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 Stefano Melone, Maresciallo ed elicotterista dell'Esercito Italiano, più volte impegnato in missioni di pace all'estero.
Si ammala di tumore e muore a 40 anni, lasciando la moglie e due figli.
Il suo male sembra però implicare dell'altro

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    I militari muoiono ma anche noi non ci sentiamo tanto bene.... L'insostenibilità della guerra Print E-mail
    28 giu 2004

    Venticinque militari deceduti dal 1998 ad oggi, più di 260 ammalati: è questo il bilancio delle vittime italiane della cosiddetta "sindrome dei Balcani", secondo i dati  forniti da Domenico Leggiero dell'Osservatorio per la tutela del personale civile e militare.  Tutti militari impiegati nelle missioni internazionali in zone di conflitto. Una vittoria importante invece è la notizia del riconoscimento della causa di servizio dell'elicotterista Stefano Melone, deceduto nel novembre del 2001 per un tumore. Mezzo milione di euro è la cifra che il Ministero della Difesa dovrà risarcire alla vedova, secondo quanto stabilito da una sentenza del Tribunale di Roma. I militari, seppure tardivamente, hanno ricevuto, tra mille difficoltà e ostracismi, istruzioni di cautele e comportamento minimi. La stessa cosa non è avvenuta e non avviene per le popolazioni colpite e per gli operatori civili internazionali impegnati nelle operazioni di emergenza durante i conflitti e nella ricostruzione postbellica, a rischio dunque anche gli operatori dell'informazione.

    Un dato è certo: gli interventi militari e la guerra tecnologica risultano ormai insostenibili da tutti i punti di vista. I costi umani ed ambientali sono ormai incalcolabili nelle loro implicazioni in Italia e nei territori di conflitto. Nonostante le numerose campagne e denunce, nulla si sta facendo per monitorare persone e ambienti sempre più esposti a rischi di contaminazioni e inquinamenti crescenti causati dalle guerre e le cui conseguenze rimangono imprevedibili nel tempo.

    Le conseguenze sanitarie dell'uso di armi all'uranio impoverito era emersa già negli anni novanta, a seguito della prima Guerra del Golfo. Le varie patologie, spesso mortali, che colpirono i reduci statunitensi (tra queste leucemie, cancri alla tiroide e ai polmoni, malformazioni di neonati, aborti spontanei nelle donne) vengono riassunte sotto il termine di "sindrome del Golfo".

    In Italia la questione si riaffaccia con prepotenza nel 2000, quando l'Osservatorio per la tutela del personale civile e militare, per iniziativa del maresciallo del COCER Domenico Leggiero, denuncia pubblicamente casi di decesso e malattia di soldati italiani che avevano prestato servizio nei Balcani.  Le conseguenze ambientali della guerra contro la Repubblica Federale Jugoslava e raccomandazioni in proposito erano già state oggetto di un rapporto nel giugno del 1999, redatto dal centro ambientale Regionale per l'Europa Centrale ed Orientale su incarico della Commissione Europea (DG XI ) e intitolato "Valutazione dell'impatto ambientale delle attività militari nel corso del conflitto in Jugoslavia".

    In questo rapporto già si poneva il problema degli "effetti a lungo termine di sostanze tossico cancerogene e di radiazioni". Già in questo rapporto si menziona come dato acquisito che "I rapporti indicano che la NATO abbia utilizzato, durante il conflitto, esplosivi contenenti uranio esaurito (DU)" (pag.18). Dal rapporto emerge inoltre la vasta presenza di metalli pesanti entrati nel ciclo bioalimentare e nel suolo. I militari italiani impegnati in Kosovo dal giugno 1999 tuttavia ricevono la nota informativa che mette in guardia dai pericoli relativi all'uranio impoverito soltanto nel novembre dello stesso anno (22 novembre, Multinational Brigade West, G3-NBC; Prot. 849/G3/3023). Nel frattempo si ammalano militari italiani che non hanno mai prestato servizio in Kosovo ma in Bosnia (caso di Salvatore Vacca, partito per la Bosnia nel 1998 con la brigata Sassari, ammalatosi al suo rientro e deceduto per leucemia nel settembre 1999). Le patologie che emergono sono linfoma di Hodgkin, non-Hodgkin e leucemia.

    A luglio del 1999 erano intanto iniziate le interpellanze  del governo italiano a quello americano circa la reale quantità di proiettili all'uranio e le zone in cui furono usati, ma i dati arrivarono soltanto nel gennaio del 2001: 31.000 proiettili in Kosovo, 11.000 in Bosnia.

    I dati sulla Bosnia giungono soltanto dopo quelli relativi al Kosovo e hanno implicazioni molto più gravi dato che, sebbene al momento dei bombardamenti NATO del 1995 in Bosnia si trovassero numerosi operatori umanitari civili appartenenti a ONG e agenzie dell'ONU, nessuno di questi soggetti impegnati nella fase postbellica di ricostruzione era mai stato informato del pericolo derivante dalle conseguenze ambientali dei bombardamenti.  

    Dalla Federazione Jugoslava tuttavia giungono rapporti preoccupanti sullo stato di salute della popolazione locale, sempre più affetta da patologie quali leucemia, malformazione dei nascituri, neoplasie di vario tipo: un rapporto datato 9 gennaio che denuncia la contaminazione  radioattiva del suolo, basato su campioni di terriccio prelevati nel sudest della Serbia, è presentato in febbraio dal professor Pedrag Polic, direttore del dipartimento di chimica dell'Università di Belgrado, in occasione del convegno "La sindrome dei Balcani", organizzato a Como  dal comune e dal Landau Network-Centro Volta. Anche l'UNEP si interessa tempestivamente della situazione ambientale postbellica nei Balcani: nell'ottobre 1999 produce un primo rapporto relativo ai danni ambientali prodotti dal bombardamento di siti industriali in Serbia, ma mancano i dati sui siti colpiti da uranio impoverito a causa della reticenza della NATO a fornire le relative mappe.
    I dati arrivano soltanto in seguito ad una lettera ufficiale a firma del segretario generale ONU Kofi Annan, datata ottobre 1999. La mappa dettagliata con i 112 siti colpiti in Serbia e Kosovo giunge soltanto dopo una seconda lettera a firma Annan del luglio del 2000. Nel marzo del 2001 viene pubblicato il rapporto finale dell'UNEP, redatto dalla task-force Balcani guidata dal finlandese Pekka Haavisto. Il rapporto conferma  la pericolosità dell'uranio impoverito che si libera in forma di aerosol a temperature altissime, ma non gli attribuisce l'unica responsabilità di danni ambientali: il rapporto indica già la presenza di metalli pesanti nella catena alimentare e biologica, nel suolo, che possono avere effetti tossici sull'organismo umano. L'attenzione è inoltre riposta sulle particelle a bassa radioattività rilasciate dalla combustione di uranio impoverito che possono causare danni a lungo termine.

    Il governo italiano nel 2001 assume alcuni impegni relativi al monitoraggio e alla bonifica dei territori bombardati dalla NATO nei Balcani:  il 21 marzo il Parlamento approva la legge 84/2001 ("Disposizioni per la partecipazione italiana alla stabilizzazione, alla ricostruzione e allo sviluppo di Paesi dell'area balcanica"), che istituisce all'art.8 un fondo per il monitoraggio ambientale ("dell'inquinamento chimico-fisico e radioattivo nelle zone interessate"), affidato al Ministero dell'ambiente d'intesa con il MAE.

    Dei risultati conseguiti grazie a questa legge,  che autorizzava una spesa di 2.600 milioni di lire nel 2001 e di 4.000 milioni di lire a decorrere dal 2002, non si ha  ad oggi notizia.  

    Il 22 dicembre 2000 il Ministero della Difesa istituisce una commissione, presieduta dal Prof. Franco Mandelli, con il compito di accertare tutti gli aspetti medico-scientifici dei casi emersi di patologie tumorali nel personale militare impiegato in Bosnia e Kosovo. La popolazione studiata dalla commissione è quella composta esclusivamente dai militari che dal dicembre 1995 al gennaio 2001 hanno compiuto almeno una missione in Bosnia e/o Kosovo. Per analizzare i dati e confrontare i risultati con i dati statistici presenti negli archivi sono stati presi a riferimento i dati più aggiornati disponibili, che però risalgono al periodo 1993-1997 (quindi non troppo aggiornati).

    La prima relazione viene pubblicata il 19 marzo 2001; la seconda relazione esce il 28 maggio 2001 e conferma un "eccesso, statisticamente significativo, di casi di Linfoma di Hodgkin". Rispetto alla prima, vengono inseriti nuovi casi registrati entro il 30 aprile 2001.I dati con cui venivano confrontate le manifestazioni tumorali si avvalgono adesso di 12 registri tumorali italiani, in confronto dei 7 della prima relazione. Le conclusioni della seconda relazione inoltre ribadiscono la necessità di una conferma dei risultati ottenuti. A tale proposito si suggerisce di svolgere uno studio caso-controllo considerando, oltre all'uranio, altri possibili fattori di rischio; di proporre "agli altri paesi della NATO che sono stati impegnati in Bosnia e/o Kosovo, [...], di individuare metodologie uniformi per valutare l'incidenza di neoplasie maligne nei militari dei rispettivi Paesi. [...]; nelle opportune sedi internazionali - ad esempio, in sede UNEP - di estendere le indagini sull'eventuale diffusione nell'ambiente di uranio impoverito anche alla Bosnia e, in particolare, all'area di Sarajevo." Falco Accame, presidente dell'Anavafaf, l'Associazione assistenza vittime arruolate nelle forze armate,  chiede un'inchiesta anche sui civili.

    A seguito dei lavori della commissione Mandelli, il mondo delle ONG si allarma e invita i propri operatori attivi nei Balcani a sottoporsi ad un protocollo di analisi per accertare le proprie condizioni di salute ed avviare un monitoraggio sul personale umanitario delle conseguenze derivanti dall'eventuale esposizione a uranio impoverito e metalli pesanti (Nota per gli operatori di INTERSOS nei Balcani - Anagrafe e screening per i volontari in Bosnia, Kosovo, Serbia e Montenegro .Proposta presentata alla Presidenza del Consiglio e al Ministero Affari Esteri in data 17 Gennaio 2001). Nessun risultato di rilievo emerge dallo screening sommario, ma forse non si cerca nella direzione giusta: l'invito è quello di approfondire le analisi solo nel caso che qualche valore, in particolare la VES, risultasse fortemente alterato. Mancano gli strumenti di ricerca adeguati ad individuare la presenza di microparticelle di DU e metalli pesanti nell'organismo.

    Carenza questa che viene solo parzialmente colmata dall'impegno dell'Università di Modena nella persona della dott.ssa Maria Antonietta Gatti, coordinatrice scientifica di un progetto sulle nanopatologie, finanziato dalla Commissione Europea e gestito dall'Istituto Nazionale di Fisica della Materia. Condividendo con altri quattro soggetti di ricerca (Università di Cambridge; Università di Mainz; la Fei Company, affiliate alla Phillips; e la Biomatech francese) il fondo europeo da un milione di euro, la Gatti avvia nel 2002 una ricerca settoriale sulle conseguenze degli interventi bellici sull'ambiente e l'organismo umano, anche alla luce dei casi denunciati dall'Osservatorio militare. A seguito della seconda relazione Mandelli, il Ministero della Difesa aveva stanziato due miliardi di lire al preside della facoltà di Medicina dell'Università di Modena, l'ematologo Umberto Torelli, il cui rapporto riscontra che non esiste alcuna differenza biologica tra le patologie contratte in Italia o in altro luogo. Un dato reale quanto pleonastico, dato che le ricerche mirate condotte dalla Gatti rivelano invece una problematica di natura fisica.  L'uso di munizioni all'uranio impoverito e l'impatto con il bersaglio provocano una combustione a temperature elevatissime, dai 3.000 ai 5.000 °C, che produce un pulviscolo di detriti di metalli pesanti e aerosol di Uranio Impoverito, nanogoccioline che galleggiano nell'aria, sono facilmente trasportabili a grandi distanze dai venti e soprattutto sono composte da nuovi materiali, nuove fusioni di molecole più piccole dei PM 10, le cosiddette "polveri sottili". Si tratta di particelle di dimensioni inferiori ai 10 micron che possono entrare con estrema facilità nel circolo sanguigno e possono essere ingeriti attraverso residui depositati sui vegetali che si mangiano. Secondo la dottoressa Gatti, particelle di 0,1 micron, se respirate, raggiungono il sangue nell'arco di un minuto e dopo un'ora dall'inalazione si depositano nel fegato. La fisica di queste particelle è ancora tutta da studiare, ma alcune analisi hanno fatto rilevare la presenza di particelle di metalli pesanti, quali l'antimonio, il tungsteno, il cobalto, nell'organismo di militari e civili che avevano soggiornato nei Balcani durante e dopo il conflitto armato. Aldilà dei casi di patologia conclamata, al momento non sono valutabili in termini chiari e completi le conseguenze della presenza di tali particelle, non biodegradabili e di composizione chimica spesso non comune, nell'organismo umano. A parte un operatore umanitario che si è sottoposto volontariamente alle analisi speciali condotte dalla dottoressa Gatti a causa di una tiroidite e nel quale sono state riscontrate tracce (4 micron) di antimonio e cobalto e argento, ad oggi non esiste un programma di screening né un protocollo per gli operatori umanitari che si recano in teatri di postconflitto. Una lacuna che il governo, di qualunque colore esso sia, farebbe bene a colmare.
    Tiziana Boari

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