La morte del caporalmaggiore Valery Melis, avvenuta il 4 febbraio scorso, ucciso dal Linfoma di Hodgkin, ha ridestato l’attenzione dei mass-media su soldati italiani ammalati e morti di tumore, dopo aver partecipato a una o più missioni nei Balcani.

    Valery, 25 anni, sardo, è la ventiquattresima vittima in ordine di tempo di un killer che si chiama uranio impoverito. Tre sono pugliesi: Corrado Di Giacobbe, Giovanni Martiello e Andrea Antonaci.

   Ma ci sono ancora 263 militari, di cui 19 nati in Puglia, considerati “in condizione di forza assente causa linfomi ”. Uno di questi ragazzi, della provincia di Lecce, è molto grave; ha bisogno di cure immediate ma ci vogliono anche molti soldi. Bisogna partire da un presupposto di fondo.  Se la patologia non rientra nelle cause di servizio, il Ministero della Difesa non può pagare ciò che è collaterale alle cure. Quindi, viaggi, assistenza, alberghi, non sono rimborsati. “Qui comincia il Calvario “, dice Salvatore Antonaci, il papà di Andrea, sergente maggiore della 7^ Direzione Genio Militare di Firenze.  “Cari genitori, è il 180° giorno che sono a Sarajevo… ”, scrive Andrea a casa in una lettera datata 26 febbraio 1999. “Questi sei mesi mi hanno indebolito tanto “, riferisce il ragazzo. Andrea rimane in zona operazioni dal 1° settembre 1998 al 28 febbraio del 1999. Il suo reparto si sistema nella caserma “Tito Barak “. “La sera, dopo la lezione di inglese, torniamo al Parliament, un’ex caserma bosniaca, adattata ad alloggi per noi, americani, tedeschi, francesi, spagnoli, danesi, svedesi, inglesi ”, scrive Andrea. E’, questa, uno degli obiettivi più bombardati, anche perché si trattava dell’Accademia Militare. Ed è proprio tra i militari che alloggiano alla “Tito Barak “ che si riscontra, poi, la più alta concentrazione di malati e di decessi a causa dei linfomi.

   Andrea comincia ad accusare colpi di tosse, senza capirne la causa. Al suo rientro a Firenze, marca visita ripetutamente ma nessun ufficiale medico mai esamina il suo stato di salute. Solo a giugno torna dai genitori. Durante il viaggio in macchina ha un malore e fa sosta a Foggia, prima di proseguire per Martano, a qualche chilometro da Lecce. Case basse, ordinate. Un paese tranquillo, sulla via per il Capo di Santa Maria di Leuca.

   E’ una giornata uggiosa. Il signor Salvatore mi accoglie per strada sotto l’ombrello e poi mi fa salire in casa. Qui c’è anche mamma Grazia. Insieme mi mostrano le foto di Andrea, le sue lettere, la stanza, con gli encomi del comando NATO ricevuti per il servizio, appesi al muro, un videotape su Sarajevo, realizzato dalla Direzione del Genio.

Da civile Andrea fa il geometra ma si arruola perché gli piace la divisa. Finita la guerra, nell’ambito del “Programma europeo per la ricostruzione di Sarajevo ”, i comandi alleati richiedono specialisti italiani in teatro, come si dice. Il 3 luglio arriva l’ordine dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, agli inizi di agosto la squadra parte. Direttore dei lavori è il capitano Martinelli, il maresciallo Marotta è il contabile della squadra, Andrea ha l’incarico di assistente di cantiere. Nel videotape girato dai colleghi di Antonaci, scorrono le immagini dei palazzi di Sarajevo, distrutti, come la facoltà di Diritto, per esempio, dove Andrea segue i lavori di ricostruzione.

   “Ci sono altoparlanti sparsi per la città. Ogni giorno, dalle cinque e mezzo di mattina alle undici di sera ascoltiamo, per sei volte al giorno, le preghiere dei musulmani. Qui posso progredire il mio inglese e conoscere le abitudini delle popolazioni locali. Nel Parliament c’è un bar, dove la sera si beve, si parla con i colleghi delle interforze, si balla e si fa casino ”, scrive il sergente maggiore ignaro del destino che l’aspetta.

 A Firenze c’è la sua fidanzata. Nelle settimane successive al suo rientro, Andrea dimagrisce a vista d’occhio. Preoccupati, i genitori della ragazza si rivolgono ad un parente che lavora all’ospedale Careggi. “Era di sabato “, dice il signor Salvatore.  “Avevano le valigie pronte per un week-end a Cervia. A mezzogiorno, invece, ci arriva una telefonata: ci dicono di andare su che Andrea ha qualche problema. La sera stessa siamo partiti ”. Il sergente maggiore rimane in ospedale una settimana per gli accertamenti. La diagnosi non lascia dubbi: Linfoma di Hodgkin. Andrea si sottopone, così, alla chemioterapia e alla radioterapia. Siamo ad aprile del 2000. Il tumore sembra debellato e i due giovani decidono di sposarsi.

Nel frattempo, però, muore Salvatore Vacca. E’ il 9 settembre del 1999. E’ la prima delle vittime della “sindrome dei Balcani “. La mamma del caporale Salvatore Vacca, al telefono, sembra serena. Ha una voce dolce, tranquilla e mi parla come se la sua creatura fosse ancora viva, presente. E’ piena di tenerezza anche quando dice che vedeva Salvatore uscire da una camera sterile per entrare in una specie di magazzino, all’ospedale di Cagliari, dove faceva la dialisi.

 La morte di Salvatore insospettisce Andrea, che si documenta e sa di altri militari colpiti dalla stessa patologia. Gli amici dell’interforze in Bosnia lo tengono informato via e-mail. A settembre i medici del Careggi gli fanno un prelievo di cellule staminali per tentare un autotrapianto e per questo, il 5 dicembre gli fanno la TAC. “Uscì di là che scoppiava dalla gioia che aveva superato, diciamo, questa malattia “, dice mamma Grazia. Il giorno seguente, invece, a causa di complicazioni ai bronchi lo mettono in isolamento. Una settimana dopo, è il 12 dicembre del 2000, il suo cuore cessa di battere “. Non prima, però, di un ultimo atto di coraggio. Infatti, Andrea, insieme con il maresciallo Leggiero, coordinatore dell’Osservatorio militare, il centro studi per la tutela del personale delle Forze Armate e di Polizia, che lo assiste, si rivolge alla trasmissione televisiva “Striscia la notizia “, per parlare pubblicamente della sua vicenda, se questo può servire a salvare altre vite umane. Scoppia, così, il caso dell’uranio impoverito. Sotto accusa il Governo che adotta solo da novembre del 1999, le misure di sicurezza. Gli Stati Uniti replicano che sin dal 1993 gli alleati erano informati dell’uso di munizionamento DU (depleted uranium). Ma cosa fa un proiettile all’uranio impoverito? All’impatto di un proiettile DU sulla corazza di un carro armato, per esempio, si sviluppa una temperatura che supera i tremila gradi centigradi. Tutto quello che è lì vaporizza, diventa aerosol, il quale, naturalmente, si disperde nell’ambiente. E può essere inalato respirando l’aria circostante, oppure ingerito anche se solo si mangia la carne di un vitello o di una pecora che prima pascolava nei campi vicini. Gli americani consegnano ai nostri comandi le mappe delle zone bombardate ma spesso le nostre truppe, vestite delle comuni mimetiche, si imbattono in militari che indossano tute adeguate alla guerra NBC (nucleare, batteriologica, chimica). Per trecento militari, non è sufficiente avere un coefficiente di sana e robusta costituzione superiore alla media. E i tempi eroici della “Spigolatrice di Sapri ” sono lontani. Semplicemente si ammalano. La denuncia di Andrea in televisione ha il suo effetto. A dicembre 2000, il Governo istituisce una commissione medico-scientifica che prende il nome dal coordinatore dei lavori, il professor Franco Mandelli, per verificare se c’è un nesso tra le patologie addebitate all’uranio e le zone bombardate. Secondo la commissione Mandelli, il numero degli ammalati, in rapporto ai 49.000 uomini che hanno partecipato alle missioni nei Balcani, è nella norma. Fa notare, invece, il maresciallo Leggiero, che questo numero non dovrebbe superare i 27.000 soldati, cioè i 9.000 uomini che compongono il contingente italiano, moltiplicato tre, il numero degli avvicendamenti. Questi numeri, sono contenuti anche nel “Libro bianco della Difesa “ pubblicato dall’attuale Governo a dicembre del 2001. 263 casi, su 27.000 significa un aumento della patologia del 300 percento rispetto alla media del Paese. La cifra che la Difesa segnala alla commissione Mandelli, invece, tiene conto di quei militari che hanno compiuto più di una missione come fossero persone diverse, e di quelli che sono stati in teatro anche solo per qualche ora. L’ematologo conclude, così, la relazione consegnata in data 28 maggio 2001, dicendo che dalle informazioni disponibili non ha elementi che possano far ritenere che vi sia stata un’esposizione significativa ai composti dell'uranio. I militari sono messi prima in malattia, quindi in aspettativa, in fine congedati. Con relativa perdita dello stipendio. Partono allora i ricorsi al TAR di risarcimento danni. L’avvocato dell’Osservatorio militare, Giovanni Tartaglia, assiste le famiglie dei soldati ammalati o deceduti.  Tartaglia è fermo nella convinzione che le dette patologie, sono insorte a causa dell’esposizione dei militari nelle aree bombardate con proiettili DU. Non sono tralasciate, però, altre cause possibili. Anche i vaccini sono presi in considerazione: Salvatore Vacca è vaccinato tredici volte in una settimana, quando è già sull’altra sponda dell’Adriatico. Andrea, dicono i genitori, è vaccinato tre giorni prima di partire. A Sarajevo il sottufficiale, che sino allora gode di ottima salute, si ammala, come accennato. Ciò nonostante, è sottoposto all’ultima vaccinazione antiepatite B. In sei mesi - si legge nella consulenza tecnica del perito di parte, dottor Montinari -, il sergente maggiore Antonàci è sottoposto a ben dieci vaccini, tra i cui eccipienti sono presenti metalli quali mercurio e alluminio. Solo nel febbraio 2002, una commissione di ufficiali medici delle Forze Armate, per la prima volta ammette la presenza di un nesso tra l’uranio impoverito e l’insorgere dei linfomi. Lo studio Tartaglia non si ferma e fa svolgere ulteriori perizie. Con l’ausilio di uno speciale microscopio elettronico, primo in Italia a Modena, la bioingegnere Antonietta Gatti, coordinatore della Comunità Europea degli studi sulle nano-patologie, mette in evidenza materiale esogeno non bio-compatibile presente nel corpo umano. Per esempio, nano-particelle di metalli pesanti come ferro, cadmio, stronzio e zinco, normalmente non si trovano nell’ambiente. La presenza di queste, in certe aree del corpo umano e la forma sferica delle stesse, lascia ovviamente dedurre, dice l’avvocato Tartaglia, che si tratta di un’ingestione o inalazione, che deriva dall’esposizione dei militari a zone bombardate. Il test, unico nel suo genere in Europa, consiste nell’analizzare un campione di materiale bioptico, prelevato agli stessi militari per le analisi precedenti, e scoprire nei tessuti, particelle più piccole di un micron, un millesimo di millimetro. Queste particelle, dice la professoressa Gatti di ritorno da un centro sul Lago Maggiore, dove nei giorni scorsi si è riunita una Task-force internazionale per discutere dei test di biocompatibilità dei materiali, una volta in circolo nel sangue, o nei tessuti umani, non le toglie più nessuno e ci sono tante possibilità che possono scatenare delle patologie. Febbraio 2004 segna una tappa importante per l’Osservatorio. Infatti, il giorno 12 il maresciallo Leggiero, l’avvocato Tartaglia e una rappresentanza dei familiari dei militari incontrano il sottosegretario alla Difesa Cicu. Potrebbe essere l’inizio di un dialogo che può chiudere la questione dei risarcimenti, senza aspettare altro tempo per giungere a una sentenza. Ma, l’aspetto più importante, a medio e lungo termine, riferisce il maresciallo Leggiero è aver messo le basi per un tavolo di lavoro che deve coinvolgere anche l’Osservatorio, con l’obiettivo di riconoscere il danno subito dalle famiglie, ed attuare, poi, sulla base degli studi già fatti sia dall’Osservatorio sia dallo stesso Mandelli, perché alcuni aspetti sono condivisi, per mettere in atto, innanzi tutto, una prevenzione adeguata e, quindi, potersi accertare se i termini di sicurezza sono concretizzati o no nelle missioni tutt’ora in corso.

                                                                                                            Gianni Avvantaggiato