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Venticinque militari
deceduti dal 1998 ad oggi, più di 260 ammalati: sono le vittime
italiane - tutti militari impiegati nelle missioni internazionali in
zone di conflitto - della cosiddetta «sindrome dei Balcani», stando
ai dati forniti da Domenico Leggiero dell'Osservatorio per la tutela
del personale civile e militare. Per la prima volta è stata
riconosciuta la causa di servizio all'elicotterista Stefano Melone,
deceduto nel novembre 2001 per un tumore: mezzo milione di euro è la
cifra che il ministero della difesa dovrà risarcire alla vedova,
secondo una sentenza del tribunale di Roma. Seppure tardivamente, i
militari hanno ricevuto, tra mille difficoltà e ostracismi, un
minimo di istruzioni di cautele e comportamento.
La «Sindrome del Golfo»
La stessa cosa non è avvenuta e non avviene per le popolazioni
civili colpite e per gli operatori internazionali impegnati nella
ricostruzione postbellica.
Le conseguenze sanitarie dell'uso di armi all'uranio impoverito era
emersa già negli anni `90, a seguito della prima Guerra del Golfo.
Le varie patologie, spesso mortali, che colpirono i reduci
statunitensi (leucemie, cancri alla tiroide e ai polmoni,
malformazioni di neonati, aborti spontanei nelle donne) vengono
riassunte sotto il termine di «sindrome del Golfo». In Italia la
questione si riaffaccia con prepotenza nel 2000, quando
l'Osservatorio per la tutela del personale civile e militare, per
iniziativa del maresciallo del Cocer Domenico Leggiero, denuncia
pubblicamente casi di decesso e malattia di soldati italiani che
avevano prestato servizio nei Balcani.
Le conseguenze ambientali della guerra contro la Repubblica Federale
Jugoslava e raccomandazioni in proposito erano già state oggetto di
un rapporto nel giugno del 1999, redatto dal Centro ambientale
regionale per l'Europa centrale ed orientale su incarico della
Commissione europea. In questo rapporto già si poneva il problema
degli «effetti a lungo termine di sostanze tossico cancerogene e di
radiazioni». Si menzionava come dato acquisito che «i rapporti
indicano che la Nato abbia utilizzato, durante il conflitto,
esplosivi contenenti uranio esaurito» (pag.18). Dal rapporto
emergeva inoltre la vasta presenza di metalli pesanti entrati nel
ciclo bioalimentare e nel suolo.
Informati in ritardo
I militari italiani impegnati in Kosovo dal giugno 1999 tuttavia
ricevettero la nota informativa che metteva in guardia dai pericoli
relativi all'uranio impoverito soltanto nel novembre dello stesso
anno. Nel frattempo si ammalarono militari italiani che non avevano
mai prestato servizio in Kosovo ma in Bosnia (il caso di Salvatore
Vacca, partito per la Bosnia nel 1998 con la brigata Sassari,
ammalatosi al suo rientro e morto per leucemia nel settembre `99).
Le patologie che emergono sono linfoma di Hodgkin, non-Hodgkin,
leucemia. Nel luglio del 1999 erano intanto iniziate le
interpellanze del governo italiano a quello americano circa la reale
quantità di proiettili all'uranio e le zone in cui essi furono
usati, ma i dati arrivarono soltanto nel gennaio 2001: 31.000
proiettili in Kosovo, 11.000 in Bosnia. I dati sulla Bosnia giunsero
dopo quelli relativi al Kosovo, con implicazioni molto più gravi
dato che al momento dei bombardamenti Nato del 1995 in Bosnia si
trovavano numerosi operatori umanitari civili appartenenti a Ong e
agenzie dell'Onu e il personale civile impegnato nella fase
postbellica di ricostruzione non era mai stato informato del
pericolo derivante dalle conseguenze ambientali di tali
bombardamenti.
Dalla Federazione Jugoslava oggi giungono rapporti preoccupanti
sullo stato di salute della popolazione, sempre più affetta da
patologie quali leucemia, malformazione dei nascituri, neoplasie di
vario tipo. Un rapporto datato 9 gennaio 2004, che denuncia la
contaminazione radioattiva del suolo, basato su campioni di
terriccio prelevati nel sudest della Serbia, è presentato in
febbraio dal professor Pedrag Polic, direttore del dipartimento di
chimica dell'Università di Belgrado, in un convegno a Como.
Bombardamenti in Serbia
Anche l'Unep si interessa della situazione ambientale postbellica
nei Balcani: nell'ottobre 1999 produce un primo rapporto relativo ai
danni ambientali prodotti dal bombardamento di siti industriali in
Serbia, ma mancano i dati sui siti colpiti da uranio impoverito a
causa della reticenza della Nato a fornire le relative mappe. I dati
arrivano soltanto in seguito ad una lettera ufficiale firmata dal
segretario generale dell'Onu Kofi Annan. La mappa dettagliata con i
112 siti colpiti in Serbia e Kosovo giunge soltanto dopo una seconda
lettera a firma Annan del luglio del 2000.
Nel marzo del 2001 viene pubblicato il rapporto finale dell'Unep,
redatto dalla task-force Balcani guidata dal finlandese Pekka
Haavisto. Il rapporto conferma la pericolosità dell'uranio
impoverito che si libera in forma di aerosol a temperature
altissime, ma non gli attribuisce l'unica responsabilità di danni
ambientali: il rapporto indica già la presenza di metalli pesanti,
che possono avere effetti tossici sull'organismo umano, nella catena
alimentare e nel suolo. L'attenzione è inoltre posta sulle
particelle a bassa radioattività rilasciate dalla combustione di
uranio impoverito, che possono causare danni a lungo termine.
Il governo italiano nel 2001 assume alcuni impegni relativi al
monitoraggio e alla bonifica dei territori bombardati dalla Nato nei
Balcani: il 21 marzo il parlamento approva la legge 84/2001
(«Disposizioni per la partecipazione italiana alla stabilizzazione,
alla ricostruzione e allo sviluppo di Paesi dell'area balcanica»)
che istituisce all'art.8 un fondo per il monitoraggio ambientale
affidato al ministero dell'ambiente d'intesa con quello degli
esteri. Dei risultati conseguiti grazie a questa legge, che
autorizzava una spesa di 2,6 miliardi di lire nel 2001 e di 4
miliardi a decorrere dal 2002, non si ha ad oggi notizia.
La Commissione Mandelli
Il 22 dicembre 2000 il ministero della difesa istituisce una
commissione, presieduta dal Prof. Franco Mandelli, con il compito di
accertare tutti gli aspetti medico-scientifici dei casi emersi di
patologie tumorali nel personale militare impiegato in Bosnia e
Kosovo. La popolazione studiata dalla commissione è quella composta
esclusivamente dai militari che dal dicembre 1995 al gennaio 2001
hanno compiuto almeno una missione in Bosnia e/o Kosovo. Per
analizzare i dati e confrontare i risultati con i dati statistici
presenti negli archivi sono stati presi a riferimento i dati più
aggiornati disponibili, che però risalgono al periodo 1993-1997
(quindi non troppo aggiornati). La prima relazione viene pubblicata
il 19 marzo 2001; la seconda relazione esce il 28 maggio 2001 e
conferma un «eccesso, statisticamente significativo, di casi di
Linfoma di Hodgkin». Rispetto alla prima, vengono inseriti nuovi
casi registrati entro il 30 aprile 2001.
I dati con cui venivano confrontate le manifestazioni tumorali si
avvalgono adesso di 12 registri tumorali italiani, in confronto con
i 7 della prima relazione. Le conclusioni della seconda relazione
inoltre ribadiscono la necessità di una conferma dei risultati
ottenuti.
Falco Accame, presidente dell'Anavafaf, l'Associazione assistenza
vittime arruolate nelle forze armate, chiede un'inchiesta anche sui
civili. A seguito dei lavori della commissione Mandelli, il mondo
delle Ong si allarma e invita i propri operatori attivi nei Balcani
a sottoporsi ad un protocollo di analisi per accertare le proprie
condizioni di salute ed avviare un monitoraggio sul personale
umanitario circa le conseguenze derivanti dall'eventuale esposizione
a uranio impoverito e metalli pesanti.
Nessun risultato di rilievo emerge dallo screening sommario, ma
forse non si cerca nella direzione giusta: l'invito è quello di
approfondire le analisi solo nel caso che qualche valore, in
particolare la Ves, risultasse fortemente alterato.
Screening senza esito
Mancano gli strumenti di ricerca adeguati ad individuare la presenza
di microparticelle di uranio impoverito e metalli pesanti
nell'organismo. Carenza questa che viene solo parzialmente colmata
dall'impegno dell'Università di Modena, nella persona della
dottoressa Maria Antonietta Gatti, coordinatrice scientifica di un
progetto sulle nanopatologie finanziato con un milione di euro dalla
Commissione europea e gestito dall'Istituto nazionale di fisica
della materia.
La Gatti avvia nel 2002 una ricerca settoriale sulle conseguenze
degli interventi bellici sull'ambiente e l'organismo umano, anche
alla luce dei casi denunciati dall'Osservatorio militare. A seguito
della seconda relazione Mandelli, il ministero della difesa aveva
stanziato due miliardi di lire al preside della facoltà di medicina
dell'Università di Modena, l'ematologo Umberto Torelli, il cui
rapporto riscontra che non esiste alcuna differenza biologica tra le
patologie contratte in Italia o in altro luogo. Un dato reale quanto
pleonastico, dato che le ricerche mirate condotte dalla Gatti
rivelano invece una problematica di natura fisica. L'uso di
munizioni all'uranio impoverito e l'impatto con il bersaglio provoca
una combustione a temperature elevatissime, dai 3.000 ai 5.000 C°,
che producono un pulviscolo di metalli pesanti e aerosol di uranio
impoverito, nanogoccioline che galleggiano nell'aria, sono
facilmente trasportabili a grandi distanze dai venti e soprattutto
sono composte da nuovi materiali, nuove fusioni di molecole più
piccole dei «Pm 10», le cosiddette «polveri sottili». Si tratta di
particelle di dimensioni inferiori ai 10 micron, che possono entrare
con estrema facilità nel circolo sanguigno dopo esser stati ingeriti
come residui depositati sui vegetali che si mangiano.
Particelle nel sangue
Secondo la dottoressa Gatti, particelle di 0,1 micron, se respirate,
raggiungono il sangue nell'arco di un minuto e dopo un'ora
dall'inalazione si depositano nel fegato. La fisica di queste
particelle è ancora tutta da studiare, ma alcune analisi hanno fatto
rilevare la presenza di particelle di metalli pesanti, quali
antimonio, tungsteno e cobalto, nell'organismo di militari e civili
che avevano soggiornato nei Balcani durante e dopo il conflitto
armato.
Al di là dei casi di patologia conclamata, al momento non sono
valutabili in termini chiari e completi le conseguenze della
presenza di tali particelle, non biodegradabili e di composizione
chimica spesso non comune, nell'organismo umano. A parte un
operatore umanitario che si è sottoposto volontariamente alle
analisi speciali condotte dalla dottoressa Gatti a causa di una
tiroidite e in cui sono state riscontrate tracce (4 micron) di
antimonio, cobalto e argento, ad oggi non esiste un programma di
screening né un protocollo per gli operatori umanitari che si recano
in teatri di postconflitto potenzialmente a rischio.
Fonte: Il Manifesto |