanti e aerosol di uranio impoverito, nanogoccioline che galleggiano nell'aria, sono facilmente trasportabili a grandi distanze dai venti e soprattutto sono composte da nuovi materiali, nuove fusioni di molecole più piccole dei «Pm 10», le cosiddette «polveri sottili». Si tratta di particelle di dimensioni inferiori ai 10 micron, che possono entrare con estrema facilità nel circolo sanguigno dopo esser stati ingeriti come residui depositati sui vegetali che si mangiano.”
Difatti dalle analisi effettuate su molti dei soggetti deceduti in seguito alla cosiddetta sindrome dei Balcani sono state ritrovate nanoparticelle di metalli pesanti e forma rotondeggiante.
Le conclusioni della Dottoressa Gatti potrebbero forse riuscire a giustificare stati patologici analoghi in militari mai stati “fuori area” ma solo a contatto con poligoni di tiro… ma aprono ulteriori scenari.
Studi simili sono stati condotti anche sui sopravvissuti in seguito al crollo delle Torri gemelle e anche per loro riaffiora la traccia delle nanoparticelle killer: le Torri erano piene di amianto, e i rischi legati alle polveri di questo materiale sono conclamati.
Ma le ricerche della dottoressa Gatti e del marito Stefano Montanari sono in fase di stallo: il laboratorio dell’Università di Modena presso il quale conducevano le loro ricerche è stato chiuso perché non conforme alle norme di sicurezza sul lavoro, e il microscopio di cui avrebbero bisogno è stato trasferito al CNR, i due scienziati non hanno la possibilità di proseguire le ricerche in autonomia. Risultato tutto bloccato … guarda caso, proprio nel momento in cui, i due hanno cominciato a prendere di mira gli inceneritori.
Quello che resta è una mole di documenti, interviste e video che circolano in grossa quantità in rete, e la coltre di silenzio da parte di media tradizionali, sull’intera vicenda.